Quel gran bastardo dell’imprenditore!

Torno sul modello deleterio della figura dell’imprenditore noto a questo Paese e mi ispiro all’ultima puntata di Ballarò dello scorso 6 Aprile (che mi ha fatto veramente – scusate il termine – incazzare) per sollevare alcune considerazioni, a mio parere naturali, che nessuno degli ospiti presenti ha minimamente preso in considerazione per tutto il tempo nell’arco del quale si è amaramente tornati a parlare di scudi e paradisi fiscali, condoni, evasione, illeciti, tasse e non tasse… un frullato tossico di “nozioni” sempre uguali, sempre attorno alle stesse cose, sempre argomentate dalle stesse persone (seppur a turno) e sempre pervase dal racconto di una (nel senso unico del valore numerico del termine) realtà tutte le volte identica a se stessa. Tralascio commenti inopportuni su chi si parla addosso, sopra, sotto e di fianco, rasentando perfino la mancanza di un criterio minimo che si ispira alle naturali leggi del comportamento civile proprie di ogni essere umano e salto “inutili espressioni di pensiero” sui governi di chi più e di chi meno, dei quali davvero ormai si parla come se fossero patate in vendita al mercato, a peso, con la buccia e senza…

Ritengo Floris un bravo professionista, al di la di come la si pensi politicamente, però ci sono cose che proprio non digerisco, prima fra tutte che tra 60 milioni di cittadini italiani nessuno trovi mai il coraggio di fare per una volta un talk show con 10 sconosciuti che abbiano finalmente qualcosa di nuovo da dire!Voglio argomentare la questione ipotizzando una sorta di equazione.

Assioma numero 1

L’imprenditore è un evasore fiscale (componente genetica insita nel mestiere) e il dipendente è tassato alla fonte (sostanzialmente è un indifeso che paga le tasse per tutti).Assioma numero 2L’imprenditore è ricco (“ovviamente” perchè evade) e il dipendente è povero (“ovviamente” perchè non può fare altrettanto).

Assioma numero 3
L’imprenditore ha il conto in banca a San Marino (ovvero, mentre evade, se la spassa guidando una Porsches comprata con quello che non dichiara) e nel frattempo il dipendente conta i giorni di cassa integrazione che gli restano per tirare avanti.

Assioma numero 4
Sono tutti “paraculi” in questo Paese perchè è vero che siamo in piena crisi ma le imprese aumentano perchè abbiamo “tante partite ive” (avendo “ben compreso” che il professionista o l’imprenditore evadono meglio) a scapito di una povertà in delirio la cui forbice, “ovviamente” per demerito dei ricchi, aumenta a dismisura e al tempo scandito di un secondo alla volta.

Assioma numero 5
L’eccezione dell’impresa onesta che fa il suo lavoro, paga le tasse, non dorme la notte, si fa – riscusate il termine – un gran culo tutti i giorni o del dipendente che ci marcia, che ha il doppio lavoro anche quando non ne avrebbe bisogno, che si fa timbrare il cartellino da un collega e rimane a casa a guardare il Gran Premio o che se ne frega del fatto che quello stronzo di imprenditore la notte dorma o meno, non esiste.

Assioma numero 6
L’imprenditore ha il vantaggio del libero mercato perchè fa il prezzo (quindi in qualche modo è pure uno strozzino legalizzato) e il dipendente deve stare a quello che l’imprenditore gli da (quindi una miseria).

Sintesi dell’equazione: la disonestà dell’imprenditore è direttamente proporzionale all’infinito valore esponenziale (in povertà negativa) della maestra elementare, del facchino, del dipendente pubblico, dell’operaio o di chiunque altro nella vita non abbia scelto di esercitare una libera professione (che nel controsenso del termine “libera” vanta invece una realtà che davvero rigurgita ogni santo giorno un mare di mancate e mancanti “libertà”).

Partendo dal presupposto che ritengo la televisione da anni un mezzo del tutto inconsueto, inutile, inopportuno, deleterio, evanescente eppur “miracolosamente ancora in vita”, vorrei concedermi (almeno sul mio blog) il lusso di smontare questa equazione come segue.

Considerazioni sull’assioma numero 1
Conosco centinaia di imprenditori (dei quali ovviamente non si parla mai) che non hanno mai evaso e che, per quanto assurdo possa sembrare, in molti casi non sanno neanche “come si fa”, così come ne conosco almeno altrettanti, noti a tutti, politica compresa di destra e di sinistra, che evadono costantemente da una vita eppure continuano ad essere liberi di prendere il sole alle Maldive. Quando inizieremo a dire al mondo come stanno le cose realmente, e chi davvero ne trae vantaggio, allora forse avremo qualche remota possibilità di essere trattati anche noi come dei comuni esseri umani, con gatte anziane da pelare e parecchi problemi da risolvere, che a scapito di qualche gigolò che va in giro in Porsches a San Marino senza alcun merito, passiamo per una categoria di dementi opportunisti tutti senza tregua e nessuna pietà. E mi fermo qui se no m’incazzo veramente…

Considerazioni sull’assioma numero 2
La ricchezza non è una malattia, nè un demerito, nè un’infezione, nè un peccato, tantomeno una forma di disonestà, e nella maggior parte dei casi non è frutto di evasione. Se ne parla sempre in relazione alla povertà, alla miseria, alle forbici che divaricano o ai mancati ascensori sociali, ma non si dice mai che NON sempre è gratis! Non si dice mai che ci sono imprenditori ricchi perchè hanno dedicato una vita intera a lavorare, perchè hanno avuto il merito di trovare un modo onesto di “fare soldi” o perchè hanno speso e spendono da anni fatica, impegno, dedizione, passione, etica e intelligenza alla propria impresa (che peraltro spesso è la risorsa primaria del “povero dipendente”)! Che non si riesca in questo Paese a costruire una ricchezza sociale per tutti e condivisa è un fatto chiaro al mondo intero (e se dipendesse da 10 imprenditori giusti oserei dire che non avremmo nemmeno di questi problemi), ma che l’Italia sia un Paese come l’Africa perchè quello stronzo dell’imprenditore si fa gli affari suoi, beh, signori… venitelo a dire a me, guardandomi negli occhi e di persona, e poi ne riparliamo.
Il dipendente è infelice perchè paga le tasse alla fonte? Se è questione di gareggiare sull’argomento, si mettesse a fare l’imprenditore onesto e poi mi venga a dire chi ne paga di più…

Considerazioni sull’assioma numero 3
Inutile dire che sia una grande verità, ma farla passare come la foto di un’Italia che invece non è solo così è tutta un’altra storia! Perchè non si parla mai di imprenditori truffati dalle banche o strozzinati da una finanziaria che un anno ci ha addirittura chiesto di pagare le tasse sugli utili NON distribuiti? Perchè non parlare di tutti quegli imprenditori che rinunciano ai propri compensi anche per 2 o 3 anni di fila pur di non ricorrere ad una banca? O di quelli che si autofinanziano (perchè i clienti non pagano per mesi mentre loro sono “costretti” a retribuire mensilmente i propri dipendenti) per mantenere nella propria azienda la liquidità necessaria ad avere i mezzi che occorrono per andare avanti? Perchè non si parla mai di chi riesce a trovare il modo, la forza, la capacità e il coraggio, sempre e comunque, di salvare un’azienda (ovvero decine, spesso centinaia, a volte migliaia di dipendenti) anche quando tutto sembrerebbe remare contro? Questo Paese ha il cancro. Quello vero però! Quello che fa ammalare anche la gente sana e che intossica il vicino pur di farlo apparire un perdente e un misero meschino. E’ un Paese vigliacco il nostro, che non solo nega qualunque forma sana di ottimismo e la vera capacità che avremmo di rilanciare entusiasmi e mercati, ma lo calpesta addirittura con una “bandiera di cartone” pervasa dal no slogan “tutti alle forche, chi per un verso chi per l’altro”. Ci si sente rappresentati da un apparato mediatico distorto in tutto ciò che non siamo ma che, tuttavia, è bene e meglio che sembri sempre e comunque solo come lo si racconta e soprattutto solo in un verso, quello della “notizia che vende e che fa odience”… Che schifezza.

Considerazioni sull’assioma numero 4
La “storia delle partite ive” poi è una roba veramente micidiale. Al di la di come la si racconti o per lasciare intendere che cosa, nessuno dice mai che la percentuale del numero di partite ive attive in Italia di per sè non vuol dire niente. Passa il messaggio per cui la partita iva è un’impresa, o un negoziante o un libero professionista e quindi abbiamo “tanti imprenditori”… un Paese che protende all’impresa e all’imprenditorialità… Ma, dico io, intanto capiamoci sul fatto che un imprenditore, un negoziante o un libero professionista non sono uguali e fanno mestieri ben diversi l’uno dall’altro, ovvero hanno responsabilità, oneri, vicissitudini, ruoli, diritti e doveri che sono inversamente proporzionali sia al tipo settore che alla banale dimensione della propria attività e poi finiamola con la nenia del commerciante che non fa lo scontrino o dell’idraulico che non rilascia la ricevuta alla vecchietta e che quindi “indicizza” il resto del mondo “impresa” a rappresentare il target dell’evasione nel libero mercato. Un imprenditore che ha un’azienda con 100 dipendenti non evade tanto facilmente quanto un elettricista che fotte l’anziana signora in un appartamento del centro. Anche qui, smettiamola di parlare di evasione fiscale come se fosse un male intrinseco tutto italiano del quale l’imprenditore si avvale perchè si sente truffato dallo Stato. Cambiasse mestiere o andasse a farlo altrove se pensa che possa essere meglio, tanto quelli che ti rispondono che “in Italia se vuoi fare l’imprenditore devi rubbà” sono ladri nell’anima che ruberebbero comunque. Il fatto che da noi esista una innegabile pressione fiscale fuori misura non significa che ci si debba sentire autorizzati ad evadere o a tenere i conti a San Marino.
Sulla questione del povero che s’impoverisce sempre di più perchè il ricco è sempre più ricco invece… che vi devo dire? La ritengo una interpretazione facile, banale e menzognera altrettanto deleteria fatta da “un chirurgo amante dell’horror che commenta le lastre del cancro di cui sopra”.

Considerazioni sull’assioma numero 5
Qui la questione diventa quasi personale e quindi delicatissima. Mi sono veramente rotta le bbbballe (e sicuramente non sono la sola) di vedermi rappresentata in televisione (ovvero che che se ne dica sul mezzo principale che ancora oggi detta lo standard di quello che la maggior parte della gente vede e capisce o pensa di capire) da un imprenditore a San Marino che sgomma su una Ferrari rispondendo al giornalista (che ovviamente se li va a cercare ad hoc quelli così!) che “non ha dischiarazioni da rilasciare” per poi trarre un’unica inquietante conclusione: l’imprenditore è uno stronzo, arricchito illegalmente e disonesto. Siccome non mi voglio incazzare più di quanto non lo sia già, mi limito a dire (facendomi libera portavoce di molti come me) che non tutti gli imprenditori ricchi sono stronzi, fuori legge o disonesti. E in ogni caso, dopo quasi 15 anni, io una Ferrari ancora non ce l’ho, anche se non la comprerei neanche se potessi… in compenso però pago le tasse, tutte quante, una per una, euro su euro, da una vita senza condoni nè scudi fiscali. Mi rode perchè sono troppe indubbiamente, ma ne vado fiera perchè la notte dormo su un cuscino di onestà.

Considerazioni sull’assioma numero 6
Finiamola con il libero mercato. Se ragioniamo per “sentieri geografici”, in Italia il libero mercato, nella maggior parte dei casi, non c’è. Non esiste. Esiste un mercato fatto, deciso, governato e indirizzato dalle lobby, dalla politica, dagli amici degli amici, dalle “famiglie di potere”, dagli impicci tra gente che impiccia, nei casi peggiori dalle mafie e da tutto quello che ancora oggi fa di questo Paese quello che è agli occhi del resto del mondo. In tanti anni, ho visto cose che non avrei immaginato nemmeno nei film e che continuano ad accadere “alla luce del sole”. Se chi opera nel libero mercato è ricco in quanto disonesto, e lo è liberamente, lo può fare perchè questo è un Paese in cui qualcun altro si nutre costantemente dei “frutti marci” della sua disonestà e ha tutto l’interesse di farlo restare un impunito. Ne ha bisogno a priori per esistere. Il libero mercato dove l’imprenditore fa il prezzo in Italia è una grandissima stronzata. Oggi il prezzo lo fa il sistema, lo fa la finta concorrenza, quella sleale, pilotata e troppo spesso incapace di fare qualunque cosa, lo fa il potere, lo fanno le lobby massoniche o le associazioni di categoria (altra bidonata clamorosa di un sistema Paese che sta andando in frantumi). Oggi (come è sempre stato e nessuno lo dice mai) in Italia, basta un solo uomo sbagliato al governo di una grande azienda, messo li da qualcuno, per poter stroncare la vita a migliaia di persone, far fallire aziende o mandare a puttane parte dell’economia di un’intera nazione! L’imprenditore italiano in Italia non vince praticamente mai per merito o capacità, anzi! Nella maggior parte dei casi, se è bravo è abbandonato a se stesso e alla sua capacità di creare “per sè” la sua ricchezza grande o piccola che sia (tanto poi se è anche onesto paga le tasse pure per la Ferrari dello stronzo di San Marino che finisce a Ballarò), ma se non è neanche troppo bravo per il sistema è pure meglio! Meno capisci e più potere io ho su di te e sulla ricchezza che sarai in grado di generare anche per me (per me persona, ovviamente, manco per me Paese): non mi rompi i coglioni e ti accontenti del fatto che tutto sommato ti faccio costruire (= guadagnare immeritatamente) la casa dello studente all’Aquila (con la sabbia e le carote)… tanto poi se viene giù chissà dove staremo noi…

Ora, detto che siamo in balìa di parecchi guai seri per tutti (imprenditori, dipendenti, comuni cittadini e via dicendo, per non parlare dei giovani e giovanissimi), dei quali tutti i commentantori che si susseguono nei talk show sanno secondo me ben poco (banalmente perchè fanno altri mestieri) e argomentano troppo spesso “a sproposito”, giornalisti inclusi, qui la questione è: l’imprenditore onesto, capace, leale, bravo e redditizio per il Paese che “fine si merita di fare”? Quello magari ricco (ma anche no, diciamo benestante), bontà sua, che si fa il culo tutti i giorni e non chiede niente a nessuno sarà mai libero di autorappresentarsi come meglio crede o sarà sempre lo zimbello di un mezzo quadro bugiardo rimanendo ignoto ai più? Dove va a dire la sua? Io qui, ho un blog da quasi 1000 visite al mese ormai (pure gratis, viva l’open source, che culo!), ma gli altri? Quelli in mezzo a quel 50% di persone (che sicuramente saranno in parte imprenditori) che non fanno ancora uso di internet, che non hanno un giornale, che non appaiono in tv o che non scrivono un libro dove vanno a raccontare al mondo la propria fiera vita? Non gliene fotte niente a nessuno? Ok, allora a me non me ne fotte niente di vedere tutte le settimane uno stronzo diverso a San Marino! Mi torna in mente una cosa che mi sono sentita dire tempo fa da un imprenditore (della categoria malsana) che, in un incontro di lavoro, in risposta ad una serie di considerazioni che io facevo sugli asset tecnologici della mia azienda, ridendo, mi ha risposto: “Ma tu ancora pensi che aziende come le nostre si fanno con la tecnologia?”. Senza nemmeno dire ovviamente che questo signore è alla guida di una nostrana società IT da 50 milioni di euro, cosa che già di per sè (nelle mani di un bandito) ti farebbe venire voglia di mettergli le mani addosso, io in quel “come le nostre” non solo non mi ci vedo, ma mi incazzo proprio! E’ più forte di me.

Ecco fatto. Ho dato sfogo al mio libero pensiero a modo mio e con parole semplici, come faccio sempre (credo). Cosa ne esce? Un trip disarmante che alimenta e strumentalizza tutto il resto: dalla libertà di internet (che in questo Paese rappresenta “una minaccia” perchè equivale ad un canale alternativo di comunicazione esponenzialmente più pericoloso e ingovernabile della tv) alla visione ristretta di una Italia che vede ma non guarda e dice ma non sa. Il Presidente dell’Antitrust Antonio Catricalà, ospite anche lui a questa puntata di Ballarò, un paio di settimane fa, in merito ad una mia osservazione fatta a Giampaolo Letta su come sia possibile usufruire dei vantaggi della rete anche nel mercato dell’industria cinematografica (in contrapposizione al fatto di non dover “assolutizzare” questo tema solo attorno alla pirateria informatica) è intervenuto dicendo: “Dovremmo ideare una normativa per cui al terzo tentativo di caricare o scaricare contenuti illegalmente dalla rete, tutelati dalle leggi sul copyright, all’utente venga chiuso l’accesso ad internet. Come no, e magari gli stacchiamo anche il telefono. Però continuiamo a fargli pagare il canone per farsi dire che è uno stronzo…

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