Il Concilio, il modernismo e i cattolici nel ’68.

di Paolo VI, 15 Ottobre 2014

Il Concilio, la modernità e i “cattolici inquieti” nel terribile Sessantotto. Ne ha parlato in diverse occasioni Paolo VI che domenica verrà proclamato beato da Papa Francesco. La celebrazione a San Pietro coinciderà proprio con la fine dell’assemblea straordinaria del Sinodo dei Vescovi sulla famiglia. Per l’occasione, pubblichiamo alcuni interventi che meglio ne chiariscono il magistero su questi temi, anche oggi di grande attualità.

Dal discorso Ai vescovi dell’America Latina, Bogotà, 24 agosto 1968.

«La fede è la base, è la radice, è la fonte, è la prima ragione d’essere della Chiesa, ben lo sappiamo. E sappiamo anche quanto essa è oggi insidiata dalle correnti più eversive del pensiero moderno. La diffidenza, che, anche negli ambienti cattolici, si è diffusa sulla validità dei principi fondamentali della ragione, ossia della nostra «philosophia perennis», ci ha disarmati di fronte agli assalti, spesso radicati e capziosi, di pensatori di moda; il «vacuum», lasciato nelle nostre scuole filosofiche dall’abbandono della fiducia nei grandi maestri del pensiero cristiano, è spesso invaso da una superficiale, e quasi servile, accettazione di filosofi di moda, spesso altrettanto sempliciste che astruse; e queste hanno scossa la nostra normale, umana, sapiente arte del pensare la verità; siamo tentati di storicismo, di relativismo, di soggettivismo, di neo-positivismo, che nel campo della fede inducono uno spirito di critica sovversiva ed una falsa persuasione che, per avvicinare ed evangelizzare gli uomini del nostro tempo, dobbiamo rinunciare al patrimonio dottrinale, accumulato da secoli dal magistero della Chiesa e che possiamo modellare, non tanto per migliore virtù di chiarezza espressiva, ma per alterazione del contenuto dogmatico, un cristianesimo nuovo, su misura dell’uomo, e non su misura dell’autentica parola di Dio».

«Purtroppo anche fra noi alcuni teologi non sono sempre sulla buona via. Noi abbiamo grande stima e grande bisogno della funzione dei buoni e bravi teologi; essi possono essere provvidenziali studiosi e valenti espositori della fede, se essi stessi si conservano intelligenti discepoli del magistero ecclesiastico, costituito da Cristo custode ed interprete, per virtù dello Spirito Paraclito, del suo messaggio di eterna verità. Ma oggi taluni ricorrono ad espressioni dottrinali ambigue, e altri si arrogano la licenza di enunciare opinioni loro proprie, alle quali conferiscono quell’autorità, che essi, più o meno copertamente, contestano a chi per diritto divino possiede tale vigilatissimo e formidabile carisma; e perfino consentono che ciascuno nella Chiesa pensi e creda ciò che vuole, ricadendo così in quel libero esame, che ha frantumato l’unità della Chiesa stessa, e confondendo la legittima libertà della coscienza morale con una malintesa libertà di pensiero, spesso aberrante per l’insufficiente conoscenza delle genuine verità religiose».

Dalla Udienza generale, mercoledì 30 ottobre 1968.

«E diciamo inoltre che le difficoltà sorgono anche dagli studi filologici, esegetici, storici, applicati a quella prima fonte della verità rivelata, che è la sacra Scrittura: privo del complemento fornito dalla Tradizione e dell’autorevole assistenza del magistero ecclesiastico, anche lo studio della sola Bibbia è pieno di dubbi e di problemi, che più sconcertano che non confortino la fede; e lasciato all’iniziativa individuale, genera un pluralismo tale di opinioni da scuotere la fede nella sua soggettiva certezza, e da toglierle la sua sociale autorevolezza; così che una tale fede produce ostacoli all’unità dei credenti, mentre la fede deve essere la base della ideale e spirituale convergenza: una è la fede (Eph. 4, 5)».

«E vi è poi chi cerca di adattare le dottrine della fede alla mentalità moderna, facendo spesso di questa mentalità, profana o spiritualista che sia, il metodo ed il metro del pensiero religioso: lo sforzo, ben degno per sé di lode e di comprensione, operato da questo sistema, di esprimere le verità della fede in termini accessibili al linguaggio e alla mentalità del nostro tempo, ha talora ceduto al desiderio d’un più facile successo, tacendo, temperando o alterando certi «dogmi difficili». Pericoloso, anche se doveroso, tentativo; e meritevole di favorevole accoglienza soltanto allorquando alla più accessibile presentazione della dottrina esso le conserva la sua sincera integrità; «Sia il vostro discorso, dice il Signore, si, si, no, no (Matth. 5, 37; Jac. 5, 12), escludendo ogni ambiguità artificiosa».

Dalla Udienza generale di mercoledì, 18 settembre 1968. 

«Alcuni pensano che il Concilio sia già superato; e, non ritenendo di esso che la spinta riformatrice senza riguardo a ciò che quelle solenni assise della Chiesa hanno stabilito, vorrebbero andare oltre, prospettando non già riforme, ma rivolgimenti, che credono potere da sé autorizzare, e che giudicano tanto più geniali quanto meno fedeli e coerenti con la tradizione, cioè con la vita, della Chiesa, e tanto più ispirati quanto meno conformi all’autorità e alla disciplina della Chiesa stessa, ed ancora tanto più plausibili quanto meno differenziati dalla mentalità e dal costume del secolo.»

«Che cosa diremo poi di certi episodi di occupazione di Chiese Cattedrali, di approvazione di film inammissibili, di proteste collettive e concertate contro la Nostra recente Enciclica [Humanae vitae], di propaganda della violenza politica per scopi sociali, di conformismo e manifestazioni anarchiche di contestazione globale, di atti d’intercomunione contrari alla giusta linea ecumenica? Dov’è la coerenza e la dignità proprie di veri cristiani? dov’è il senso di responsabilità verso la propria e verso l’altrui professione cattolica? dov’è l’amore alla Chiesa? L’amore alla Chiesa! Vogliamo ancora supporre ch’esso non sia spento in persone che si qualificano cattoliche e che si appellano a Cristo […]. Noi tanto più lo desideriamo questo amore ecclesiale quanto maggiore è il Nostro rammarico d’osservare come molti di questi cattolici inquieti sono partiti da un’alta vocazione all’apostolato, cioè al servizio e alla dilatazione della Chiesa, e come per quell’acido spirito di critica negativa e abituale, del quale dicevamo, si sono impoveriti e talora svuotati di amore apostolico, fino a diventare, in certi casi, molesti e nocivi alla Chiesa di Dio. Vengono alle labbra le parole di Gesù: «Inimici hominis domestici eius», i nemici dell’uomo saranno i suoi di casa! (cf. Math. 10, 36)».

Paolo_VI

«Oggi la Chiesa è tutta rivolta alle sue sorgenti per sentirsi vera e vivente, tutta aperta ai contatti rispettosi e salutari col mondo, cercando di trovare nella simbiosi con esso la propria funzione ministeriale di «luce» e di «sale» per un’universale salvezza; oggi l’avvertenza del suo pellegrinaggio escatologico la rende povera, libera, audace, riportata alla sua primitiva missione di teste della risurrezione di Cristo e fonte di quella trascendente speranza che infonde sicurezza e vigore ad ogni onesta speranza terrena; oggi, mentre essa si purifica da ogni indebita contaminazione terrena, alla terra predica e infonde energia morale incomparabile, fratellanza autentica e solidale, capacità di conquista d’ogni verità e di ogni ricchezza della creazione, gioia di vivere nell’ordine e nella libertà, nell’unità e nella pace».

«Amare la Chiesa; ecco figli e fratelli, il dovere dell’ora presente. Amarla significa stimarla ed essere felici d’appartenervi, significa essere strenuamente fedeli; significa obbedirle e servirla, aiutarla con sacrificio e con gioia nella sua ardua missione; significa saper comporre l’appartenenza alla sua visibile e mistica compagine con l’amore onesto e generoso ad ogni altra realtà del creato che ci circonda e ci possiede, la vita, la famiglia, la società; la verità, la giustizia, la libertà, la bontà».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

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