Il Sudafrica dopo Nelson Mandela: le disuguaglianze restano.

di Giovanna Faggionato – 26 Giugno 2013

L’apartheid è finito. Ma rimangono disparità tra neri e bianchi, corruzione e armi. Madiba in condizioni critiche.
A Pretoria, sul letto di una stanza di ospedale dalla quale entrano ed escono parenti e compagni di una vita, Nelson Mandela respira a fatica.
Cinquanta milioni di connazionali temono ogni giorno di dover dire addio al loro presidente, eletto nel 1994 con i voti dei cittadini neri in uno Stato finalmente liberato dall’apartheid. E non basta a risollevare i loro umori la visita del leader afroamericano Barack Obama, atteso il 29 giugno per un incontro che gli eventi hanno trasformato quasi in un passaggio di testimone.

Nelson Mandela
Nelson Mandela (Photo credit: Festival Karsh Ottawa)

I MALI INESTIRPABILI. La lunga malattia del paladino anti apartheid è diventata una lenta agonia anche per le sorti del sogno sudafricano, per qualcuno tramontato definitivamente con il massacro di Marikana dell’agosto 2012, in cui 34 lavoratori furono uccisi dalla polizia durante uno sciopero contro la multinazionale britannica Angloamerican. La battaglia di Madiba non è bastata a estirpare i morbi del Paese: una diseguaglianza sociale tra le più alte del pianeta, la disoccupazione giovanile attorno al 50% e una classe dirigente incapace di seguire il cammino della libertà.

La politica corrotta dell’Africa national congress.

Il Sudafrica che Mandela ha contribuito a costruire è dotato di una Costituzione (nata nel 1996), di un collaudato sistema parlamentare, di servizi di base, di scuola ed educazione. Nel 2005 è entrato come membro non permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu e nel 2010, nonostante l’opposizione di alcuni analisti, ha fatto il suo ingresso nei Brics, il gruppo delle economie emergenti (che includono anche Brasile, India, Cina e Russia).
Negli ultimi 15 anni il Prodotto interno lordo (Pil) è cresciuto senza quasi conoscere crisi e la popolazione nera (l’80% del totale) ha potuto godere di una nuova fetta di nuove libertà e ricchezze.

LE COLPE DELLA POLITICA. Ma la transizione dal regime segregazionista a una democrazia matura ed egualitaria sembra comunque aver fallito.
L’African national congress, il partito della maggioranza nera a cui appartiene il capo di Stato Jacob Zuma, non è stato all’altezza della sua missione. Nonostante sia arrivato alla stanza dei bottoni con la massima investitura popolare e ancora oggi sia capace di assicurarsi il 60% dei consensi, non è riuscito ad abbattere la disuguaglianza.

AUMENTATA LA DISUGUAGLIANZA. Stando al coefficiente Gini, un indicatore che misura le differenze nella distribuzione del reddito assegnando il valore 1 ai Paesi con il maggiore divario, il Sudafrica non solo non ha fatto passi avanti, ma è addirittura arretrato: nel 1993 l’indice era allo 0,59, mentre nel 2009 è cresciuto a 0,63.
I più svantaggiati, secondo l’Istituto per le relazioni razziali di Pretoria, sono ancora una volta i neri: stando all’ultima rilevazione (del 2008) il 20% della popolazione più ricca del Sudafrica era ancora composta per l’83% da bianchi, e soltanto per l’11% da cittadini di colore, per lo più legati al partito di governo (il resto sono meticci e immigrati).

LA PIAGA DELLA CORRUZIONE. L’organizzazione Corruption watch, che ha aperto un ufficio in Sudafrica nel 2012, ha ricevuto in un anno oltre 1.200 segnalazioni di casi di corruzione. Per mettere un bavaglio alla stampa, l’esecutivo ha varato ad aprile 2013 il Secrecy bill, una norma secondo la quale i cronisti possono finire in carcere, bollata come liberticida dagli attivisti di Human rights watch.
«L’eredità di Mandela è stata macchiata e offuscata dalla perdita progressiva dei paletti morali che aveva stabilito quando era leader», ha commentato persino Frederik Willem de Klerk, l’ultimo presidente bianco e premio Nobel per la pace (spesso contestato) assieme allo stesso Madiba, per il ruolo svolto nella transizione.

Un’arma ogni 15 cittadini, disoccupazione giovanile al 48%.

Oggi, insomma, è il partito di Mandela la classe dirigente contro cui combattere.
Ed è forse questo il fallimento più cocente. Ma se molti sono pronti a puntare il dito contro i risultati dei dirigenti sudafricani, pochi vanno a fondo con l’analisi. L’ex ministro Ronald Kasrils è un’eccezione. Nella sua biografia intitolata Armato e pericoloso, il politico ha ricordato come nel 1994 i neri abbiano occupato la politica, lasciando però il comando delle leve economiche della nazione nelle mani della minoranza del 20% di bianchi.

LA POLITICA COME FONTE DI RICCHEZZA. Il Sudafrica ha abbracciato il libero mercato, lasciando ad altri le proprie risorse nazionali (l’ultimo tentativo di nazionalizzazione delle miniere di platino è tramontato nel 2009, con l’elezione dell’attuale presidente Jacob Zuma).
La nuova classe dirigente ha trasformato l’occupazione del palazzo nella propria personale fonte di ricchezza più o meno lecita, trasformando la classe media in un esercito di impiegati pubblici e la politica in uno dei pochi mezzi di ascesa sociale.

I SINDACATI SENZA SPINTA. African trade unions (Cosatu), il sindacato un tempo collante sociale e forza propulsiva del movimento anti-apartheid, è accusato di flirtare con il partito al governo, in una commistione di interessi da cui i più poveri si sentono esclusi.
Nell’autunno del 2012, 75 mila minatori hanno scioperato illegalmente, seguiti dai camionisti e dai lavoratori del settore tessile. Le ragioni della mobilitazione stanno nelle statistiche: secondo i dati del South African Institute for race relations, la disoccupazione giovanile supera il 48%. Per aver un raffronto, nell’Africa subsahariana è al 12% e nel Maghreb travolto dalla Primavera araba al 24.

Sudafrica, Asilo Uzukuolwetu
Sudafrica, Asilo Uzukuolwetu (Photo credit: Oxfam Italia)

LA DIFFUSIONE DELLE ARMI. Qualche risultato c’è stato: tra il 1996 e il 2010, la fetta di popolazione sudafricana che vive con meno di due dollari al giorno è calata di sette punti percentuali, passando dal 12% al 5%. Ma non basta.
Troppi sono stati lasciati indietro e la lotta in fondo alla scala sociale è rimasta senza legge. L’immigrazione in arrivo da altri Paesi dell’Africa nera ha innescato una inaspettata xenofobia, trasformata in qualche caso alla violenza di massa: nel 2008 sono stati uccisi 60 migranti dal Mozambico e nel giugno 2013 i migranti somali sono stati presi di mira dai fratelli neri.
La violenza del resto è di casa: in Sudafrica ci sono 2,9 milioni di armi registrate, circa una ogni 15 persone. Proprio il ricorso alle armi è l’unica eredità di cui il Paese non riesce a liberarsi.

Fonte: Lettera43

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