Un eremo non è un guscio di lumaca.

di Giorgia Petrini

Non conoscevo Adriana Zarri prima di questo libro, lo ammetto. L’ho comprato l’anno scorso cercando di capire meglio cosa avessero a che fare (in senso buono) gli eremiti con la fede. In parte l’ho capito, in parte no. Spesso accade così. Mia sorella direbbe che, in realtà, spesso non capisco; credo abbia ragione.
Più imparo a conoscere Dio giorno per giorno e più credo che a ognuno di noi sappia cosa chiedere, come farlo, quando e perché. Non è detto che ci faccia anche il dono di capire cosa chiede agli altri, tant’è il bisogno di farci quello di capire cosa chiede a noi, ma una cosa è certa: sa essere con tutti tanto esclusivo quanto originale.

adriana_zarri

Ho sempre pensato anch’io che un eremo non fosse un guscio di lumaca e l’esperienza vissuta e raccontata dalla Zarri in questo libro è certamente una buona via di comprensione per chi intenda avvicinarsi all’argomento, anche solo per cultura personale. Però, per contro, c’è – a mio modo di vedere – una sottile linea di confine “a rischio” tra quel certo senso privato di spiritualità (quella che Adriana chiama in più occasioni “intimità con il Signore”) e un silenzioso desiderio luterano di escludere dalla fede alcune cose, magari a scelta. Non so, prego come dico io perché non sono d’accordo sugli standard; consumo in autonomia di tempi e modi certi “rituali” (come l’eucaristia) perché li identifico con i miei bisogni; scelgo una vita contemplativa e chiaramente “disagiata” costringendo in coscienza il mio prossimo a “sentirsi tecnicamente in difficoltà”, ecc. In realtà, non sono troppo onesta nel dire questo e riconosco che sia un mio limite quello di non comprendere fino in fondo la scelta cristiana di una vita vissuta così (che comunque la Chiesa stessa “riconosce”), ma mi rendo conto – e ne faccio una riflessione personale, senza nulla togliere all’esperienza di questa donna ovviamente – di non provare il senso di una grande simbiosi con Dio all’idea di doverlo cercare passando per forza la vita a scuoiare conigli, quando posso “fare di più” e posso “fare meglio”. Una cosa è scegliere questo potendo scegliere anche altro e un’altra cosa è stare nella realtà, nelle cose che Dio ha pensato per noi, quelle in cui ci troviamo, quelle che non siamo noi a scegliere o a declinare per noi stessi secondo il nostro stile o una più consona ricerca soggettiva di identità spirituale. Ho l’impressione (e anche di questo parla la Zarri in questo libro) che si corra il rischio di voler essere più originali degli altri secondo “uno stile personale” che più che sapere di vocazione, potrebbe sapere di “tranquillità”.

Abbozzato questo breve e risicatissimo preludio da dilettante, assolutamente ignara di ciò che dice, ovvero tutto mio e discutibilissimo, penso di poter dire agli appassionati del genere che è un libro da leggere. Non prima di altri, ma da leggere sì. E’ pur sempre un modo per conoscere qualche raro pezzo di mondo che su Rai News, al netto dei venti d’autunno che agitano parabole in grado di tradurre dialoghi in perette e immagini in francobolli, non vedremo mai neanche in estate.

Comunque io, tra il guscio e l’eremo, preferisco la lumaca, sebbene sulla succosa bavetta di rimorchio ci siano, senza dubbio, possibili margini di miglioramento.

lumaca

2 pensieri riguardo “Un eremo non è un guscio di lumaca.”

  1. Ho avuto la fortuna nella mia vita di conoscere una Suora ( Carmelina) salesiana, che dopo una vita, quasi 70 anni, spesa come infermiera in africa ed in Italia, scelse di diventare suora di clausura. Era una suora santa, che viveva profondamente la sua vocazione e aveva sentito che dopo tanti anni di servizio e lavoro per gli altri Dio Le chiedeva di ritirarsi per pregare. Non era una fuga, Suor Carmelina era una bravissima infermiera, stimata ed apprezzata dalle consorelle, era un altro si a Dio, ancora più radicale del primo. Quando raccontai, in una lettera, a Suor Carmelina dei miei bambini in Congo e gli spedii il diario di viaggio, mi scrisse che aveva pregato in clausura con le consorelle e aveva letto il testo con loro. Mi sentii piena di amore e di riconoscenza per quella comunità e sentii che era scesa una benedizione sulla nostra opera. Capii la missione delle suore di clausura, che non avevo mai compreso profondamente. Dopo poco più di un anno, inaspettamente, suor Carmelina morì di tumore. Sono sicura che stia continuando a pregare per tutti noi, come aveva fatto nella vita e come aveva scelto di fare in clausura.

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    1. Si. Delle suore di clausura lo penso anche io e ne conosco molte, ma ho sempre l’impressione che facciano una scelta diversa, che comprendo e ammiro molto, rispetto a quella di un eremita (che comprendo meno ma che altrettanto rispetto). Non sono “sole”, condividono la propria vita con quella delle proprie consorelle, stanno in una realtà che non scelgono ma trovano e accettano…

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