Il pulcino ferito

Non voglio fare politica, ma dopo anni spesi a tentare di dare gratuitamente e per il bene comune suggerimenti utili dal mondo vero ai nostri governanti e alle parti sociali di questo Paese, d’ogni parte e rappresentanza istituzionale, voglio provare a dire la mia (veicolando il parere di molti), da cittadina, da donna e da imprenditrice, su alcuni temi prioritari senza fare polemica vana fine a se stessa, ma sicuramente sperando che qualcuno (di qualunque fazione, partito, scuola, pensiero o altro) da queste poche righe
elementari, condivise con chi vive la realtà, possa trarre qualche considerazione davvero utile per il bene del Paese, di tutti noi e delle giovani generazioni (che pur disinteressate nella maggior parte dei casi è nostro dovere cercare di “mettere al sicuro” e di proteggere nella speranza che almeno i loro figli possano redimersi da questa interminabile parentesi di devastante nichilismo). Ne faccia uso chi crede in qualunque modo, anche facendole proprie, purchè si abbia il coraggio di dirle per come realmente sono. A me interessa la sensibilizzazione civica e popolare, nel midollo della gente, non il fatto di firmare trattati o sottoscrivere “intenzioni”. Ritengo molto più importante il contenuto di quello che scrivo rispetto al fatto che a diffonderlo sia io, soprattutto sapendo che è frutto di pensieri, persone e voci che ascolto, incontro, vedo e vivo continuamente.

SULL’EVASIONE FISCALE
Non credo si riuscirà mai a risolvere un problema partendo dall’effetto anzichè dalla causa. L’effetto in questo caso è che lo Stato non ha soldi perchè tanta gente evade? Bene, non possiamo risolvere questo problema continuando a chiedere soldi a chi paga da una vita (che è un problema diverso rispetto al fatto di chiedere di più a chi di più può voler dare a prescindere). Dobbiamo semplicemente capire se chi fa la vita che fa se la può realmente permettere rispetto a quello che dichiara oppure no. L’evasione fiscale è tutta li. Se io guido una Porsches e dichiaro 12 mila euro all’anno o me l’hanno regalata o l’ho vinta (ma comunque la dovrei mantenere) oppure mi potevo permettere di comprarla e di mantenerla. E’ evidente a tutti che i due teoremi tra loro non quadrano. Altro esempio? Su tutte le barche mediamente armeggiate sui nostri litorali con bandiere svizzere e repubbliche di San Marino varie, mediamente l’affascinante skipper che si sporge da prua a poppa esordisce una qualunque frase, ammesso che sappia parlare, dicendo …”Aò” che non è prologo esattamente svizzero. Non so se mi spiego. E così via… Alla fine dell’anno dichiaro 12 mila euro? Se ne spendo 24 mila significa che altri 12 mila in più o li rubo, o li prendo in nero, o li stampo, quindi: o evado o sono un falsificatore di banconote. In entrambi i casi sono un fuori legge.
Difficoltà: Facile. Questa, se la vogliamo fare, si chiama: LOTTA VERA ALL’EVASIONE FISCALE apartitica e apolitca per il bene di tutti; se invece vogliamo raccontare le fiabe per mettere al sicuro gli interessi privati di chi illegalmente sovvenziona la politica, o fa arricchire qualche dirigente di impresa con poche decine di migliaia di euro in cambio di un appalto pilotato, chiunque sia il narratore, in effetti ci possiamo inventare la LOTTA VERA A CHI PAGA LE TASSE, che ultimamente mi pare invece la propensione verso la quale si tende ad andare.
SUL RECENTE AUMENTO dell’IVA dal 20 al 21%
Qui la questione vera non è l’1% in più o in meno, ma la famosa apoteosi sul tema “IVA per cassa”. L’IVA è una partita di giro che da una parte entra e dall’altra esce. Sono soldi “finti” e di nessuno, come li chiamo io. Potrei pagarne (e di conseguenza compensarne) il 25, il 30 o il 50%, paradossalmente cambierebbe poco. La cosa realmente grave è che mentre le imprese pagano l’IVA anticipata ogni mese su tutte le fatture che emettono verso un cliente, il cliente il più delle volte paga quando vuole e comunque mai prima di 60-90 giorni (nel caso di industrie o privati di medie dimensioni) e 120-200 giorni nel caso di PA o altri enti pubblici. Se la liquidità che serve alle imprese per autosostenersi e pagare i propri oneri e dipendenti ogni mese viene meno, in un modo o nell’altro, per anticipare allo Stato o al fisco tutto ciò che il mercato e lo Stato stesso si riservano il diritto di riconoscerci per meriti, lavori, cose fatte quando vuole, può o desidera, è evidente che le imprese o chiudono o si indebitano entrando in un circolo vizioso che apre altri temi morbosi e pericolosissimi quali le mafie, le banche opportuniste, le casse integrazioni e via dicendo… Per risolvere questo nodo, ambo i sensi, e con una botta sola per imprese e Stato, sarebbe già abbastanza concedere alle imprese di versare l’IVA non più in forma anticipata, ma quando di fatto le imprese stesse incassano i propri crediti verso i propri clienti. Non pretendo di proporre altrettanto per le tasse, che avrebbe evidentemente implicazioni di altro genere, ma per l’IVA si, visti i recenti provvedimenti che denotano secondo me una certa gravità della situazione complessiva in generale. Sarebbe già qualcosa…

Difficoltà: Facile. Questa, se la vogliamo fare, si chiama: SOSTEGNO ALLE IMPRESE (e neanche tanto..) apartitico e apolitco per il bene di tutti; se invece, anche qui, vogliamo far finta che l’1%, prima o dopo in più o in meno, sia la magica elemosina che ci mette al riparo dal debito pubblico ok… Ciò vuol dire che anche in questo caso, così facendo, stiamo curando l’effetto e non la causa.

SULLA RAPPRESENTANZA DELLE PARTI SOCIALI

Non se ne può più e quasi quasi non avrei da dire nullaltro… I sindacati paralizzano le città, i precari (immemori della loro origine reale, che ormai si sentono anche loro una parte sociale riconosciuta) s’incazzano, i giovani si lamentano, Confindustria se la piglia col governo e il governo con i giornalisti, i giornalisti con Berlusconi e Berlusconi con i giudici, i giudici con Ruby e “la banda del buco” e, morale della storia, Ruby alla fine è lo spasso sociale di un Paese in cui Giuliano Ferrara cerca di mantenere un contegno super partes. Mo’ dico io, ma si può? Tu lettore, se ci sei, fatti un attimo l’esame di coscienza e domandati se e cosa fai davvero per rendere migliore il mondo in cui viviamo, perchè qui il problema comincia a diventare primitivo, basilare, non so come dire. Equivale ad andare in bagno a casa tua e sporcare ovunque sapendo che quello che entra dopo di te ti guarderà in faccia sapendo che sei stato tu perchè sei uscito prima di lui… e lo racconterà a quello dopo di sè senza avere a sua volta fatto meglio di te. Nessuno guarda in casa propria. Provo a fare la stessa cosa per un attimo. Dunque…

Se il mio lettore adesso fosse Luigi Angeletti, con il cuore in mano e tanta sincera curiosità, vorrei chiedergli come mai ha scelto di fare il sindacalista per tutta la vita senza mai provare a pensare e a fare il contrario. Gli chiederei anche di darmi una definizione secondo lui consona nel 2011 con il termine “lavoratore” che più usa nelle sue orazioni e anche di spiegarmi se lo sono anche io come imprenditrice oppure no. Sinceramente non afferro la categoria che vuole rappresentare…

Se mi leggesse un precario, o un giovane (che abbia meno di 60 anni compiuti), sarei felice di dargli gratis 10 idee (che sicuramente non gli andrebbero bene) per provare a cambiare la sua vita (con lo stesso spirito con cui forse in parte Biagi pensò e concepì il vero “contratto a progetto” che nessuno ricorda mai per quello che deve essere), almeno provarci prima di dire che non si può, prima di pensare che qualcun altro sempre, ovunque e comunque debba farsi carico di lui in un modo o nell’altro: sapete qual è la novità? Che siamo tutti (esistenzialmente) precari a questo mondo. Tutti, nessuno escluso. L’essere umano nasce precario e vive precario. La vera sfida è sapersi costruire una strada provvisoria a botte di umiltà, di ascolto reale e di voglia di imparare, non cercare di incamminarsi continuamente su quelle degli altri, tantomeno fare della ricchezza altrui il proprio “baluardo del vittimista”. Inutile ricordare tra i tanti l’esempio più recente di Fukushima: è illuminante quanto una disgrazia vera ci renda tutti uguali davanti alla vita.
Se il mio lettore in questo momento fosse Emma Marcegaglia vorrei dirle, con ardore e con passione reale, che prima di parlare di giovani e di imprese dovrebbe occuparsi di conoscere meglio i giovani e le imprese della parte sociale che crede di rappresentare quando su un neo costituito gruppo giovani imprenditori di unindustria del centro solo Roma, una settimana fa, ha presentato 4 candidati su 20 iscritti di cui 10 (forse) praticanti. E’ indice di unione questo? Di rappresentatività? O piuttosto di disperazione, di “fame da poterino occulto”, di distaccamento totale dalla realtà, di piccole cose, di individualismo ferreo, di voler scimmiottare i grandi nei loro più “truculenti affari” che oggi ci vengono venduti quasi come fonte di una salvezza suprema che ci rende così spesso tanto disperati ai nostri stessi occhi?

uanto al governo (qualunque fosse, sia o sarà) a me verrebbe in mente un solo manifesto (di difficoltà facile ovviamente): produrre ricchezza sociale a misura d’uomo per tutti, ripartendo dalle piccole cose di tutti i giorni a dal contatto con la gente. Saremmo tutti molto più onesti, molto più civili e molto più sereni. Se un Paese sta bene nessun governo ha bisogno di “andare in cerca di voti”; il concetto è che se tu mi aiuti onestamente, con il ruolo per il quale nobilmente ti sei proposto a farlo, a vivere meglio io ti voglio bene a prescindere e il mio “volerti bene” lo traduco volentieri in un voto per te. Non me lo devi chiedere. Ma se tu sfuggi ai miei bisogni, alle mie domande, alle mie difficoltà, quanto ai miei doveri, alle mie risposte, ai miei aiuti, alle mie gioie produttive e a quello che io (impresa, cittadino, giovane, anziano o chi che sia) posso darti o posso fare per te, in un sistema il cui equilibrio accomuna tutti, non puoi che annegare nella piscina di fango che sta trascinando tutti noi nella melma di una Italia che Falcone e Borsellino porterebbero in palmo di mano come un pulcino ferito… A volte, proprio perchè mi ricordo quel telegiornale come fosse ieri, mi domando dove abbia mai trovato il coraggio, in un momento storico come quello, un Antonio Di Pietro qualunque di spogliarsi di magistratura e vestirsi di politica… con l’aggravante di essere ancora oggi dopo tanti anni analfabeta, vanificando i sogni e le aspettative di tanta gente impietrita davanti a quella scena.

Bah… avrei un mondo di temi di cui scrivere sulle parti (“rappresentanze”) sociali avendo allargato un po’ gli attori e gli orizzonti interessati, ma mi fermo qui.

SUI MERCATI, 3 COSE PICCOLE A CASO
La posizione è che c’è la crisi. Ok si licenzia, non si trova lavoro, non si riesce a pagare l’affitto e gli unici che se la spassano (as usual) sono i ricchi. Va beh, questa parte la salto, ok. Ne scrissi tempo fa e non ci voglio tornare adesso. Adesso però, perchè ci penso da parecchi giorni, mi voglio incartare a pormi delle domande che dovrebbero interessare tutti noi.
La prima: come mai se c’è la crisi immobiliare Roma (ma non solo Roma) è piena di gru? Case popolari? Magari! Come mai se dove vivo io ci sono case e ville sfitte e invendute da 6-7 anni, continuano a costruire case di tutti i tipi ogni mese? Perchè? Perchè se le aziende sono in crisi e si chiudono botteghe, all’Eur si affittano uffici (anche li sfitti da almeno 3-4 anni) con pezzature minime di 1000 metri a prezzi da mirabilandia? Chi ha interesse a tenere ferme intere fette di mercato? Perchè? E soprattutto perchè si continua a spingere la gente ad immobilizzare i propri risparmi su case, locali o immobili che non rendono senza mai spiegargli che oggi ci sono tanti modi per investire le proprie risorse, anche poche o pochissime, anche per sè e su di sè? Detto da una che sta avviando una nuova impresa global nella mansarda di casa sua con investimenti minimal mai registrati nella storia del risparmio da record… A dirla tutta, il problema è che molto spesso le persone non ascoltano, la gente non sa e non vuole nemmeno sapere. Purtroppo mi rendo conto sempre di più che l’Italia è questa, quella del Gigi Proietti de: “Ma lassa fa, ma chi too faffà… ma che temporta…”.
La seconda:
come mai se posti fissi non ce ne sono più per nessuno, nessuno inventa i posti mobili? Pensa che figata, che fantasia, che varietà! Un altro vivere proprio! Ogni giorno faremmo tutti un mestiere diverso nel rispetto delle nostre migliori attitudini e proprietà. Se servisse ad accorpare anche aziende in difficoltà sarebbe geniale. Allora si che faremmo una vera rivoluzione del merito, senza fannulloni ma piena di talento, e una politica di rilancio vero dell’economia. Dimmi quante e quali cose sai fare e io ti impiego nel modo migliore a poterti permettere di farle tutte. Il futuro del lavoro è questo del resto, benchè mia zia si ostini a fare la fila in banca e non voglia capire che ad 80enni come me, un giorno molto lontano :-), lo sportello in banca per le operazioni di routine non servirà più. E’ già così oggi, che senso ha cercare ancora un posto fisso in banca? Mmmah…

La terza: come, in tempi di crisi, stanno in piedi negozi come White Gallery dove non entra una persona in un giorno che sia una e dove un paio di pantaloni continuano a costare 2.500 euro da 2 anni? E se nessuno ci entra come fanno ad arrivare camion di vestiti, borse, scarpe, ecc. tutte le settimane? Dove li vendono? Come li danno via? A chi li danno? Considerando che parliamo di una struttura che occupa un mezzo palazzo che a occhio e croce varrà… boh… tra i 50 e i 60 mila euro solo di affitto (al mese)… e di commessi che scappano da tutte le parti quando entri e provi a chiedere 2 informazioni… quale funzione reale ha un posto del genere? Ecco, di fronte a queste perplessità per me di grande sbigottimento mi vengono sempre in mente solo 2 posizioni da tenere: a) mi turo il naso, non vedo, non so, non chiedo; b) mi interrogo e rendo il mondo partecipe delle mie riflessioni perchè le risposte di noi tutti sono sommerse in un… cassetto di questo negozio magari nascoste da sciarpe di lana… Tutti vogliamo delle risposte, ma in pochi cerchiamo davvero di ottenerle (che non è proprio uguale a lamentarsi e basta come viene più facile a tutti noi), solo che quando qualcuno tira la corda poi …”Eh, va beh, ma dai, ma che te ne importa! Ma pensa per te tanto è tutta ‘na schifezza!”.

Giù le mani dalla verità

Il succo questo è. Si finge tutti. A vario titolo, in diverso ambiente, contesto o manovra, tutti si teme di dire quello che non si può; si scrive con pudore e con paura di essere apertamente veri per non ledere gli interessi propri e/o quelli delle persone che “ci occorrono”, che ci possono essere di aiuto in tante cose. Che te ne fai di un disabile o di un anziano? Ti serve giusto un attimo per lucidare quello strato di vana tenerezza che non ti apparterrà mai, ma in realtà appaga il tuo status moralista sugli aiuti alle famiglie, alle scuole, alle imprese che assumono persone con handicap… Per ogni governante (di ogni parte, tipo di potere, ambiente, contesto, provenienza o sesso) che passa il proprio tempo a raccontare agli altri – disinteressato nell’animo – cosa si dovrebbe o non si dovrebbe fare, esistono almeno 3 persone a lui sconosciute che lo fanno…
La verità non è più di questi luoghi da un pezzo, altrimenti qualcuno avrebbe anche la faccia di darci tante risposte sugli appalti truccati e sui trilioni di euro che scompaiono di anno in anno per fare cose che non si fanno, che non si vedono e i cui effetti altro non sono che tesi e antitesi di teoremi esposti per non essere compresi e fatti per non essere visti. Quando sento parlare di borsa in prima serata al tg mi torna sempre mia nonna in mente che tanti anni fa, davanti allo stesso media (che oggi col digitale terrestre non sarebbe più riuscita a vedere) mi diceva sempre: “Io mica lo capisco quello che dicono. Mi piace sentire le voci che mi fanno compagnia”. Borsa su o borsa giù, la sua preoccupazione sarebbe stata sempre e solo quella di sfornare pizze di Pasqua a sufficienza per tutti i figli e tutti i nipoti, anche quelli degli altri se aveva tempo in più… Mia nonna non capiva di borsa e tante nonne di tanti miei amici ancora oggi non capiscono niente di borsa. Pensiamo che l’andamento della borsa sia una notizia da prima pagina, un quid che occupa i nostri bilanci e le nostre imprese o le nostre cose di tutti i giorni, ma non è vero. Io mi chiedo piuttosto quanti di questi imprenditori (mediamente lontani dall’immagine del Tronchetti Provera noto ai più) davvero capiscano di borsa, a quanti di loro la vita cambi o non cambi con la borsa, quanti di loro passino notti insonni a guardare il soffitto in preda alla visione dell’indice Nasdaq o invece dell’anulare senza fede che una moglie esaurita dalla durezza di una vita stanca gli ha tirato via pochi giorni prima nell’insano equilibrio in cui perdono i valori e vincono i poteri…
Si pubblica perfino l’elenco dei nomi della “gay politìc” pur di non toccare la verità. Pure i blogger ormai difendono la libera rete per poi scrivere notizie da numeri. Tanti lettori=tanti utenti=tanta credibilità. Boh, se lo dite voi… Tanto lo sanno tutti che io scrivo, agisco e penso per conto mio. E’ ciò che mi rende libera, o come dicono in tanti… ciò che mi rende folle.
…Chiunque sia arrivato in fondo a questo post ne faccia liberamente l’uso che crede.

1 commento su “Il pulcino ferito”

  1. t'ho letto d'un fiato, continuamente affondi le unghie nella carne dell'organo coscienza, non permetti al pensiero di organizzarsi.l'unica regola che sale dai neuroni assonnati dice:" se mi facessero recuperare l'IVA, chiederei a tutti la fattura, invece di risparmiare pochi spiccioli..e contribuirei direttamente alla lotta contro l'evasione fiscale!"

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