Caro Mario, portati l’ombrello…

Caro Mario, nell’arduo compito che attende col forcone di vederti protagonista tra un respiro di sollievo e l’altro, fuori dalle tante pagliacciate che da almeno 3 anni ormai dominano le nostre (tutte in ogni dove) classi dirigenti, ti prego di non avere scrupolo alcuno nel domandarti se sia o meno il caso di pensare anche, ogni tanto e giusto il tempo che occorre, al “bene comune” e al futuro di ciò che nelle mani e nelle vite dei nostri giovani rimarrà. So che la questione può sembrare fuori moda coi tempi che corrono e che la gestione della cosa pubblica nei suoi affarismi prioritari è il primo storico dramma di questa nazione, ma forse investire (anche) su una diffusa riconquista e affermazione del “bene comune” aiuterebbe a riconciliare in parte gli animi, gli umori, le virtù e la fiducia di un popolo che oggi non ha di meglio che concentrarsi sulla superstiziosa leggenda del 11-11-11, tanto è il disgusto e la preoccupazione di tutto ciò che ne circonda la sua migliore natura umana di nobile essere vivente. Lungi da me confondere la democrazia col populismo, ma oggi nel bene o nel male si volta pagina. Silvio Berlusconi, come una profezia anti demone, da oggi è storia dei nostri tempi e, se mai avrà una seconda occasione, “la cosa importante” nel comun pensare è che sia finita un’era, quasi come la caduta di un indomato e indomabile dittatore d’altri tempi.

Silvio Berlusconi

E così, caro Mario, il semplice quadro che ti vedrà intento ad operare un delicatissimo intervento cardiaco a cuore battente, la cui cornice non sarà di certo il parlamento e i suoi burattinai, bensì quel lumicino su cui si fondano le riserve di speranza umana, civile e sociale, di ogni italiano che abbia nella mente e nel cuore di veder risorgere questo Paese da un delirio di sbriciolati scollamenti a tutti i livelli, fissa oggi il proprio chiodo su una parete di polistirolo; è un muro sul quale ognuno scrive la sua, pensa quello che non dice e fa quello che serve a non sembrar meno di nessuno in un periodo storico in cui è facile primeggiare tra chi non conosce i congiuntivi e chi non declina la propria vita in dieci righe di Cv perché reduce dal cilindro di tanti… maghi di partito. Ebbene si, ora tocca a te (allo stesso Mario Monti, segnalato all’Europa nel 1994 dal neo dimissionario Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi), soddisfare l’aspettativa di chi sbandierava telefoni e fischi fuori dai portoni del Quirinale fino a poco fa.

Certo è che se, da un lato, “il caloroso benvenuto ti rende grazie per la tua presenza”, dall’altro (converrai) è sconsolante, per non dire vergognoso che si sia avuta la necessità di “richiamare la maestra in classe” per evitare che studenti maggiorenni “da qualche giorno”, incapaci di garantire perfino a se stessi una autogestione dignitosa, continuassero a tirarsi addosso la carta della merenda. Fine della ricreazione! Abbiamo perso tutti. Non ci sono né vincitori né vinti per come la vedo io.
La crisi è globale come lo sono le opportunità, lo debbono essere le scelte strategiche come quelle politiche e i rimedi che si sceglie di attuare nel momento in cui si è consapevoli che nessuno potrà mai invertire la rotta del tempo o il corso degli eventi nel modo in cui accadono. La storia si scrive dopo, non prima. Le cose accadono e gli eventi spesso hanno sovrastato l’intera umanità suo malgrado. Ciò che avviene prima serve a porre requisiti o a istituire inevitabili condizioni di partenza; il presente può segnare un orizzonte attorno al quale ipotizzare scenari, rotte da seguire o tempeste da evitare, ma in sintesi è immutabile  nella sua immediatezza già per il solo fatto di essere una realtà e non una ipotesi. Se partiamo da questo siamo a metà dell’opera perché oggi non ci sono mari o Monti che abbiano una cura miracolosa a quei mali d’Italia inculcati nelle radici della storia di un Paese da sempre complicato e mai contento:
Renzo Bossi, figlio di Umberto
1) non abbiamo una classe dirigente futuribile a tutti i livelli (dalle associazioni di rappresentanza, al governo, dalle aziende alle parti sociali); quelli bravi, per lo più salvo rarissimi casi, sono fuori dai sistemi, non dentro, per diversi motivi: a) rappresentano una minaccia dei “non sembrar meno di nessuno” di cui sopra; b) sono profondamente disinteressati e demotivati da un clima che tronca il merito e il talento imbracciando moto seghe a doppia lama per “premiare” un Renzo Bossi AKA il Trota, un Tonino junior o un qualunque figlio di La Russa (che non vanno necessariamente esclusi a priori, ove in grado di risultare preziose risorse umane per il futuro politico di questo Paese, ma hanno sicuramente il dovere di essere trattati al pari di chiunque altro); c) sono impegnati a tirare avanti l’Italia che produce per garantire un presente dignitoso alla propria vita, e molto spesso a quella altrui, oppure intenti a donare all’estero le proprie preziose competenze in un mondo globale che “ce le restituirà” (forse) tra una decina d’anni a caro prezzo;
2) abbiamo smarrito i valori e le caratteristiche umane necessarie a poter dominare gli animi e a tenere in caldo lo spirito in un contesto socio economico come quello attuale; se della cristianità, più che cooptare voti o improbabili alleanze, ritrovassimo i frutti etici e morali di una società alla deriva forse avremmo qualche chance di recuperare almeno le tradizioni, il buon uso dei valori, qualche piuma d’etica e un moderato senso del dovere in grado di indurci a comprendere quanto questa nazione sia soprattutto frutto della nostra svogliata e disinteressata lena da pantofolai…; 
3) siamo tutti antagonisti e protagonisti di una globalizzazione quasi unicamente frutto dei soli risultati del libero mercato privo di regole, privo di etica, privo di sostenibilità e molto spesso privo di competenze, che piuttosto abbonda di atroci scorrettezze, di tanta ignoranza collettiva, di mancanza di merito e dequalificazione delle parti in causa e di …troppa politica dalle mani in pasta;
4) tendiamo a riporre aspettative (dalla scuola alla politica, dalle imprese alla Chiesa)  in ciò che non può e non è tenuto a soddisfarle: l’educazione è un dovere della famiglia, il diritto è un dovere del lavoro, la produttività è un dovere dell’economia, la cultura è un dovere della scuola… eppure oggi rischiamo di mettere in crisi perfino la visione sociale di chi fa cosa, di come lo fa e del motivo per il quale dovrebbe farlo; ed ecco che (forse per magia?) “lo zio Monti” diventa il salvatore della patria;
5) viviamo nell’era del low cost a scapito di ogni altra cosa, qualunque sia il contesto: se in Turchia si muore (per 50 euro al mese) di silicosi per produrre jeans schiariti a sabbiatura (che arrivano sul mercato a 1000/2000 euro a paio) e nessuno lo sa, spopolano servizi d’ogni tipo offerti da multinazionali a prezzi da monopoli per produrre risultati evanescenti, progetti che durano 6 anni senza riuscire a funzionare mai, o servizi finanziari in piena regola e in prima pagina in tempi di crisi anche quando la borsa è in mano a dei …borseggiatori legalizzati e le notizie di prima pagina sono in contraddizione con i banner pubblicitari perché, nonostante tutto, continuano ad essere lo specchio delle attuali logiche di profitto, quasi sempre soprattutto speculativo e inopportuno…
Quasi 3 anni fa ponevi interrogativi e questioni economiche che oggi sono le specchio di ciò che tanti di noi, già allora, immaginavano avere il grande e dirompente potere, anche popolare, che adesso di fatto hanno. Seppur io ritenga che un governo tecnico sia la chiara espressione del fallimento di una nazione, declinato a tutti i livelli, sebbene inserita in un contesto socio economico di difficoltà globali, auguro a chiunque con te si occuperà di gestire questa fase di transizione delicata e importantissima, di porre avanti allo slogan di partito e alla propria ambizione prossima di potere gli interessi di un Paese che merita di essere un vanto nel mondo. Ciò detto e augurandomi, per il bene comune, che questa svolta segni un passo importante nella ripresa di un consolidato equilibrio duraturo nel tempo e necessario a tutti, chiudo questo post disillusa da sempre che in questa Italia i nostri problemi portino il nome del Berlusconi di turno. Questo è un Paese in cui le storture sono mala abitudine da sempre, insite nel nostro DNA, come l’evasione fiscale o il qualunquismo. Desiderare di essere migliori di ciò che siamo non ci ha mai appassionati più di tanto e, in fondo, il fatto di essere dei miseri esseri umani non ha mai elevato i nostri “finiti poteri” a poter ambire di diventare… meglio di così. Prepara lo scudo caro Mario. Finito il brio della superata marcia anti berlusconi gli italiani saranno pronti a dire no anche a quello che verrà dopo, e dopo ancora, e così via… Siamo fatti così, è più forte di noi. Siccome non capiamo che un uomo solo non ferma un tornado, preferiamo far finta che sia una bella giornata di sole… Regalo di buon auspicio a Mario Monti? Un bell’ombrello che lo tenga asciutto dal diluvio universale… Speriamo bene, nonostante tutto. Buon lavoro e in bocca al lupo.

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