Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Amen.

Il problema vero di questo Paese, soprattutto tra “i più giovani” (se fino a 40 anni si possono ancora chiamare tali, come in Italia pare che sia), è che predicano bene e, nella maggior parte dei casi, razzolano male. Chiedono equità e diffondono ingiustizia; cercano riconoscimento e meritocrazia e poi stringono alleanze dinastiche e clientelari; espongono le bandiere della pace e poi tirano sassi ai blindati dei carabinieri; sventolano stizziti le gigantesche beffe di zio Silvio e poi rubacchiano e menticchiano all’occorrenza; se la prendono con Valentino Rossi che evade e poi però non fanno lo scontrino se hanno un bar o non chiedono la fattura al dentista per risparmiare… A dire il vero, mentre mi vengono in mente tanti esempi come questi, mi rendo conto che la mancanza di valori certi nella vita è un male senza età, senza nazionalità, senza estrazione culturale, senza sesso… E’ un male, punto.La questione, a mio parere, non è tra chi ruba di più e chi ruba di meno, ma tra chi ruba e chi non ruba; la  vera finezza non è tra chi è più onesto e chi lo è meno, ma tra chi lo è e chi no; la vita vera non è di chi sceglie come gestire la verità delle cose ma di chi ha a che fare con la verità delle cose per quella che è. Ci sono dei valori assoluti che in quanto tali sono indiscutibili, quanto preziosi, quanto non negoziabili. Io non posso e non devo essere onesto o educato o bravo o buono rispetto ad un parametro di riferimento che lo è più o meno rispetto a me: o lo sono o non lo sono. Se ammetto “la misurazione soggettiva”, accettando che ne abbia una, di un valore assoluto rispetto ad un parametro di riferimento, ammetto un mondo nel quale tutto sommato…: il dentista che non mi fa la ricevuta è più onesto di Valentino Rossi che evade troppo; oppure siccome rubano tutti (chi più chi meno) allora rubo pure io perché la disonestà degli altri mi rende povero; oppure se mi costa meno, senza fattura è meglio (però poi mi lamento perché pago le tasse al posto di tutti quelli che, non facendosi fare la fattura da nessuno, pesano alla fine anche sulla mia contribuzione)… Altrettanto valgono esempi del tipo: io me lo merito perché ci sto da prima (poi se non sono capace chi se ne frega) o io sono più onesto perché (anche se rubo) guadagno meno. Ma che significa tutto questo? Come siamo arrivati a questo punto? Con una sola risposta: quella che attraversiamo è in realtà una gravissima crisi di valori.

Un paio di giorni fa ero a pranzo con 2 persone in un posto qualunque: 7 euro primo e contorno (o secondo e contorno) a scelta, come tanti di questi tempi. C’erano 3-4 indiani in cucina, un italiano a servire ai tavoli con l’aiuto del padrone del ristorante e 90 coperti in un’ora. E’ un posto nel quale si mangia piuttosto bene per quello che si spende e che riesce evidentemente a tenere i costi compressi tenendo stretto il personale al minimo necessario e magari risparmiando qua e la su stoviglie e tovaglie, ma alla fine dignitoso, pulito e, come dicevo, qualitativamente buono dal punto di vista culinario. Ora, è ovvio che se tu vuoi mangiare bene, stando seduto, servito a tavola, al calduccio, vicino al “posto di lavoro”, con una cucina tutto sommato genuina… ma vuoi anche e soprattutto spendere 7 euro, da qualche parte ti devi accontentare. Significa che il servizio non sarà impeccabile ogni secondo, che magari la volta che piove aspetti anche mezzora e che qualche piatto finisce prima del tempo se arrivi a pranzo alle 2, ma del resto che vuoi? Cosa vuoi tu? Spendere 7 euro per essere servito come un re? Tu vuoi spendere poco e avere il meglio. Ecco fatto, ci risiamo: questo è il lato insano della globalizzazione che, aggravato dall’assenza più totale di valori assoluti, ti ha lasciato intendere il massimo al minor costo per effetto di una concorrenza sciacalla che, invece (come altrimenti non potrebbe essere), per farti contento non può far altro se non ridurre il personale, andare in cerca di un minor costo del lavoro, tagliare sui mezzi, sui contenuti, sui servizi accessori, sulla forma, sull’educazione, la cortesia e tante di quelle stesse cose delle quali, appunto, ti lamenti spesso quando vengono meno a te… Non te l’avevano detto? Mm. E’ così. Riducendo all’osso un esempio chiaro, dovrebbe essere il motivo per cui Burberry si può permettere 5 commessi anche a negozio vuoto e a tempo pieno in pieno centro a Roma e l’indiano con la bancarella su strada al laghetto dell’Eur no. Di fatto una camicia da Burberry la paghi un trilione di euro, mentre una camicia “equivalente” (che però non ha all’interno un polsino con quegli orrendi quadrettini beige e marroni) la paghi come un tozzo di pane, o quasi. E invece no! O per lo meno non è così semplice.
Il problema non è che tu non puoi spendere di più perché c’è la crisi. Nessuno mette in dubbio questo. La popolazione è in difficoltà, lo sappiamo, ma la difficoltà è sorta in questi anni soprattutto a causa di quel meccanismo insano e perverso secondo il quale il capitalismo ci ha convinti di volere tutto e di necessitare di tutto al minor costo possibile perché… tanto c’è la globalizzazione (che invece di per sé avrebbe il potenziale smisurato di una grandissima opportunità, anche etica) e qualcuno che ti vende la stessa cosa a meno da qualche parte in giro per il mondo lo trovi di sicuro. A scapito di cosa non è mai stato dato di saperlo, ma col senno di poi direi che lo si “comincia” ad intuire, nel caso qualcuno avesse ancora qualche dubbio…: basso costo del lavoro, sfruttamento legalizzato, tanti e pessimi anziché pochi e bravi… e tutto questo si è insinuato come un virus letale in ogni aspetto della nostra quotidianità fino a far prevalere il look sulla sostanza, la forma sulla morale, l’arrivismo sull’etica, il potere sulla dilazione di una maggiore e migliore umanità sociale e culturale condivisa e infine… l’odio sulla cultura dell’amore e della fratellanza.
Una economia senza etica è il peggior male del nostro mondo di oggi (vorrei essere stata io ad aver scritto questo meraviglioso libro di Hans Kung “Onestà, perché l’economia ha bisogno di un’etica”) quello per il quale l’essere umano arriva a commettere i peggiori delitti (siano essi morali o sociali) e ad ambire a quel discutibile potere che soddisfa l’economia, che rende la politica intrisa di interessi personali e soggettivi o l’associazionismo una loggia massonica di personaggi in cerca d’autore, che fa delle imprese imperi di sfruttamento delocalizzati ovunque nel mondo e dei giovani degli insoddisfatti perenni che non capiscono perché non possono fare gli avvocati in un mondo già troppo pieno di avvocati… Un prete che scrive di economia e te la spiega anche attraverso le sacre scritture è un dono da non perdere.
Il frutto marcio di questo schema è nella pistola dell’anziano marito che, per disperazione, uccide la moglie di 80 anni malata di Parkinson quanto del Tanzi di turno che suonava una sola nota tra milioni di note nella composizione della perfetta melodia di un annunciato disastro epocale.
Ma perché l’economia ha bisogno di un’etica? Perché senza quest’etica, pur di farti spendere solo 10 euro per un paio di jeans, io (che sono un capitalista privo di quei valori assoluti di cui sopra) sono disposto a pagare un turco 2 euro al giorno (in nome del minor costo del lavoro) che 24 mesi dopo morirà di silicosi (per la quale la ricerca per contro senza soldi non ha ancora trovato una cura) perché: se da un lato l’alta moda oggi i jeans schiariti a sabbiatura te li vende (o quanto meno ci prova) a 1000 euro da White Gallery (spendendo all’origine molto spesso la stessa cifra se non meno di chi te li vende a 10), dall’altro lato chi non se li può permettere, ma – in nome della comunità dell’apparire – li vuole lo stesso, li compra altrove, ma li compra. La questione quindi non è dire che “siccome ho speso meno ho fatto un favore alla mia coscienza da sprecone pensando a chi muore di fame perché così ho risparmiato non potendomeli nemmeno permettere” (che più o meno è il paradigma che generalmente assale questo tipo di consumatore che notoriamente non è che per questo faccia poi beneficenza dalla mattina alla sera) ma chiedersi “Perché costano così poco questi jeans? Come è possibile? E perché voglio proprio questi? Un altro paio di jeans non vanno bene lo stesso? Cosa c’è dietro al mio risparmio? Possibile che “il bello” della globalizzazione si limiti a rendere tutto così facile? Tutto qui? Ma allora perché ce l’ho tanto con i cinesi se poi sono pronto a “vestirmi di capitalismo”, a desiderare/necessitare di spendere meno, a condannare chi mi toglie il lavoro, a chiudermi a riccio nel mio nido di sostentamento?” Uuuuhhh… Hai voglia a chiedersi cose se qualcuno ci avesse spiegato che, alla fin dei conti, non era tutto oro quello che luccicava! Peccato che invece di spiegarcelo ce l’hanno servito direttamente a tavola sotto forma di piombo liquefatto. Ma a voi non mancano mai dei pezzi? Eppure Dio ci ha fatto il grande dono dell’intelligenza. Se manca quella propria si può perfino ricorrere a quella collettiva. Se manca anche quella collettiva abbiamo il dono della curiosità. Se non siamo curiosi siamo stati dotati di coscienza. Se non abbiamo una coscienza c’è pur sempre quel neo dietro alla schiena che scuote qualche scrupolo. Se non c’è nemmeno lo scrupolo, per fortuna, si è ricordato di donarci gli scoop del Travaglio di turno di sinistra o di destra che tira fuori la penna a forca per aprire i grandi temi (più o meno discutibili) sul Paese e non solo… Eppure tu, nonostante tutto questo, rispondi “Eh! Ma se non mi faccio fare la fattura… risparmio”. Sei sicuro? Ma, io dico, quando vai al supermercato a fare la spesa, alla cassiera gli chiedi se la puoi pagare in nero? No perché l’iva sta anche sui biscotti o sulla carta igienica che usi per un fine vomitevole, lo sai? Non sono “più sprecati” quelli che usi per pulire il cesso col Viakal invece di quelli che dovresti dare al dentista, all’omino della caldaia, all’idraulico, all’estetista o al parrucchiere (che per farti risparmiare non ti fanno la fattura o la ricevuta) in nome di un ben più utile e servibile bene comune? “Eh! Ma tanto lo fanno tutti e la maggior parte sono peggio di me – (eccolo il parametro di riferimento che colpisce ancora!). E comunque risparmio”. Finalmente! Allora dì che non te ne frega una mazza del bene comune che va un tantino al di la di quello che serve solo a te per campare (dove il verbo “campare” secondo i tuoi standard prevede che tu debba passeggiare su un paio di Adidas a tutti i costi – magari comprate appunto con l’iva non pagata all’estetista che, a sua volta anche grazie a te, non dichiarerà quello che dovrebbe al fisco – o che nella tua scala di valori – che valori non sono – si possa rinunciare ai figli che costano ma non alla domestica, alla macchina, al parrucchiere, all’armadio pieno, alle vacanze, all’ipad, pod, ped, pop…) e così trovi anche una buona ragione per non rompere le palle a Valentino Rossi che NON paga le tasse QUANTO te. “Eeee… ma lui di più di più di più…”La misura, ammesso che ne abbia una, di un valore assoluto non è nella quantità, ma nella QUALITA’ delle scelte che fai. O sei onesto o non lo sei. O lo fai o lo predichi. In entrambi i casi il tuo vero valore assoluto, se davvero lo è, non è più o meno rappresentato rispetto a quello di un altro, indipendentemente da chi sia l’altro. Come dico sempre, se vivessimo in un mondo privo di televisione, di radio o di giornali, e tu non avessi modo di sapere nemmeno che esiste un essere umano di nome Valentino Rossi che evade, il tuo “parametro di riferimento” verrebbe meno. E allora che faresti? Con quali modi, mezzi o parole potresti dare un valido sostegno alle tue tesi per poter negare un valore assoluto? Rispetto a cosa o a chi? In genere in questo caso la risposta è che: “però siccome i giornali e la tv invece esistono allora io lo so e quindi mi comporto di conseguenza”. E che ti devo dire? Contento te, io no. Sappi che il tuo atteggiamento, come quello di molte altre persone come te, pesa sulle tasche, sulla vita quotidiana, sulle difficoltà, sulle scelte e sulla mancanza di lavoro di molti altri che invece a questo ci pensano eccome e, malgrado te, non prendono né te né Valentino Rossi come riferimento per fare altrettanto, anzi. Del resto, secondo la soggettività dei valori assoluti, anche Rossi avrà “la sua scala”… e quindi perché lo giudichi? Pensi che se invece fosse “più onesto” di come tu lo conosci la tua vita sarebbe diversa? Vivresti meglio tu? Avresti dei vantaggi esistenziali dal sig. Valentino Rossi se pagasse tutte le tasse che non paga? Beato te, figlio mio! Sapessi quanto è ben più grave e grande il quadro completo della situazione generale che ti inquieta così tanto solo quando ti ricordi, quando lo sai, quando te ne accorgi o quando i media ti fanno credere che “la tua infelicità dipende da Briatore”, lo stesso “idolo” che vorresti emulare quando invece pensi di avere una barca ormeggiata a tempo pieno in un porto di mare. Non è vero? Allora sicuramente lo odi perché è un disonesto, un arricchito, un imprenditore schifoso… Za, za, za! E come no… mi pare di guardarti negli occhi mentre leggi se sei arrivato fino qui e hai capito quello che scrivo: si chiama invidia che, per colpa di un peccato proprio, chiama in causa il peccato altrui della mancanza di onestà (se non avesse avuto la barca, la macchina o le donne, te ne saresti fregato dei peccati di Briatore che evade il fisco)… Tranquillo, si cura, se vuoi un rimedio c’è. Comincia a fare i conti con te stesso e vedrai che andrà meglio…

Vedete, secondo me, il problema vero di questo Paese non è tanto nel fatto che ci siano i buoni e i cattivi, i puri o gli impuri, i cristiani o gli atei. Il problema vero è che siamo tutti troppo pronti a puntare il dito in una direzione che sia diversa dalla nostra. Sono andati in crisi i valori assoluti, non gli spread, i governi, i bond, i btp o le imprese. Qualcuno “più colpevole di noi” a dare una misura minore ai nostri  misfatti o addirittura a giustificarli in toto, secondo la nostra scala di valori (che se fossero assoluti non sarebbe soggettiva) c’è sempre, e da questo cerchio di non vita non usciremo mai purtroppo perché l’essere umano di per sé, in quanto tale, è “limitato”. Più di tanto dunque non possiamo attenderci di raggiungere – in questa vita – un mondo perfetto nel quale “si viva di pace, di amore, di gioia e… di onestà”. Però, io credo che, nel momento in cui tutti ci si eleva a voler essere dei grandi moralisti, nessuno debba negare a se stesso il dovere di chiedersi cosa nel suo piccolo può fare per essere un giusto, non un “migliore di” rispetto ad un altro, ma un giusto rispetto ad una scala di valori assoluti, riguardo ai quali, indipendentemente da come la si pensi, è necessario ripristinare nel modo più fermo e indiscutibile le nostre vite e quelle dei nostri figli, dei nostri giovani, ma anche dei nostri anziani. Finché il nostro modello di riferimento sarà un essere umano come noi, nessuno di noi sarà mai migliore di nessun altro. Questo è quello che penso io e, siccome le tasse le pago tutte da una vita come molti di voi, così come rinuncio a tante cose, e a tante altre no, come molti di voi, tanto quanto ho subito e subisco ogni giorno tante ingiustizie come molti di voi… mi rendo conto che a me “del Valentino Rossi” di turno non me ne può fregare di meno se non mi so confrontare con quei valori assoluti che però chiedo a lui di rispettare. Quando gli uomini capiranno di non avere alcun mezzo per “avere giustizia” in terra e che non spetta a loro pretenderla con mezzi arbitrari o soggettivi che, in quanto propri, non saranno mai assoluti, forse avverranno piccoli e grandi cambiamenti. Prima di allora no. Prima di allora saremo soltanto dei grandi predicatori di giorno e dei grandi peccatori di notte quando, restando soli con l’intima memoria di ogni nostra giornata vissuta più o meno bene rispetto a… Valentino Rossi, sapremo guardare dentro di noi e chiedere a noi stessi… “Ma quanto sono stronzo io?”.

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