Essere fatalisti è quel gioco da ragazzi secondo cui, per inerzia, niente mai dipende da te.

Il fatto certo è che essere fatalisti, come spesso in questo tempo si definiscono in molti, è molto più facile e comodo che credere in qualcosa. Credere in qualcosa, in generale, nella vita, è una tendenza impegnativa. Implica devozione, spesso passione, impegno necessario, amore probabile verso quel qualcosa, fiducia, interesse, condivisione, approfondimento… E’ faticoso credere in qualcosa. E’ un’attitudine che riempie la vita di sacrifici, di sforzi, di pensieri e preoccupazioni, di scelte responsabili…
Credere in qualcosa è faticoso tanto quanto essere fatalisti è oggi quasi frivolo, accomodante. Trovo per altro che sia un po’ beffardo e banale definirsi fatalisti in un tempo in cui questa nostra società è spesso frutto di scelte assolutamente proprie ed irresponsabili e di stili di vita chiaramente condizionati da tutto e tutti, e meno che mai dal… fato “vero”.

E’ buffo, andando più a fondo, scoprire che invece il più recente destino (assunto erroneamente a sinonimo di fato) non abbia affatto il suo stesso significato. Se vivendo secondo fato ti cade in testa una pietra e “ci devi stare”, vivendo secondo destino ti cade una pietra in testa lo stesso ma potresti preventivamente decidere di cambiare strada e allora potrebbe non accadere…! A un certo punto arriva Zenone che dando voce all’apice dello stoicismo avvisa “si ok, però l’intervento provvidenziale degli dei può ancora e sempre cambiare il corso degli eventi”… e, olè (!), ben presto la Provvidenza fa il suo ingresso nella storia (con una timida e lenta eredità platonica) identificando la sua azione concreta nell’intervento divino trascendente. In realtà per arrivare alla sua reale accezione di affidamento totale in senso cristiano sono molte altre le sfumature e le intenzioni che andranno da quel momento attraversate, discusse, approfondite e contrapposte… Mi viene in mente di suggerirvi “Sliding doors” un film di parecchi anni fa con Gwyneth Paltrow su una versione attualizzata di questi temi che lascia aperti molti spiragli di riflessione.
Pareri di sempre, insomma. Argomenti perpetui attorno al fato, al destino e alla Provvidenza, si affrontano ancora oggi tra leggerezze, supposizioni e svogliate posizioni personali, ma anche rinate curiosità, nuove propulsioni alla ricerca delle nostre origini, bisogno di riscoprire speranze e sogni di vita che iniziamo a capire di non poter affidare alla scuola, al lavoro, alla tecnologia, alla televisione o alla politica a cui le abbiamo sempre chieste senza renderci conto di fare domande giuste in contesti sbagliati. Da tutto ciò abbiamo escluso la Chiesa, la spiritualità, la fede e soprattutto Dio. Ancora una volta ci siamo accontentati, non abbiamo fatto uso della nostra capacità di discernimento, della nostra coscienza soggettiva, del nostro spirito, della nostra libertà di essere diversi nell’avere una autonomia di pensiero e di parola. Il problema non è avere argomenti utili a questo nostro mondo e alla crescita reale di questa nostra civiltà, ma poter operare la libertà di stampa per poter diffondere legalmente un mare di scemenze. Ancora una volta, non ci interessa cercare la verità o essere operatori leali di una informazione utile al dibattito tra le coscienze, ma essere deterministi nella volontà di altri per poter guidare un pensiero, definire una opinione collettiva, diffondere un consenso impopolare, indirizzare idee, pareri e convinzioni. D’altro canto, questo è essere fatalisti oggi: prendere quello che arriva perché tanto è tutta una schifezza; assumere i condizionamenti esterni come fatalità; dividere la storia della nostra vita tra un colpo di sfiga e una botta di culo; non affaticarsi a credere in qualcosa perché stare più o meno in mezzo fa contenti tutti e non nuoce a nessuno; operare in ogni cosa un pregiudizio, perenne fonte dell’opinione di altri; cercare di essere avversi a ciò che non capiamo perché, anche qui, capire costa fatica mentre avere una opinione, anche priva di fondamenti, non è apparentemente discutibile. E’ la cultura della scusa che da sempre ci frega, che da sempre ci rende statici e spesso accidiosi per non dire disperati. E’ la paura che abbiamo di non poter essere padroni di noi stessi, dopo esserci dedicati per anni a fare della ragione la nostra scienza esatta, ad allontanarci dalla realtà delle cose e dalla verità. Mettetevi l’anima in pace: non c’è rimedio alla vecchiaia. Malgrado la chirurgia estetica e i “miracoli” da body farm, le staminali, gli elisir di eterna giovinezza o i maghi, si invecchia; si diventa irrimediabilmente rugosi e flaccidi (per chi ama i tatuaggi il risultato sarà esteticamente devastante… o_O); se vi dice bene, fulminati sulla via della fede, invece che noiosi e patetici diventerete (se Dio vorrà) saggi e autentici… ma inevitabilmente vecchi.
Ora, dico io, quando avrete 90 anni vi pare figurativamente normale parlare ai vostri nipoti di fatalismo essendo invecchiati come tutti? Vi pare normale invecchiare per casualità o non vi sembra più logico farlo involontariamente per causalità? Invecchiare non è un caso, ma una conseguenza frutto di causalità (definite a priori e immodificabili): è una conseguenza del tempo che passa, del corpo che si consuma, della vita che se ne va e traccia su di noi i segni del suo tempo. E allora come farete a spiegare ai vostri nipoti che devono essere fatalisti? A parità di immutabili condizioni determinanti, come difenderete il vostro Credo accomodante? In nessun modo, temo… E’ una teoria indifendibile. Non so se ve ne siete già accorti, ma nulla intorno a noi è frutto del caso, del fato o del destino. Davvero credete che in una esplosione all’origine dell’universo (ancora in cerca d’autore…) ci sia la contraddizione profonda, perfetta, visibile e indiscutibile di un ordine cosmico e di una armonia galattica così speciale? L’uomo capirebbe di essere soltanto un chicco di riso se solo guardasse con umiltà e cuore su cosa cammina e cos’ha intorno.
Scrivere di questi temi sta inclinando la mia penna intorno ad una sfera che scivola sempre più spesso tra la  fede in senso di responsabilità sociale e l’auto discernimento come invito ad una vita nuova, a una vera speranza possibile. Nel mio caso non hanno sicuramente avuto alcun merito la fatalità, il destino o il fato, fasi recondite che ben ricordo già attraversate in passato, ma la fede, la Provvidenza, il Vangelo.
L’omelia di Don Fabio Rosini della scorsa domenica diceva tra le altre cose che “…le cose di Dio hanno i tempi di Dio, avvengono con calma e non bruciano le tappe”. Quanto è vero questo se osservo da fuori dove sono oggi e passando per cosa sono giunta fin qui! La fede è una esperienza che si fa, senza precedenti, che non ha mai bisogno di scuse o di meriti perché ha in serbo sempre e soltanto ciò che è meglio per noi anche quando a noi sembra il contrario. Ammesso che si possa essere fatalisti nella vita, già solo questa è una differenza madornale…

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