Ave Mary, e la Murgia inventò una scusa.

di Giorgia Petrini
aveHo comprato questo libro solo qualche mese fa, mentre, scrivendo il mio, decidevo di dedicarne una parte alle donne. E’ chiaro che il requisito di partenza e come la si pensa all’origine, ovvero se si è o meno credenti, fanno sempre la differenza. E’ altrettanto chiaro che quando si esprime un pensiero, un’opinione o un’idea su qualcosa, la si esprime avendo davanti un certo ambito di riferimento, di persone, di esperienze. E’ chiaro anche il fatto che la storia dell’uomo, lunga e complessa, è fatta di tante cose, di tanti fatti e di tanti suoi protagonisti. Ciò che è meno chiaro è come una donna possa, in 159 pagine veloci di pensiero provvisorio (nel senso che non si capisce mai – alla fine – come la pensa lei di molte cose), esprimere posizioni tanto negazioniste – senza sbilanciarsi troppo – quanto dice di definirsi cattolica e di non essersi sposata in chiesa perché ritiene il matrimonio cristiano “un evento molto importante”.
Ora, per commentare decentemente questo testo ci vorrebbe un altro libro che, per ogni pagina di questo, facendo altrettanto, possa facilmente ribaltare tutte “le tesi” della Murgia, dimostrando che l’antefatto non è in realtà ciò che davvero si pensa, ma ciò che s’intende dimostrare. Non mi soffermo a fare l’esempio della pubblicità, che la Murgia stessa riprende per alcuni aspetti (che in parte posso trovare anche condivisibili), per tornare a dire che la ragione ci da sempre ragione: quando qualcuno vuole far credere qualcosa a qualcun altro, se lo sa fare, ci riesce. Tanti complimenti a Michela, quindi, se tra i tanti suoi lettori in molti l’avranno ritenuta l’oracolo del senso della donna nel ventesimo secolo. Sì, perché ce ne vuole a dire che noi donne tutte, senza esclusione di colpi, siamo in realtà il frutto di un’educazione cattolica che ci ha istruite alla sottomissione fino a renderci vittime del tanto discusso femminicidio; ce ne vuole a definire una delle più belle encicliche di Giovanni Paolo II (la Mulieris Dignitatem) quasi come una bieca operazione di marketing (non si capisce bene per vendere cosa a chi) volta all’affossamento della figura della donna; ce ne vuole per dare del prototipo di santità a Gianna Beretta Molla (ho sentito dire che, sullo stesso tema, altrove non ha risparmiato neanche Chiara Corbella) e della Matahari con sospette intenzioni a Madre Teresa di Calcutta; ce ne vuole per dire che le donne di oggi, poverine, sono tutte sotto il braccio della morte dei principi del male (gli uomini, istruiti dalla Chiesa ad essere dei grandi domatori); ce ne vuole per dire che tra uomini e donne non c’è alcuna differenza e che tutti dovremmo indistintamente fare tutto, essere intercambiabili o munirci di artigli e zappe per affermare ciò che non siamo; ce ne vuole a dire di tutto un po’ e di troppo niente per poi alla fine tirare delle somme che in realtà sono sottrazioni. Ce ne vuole ad aver paura di essere diversi tra di noi quando proprio la nostra diversità, a partire dal sesso, è la nostra miglior ricchezza (in tutte le specie viventi che ha fatto Dio). Non c’è nulla da difendere, cara Michela, e nulla per cui combattere tra noi nel tentativo di sfatare chissà quale insidiosa magagna oscura: gli uomini fanno bene delle cose e le donne ne fanno bene delle altre. Ciò nonostante, siccome il buon Dio è paziente, ci ha donato tanta libertà quant’è la nostra capacità di utilizzarla per fare dei casini colossali (come stiamo – appunto – facendo). Per quanto mi riguarda, quindi, puoi ritenerti libera (per mio conto) dall’oneroso incarico di dover avanzare pretese “a mio nome” per diritti (come l’aborto o il divorzio) che non ho nessuna intenzione di avere, promuovere o sostenere in nessun modo. Come te, potrei dire che conosco qualche altra decina di donne che la pensano allo stesso modo. Per dirla con parole tue, parlo di “tutte le donne che conosco e riconosco”.

Cosa penso io di questo libro che, data la brevità e in parte la prevedibilità, ho letto in 24 ore? Penso che, come sempre accade, ognuno di noi, nella vita fa delle esperienze. Contrariamente a ciò che si pensa, le esperienze che facciamo nella vita NON SONO MAI totalmente indipendenti da ciò che diventiamo, facciamo o pensiamo da grandi. Penso che Michela Murgia abbia dato della sua esperienza un chiaro esempio delle sue “tare” – che evidentemente ha scelto lei, quindi io mi limito solo a riportarlo – quando, tra tutte le cose che poteva raccontare, in tanti anni di militanza nell’Azione Cattolica, ha scelto un evento tanto scontato quanto significativo (descritto a pagina 35-36): un sacerdote autorizza a mandare in stampa una copertina discriminatoria sulle donne, quando lei si occupava del giornalino del gruppo giovani della parrocchia. C’era scritto “Non è colpa mia se sono nata donna”. Potrei dire a Michela che io penso di averne fatte, viste e vissute di ben peggiori di questa e di non aver affatto militato da nessuna parte tanta era la mia avversità verso una chiesa che, nei suoi panni, qualche anno fa avrei descritto molto peggio di come ha scelto di fare lei. Ma non è questo il senso che voglio dare a queste poche righe.

Il succo vero della vicenda è che la Murgia dovrebbe chiedersi se davvero crede in Dio, oppure no. Trovata la risposta a questa domanda, sono certa che pregherà volentieri sia per quel sacerdote, evidentemente confuso, come molti altri purtroppo ce ne sono in giro, che per gli uomini e le donne che hanno ben altri problemi rispetto a quello di essere stati cresciuti da un’educazione cattolica che li ha “per questo” spinti a rincorrere drammaticamente la morte in anticipo giocando a guardia e ladri. Non scherziamo, per favore. Non so di chi o di cosa volevi parlare, ma ti assicuro che la Madonna col femminicidio non c’entra proprio niente. Del resto, invece, ne possiamo discutere…

Milano, 26-11-2009 MURGIA Michela, writer © BASSO CANNARSA

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