La camelia e il fico secco

Venerdì sera ho avuto il piacere di partecipare ad un evento del circuito Girl Geek Dinners di Roma al Red restaurant in un panel di speaker donne molto interessante. Due in particolare mi hanno emotivamente coinvolta in quella dimensione femminile (tipica delle donne) che scuce l’orlo anche al maschio più egemone: Chiara Cecilia Santamaria, ideatrice del blog “Ma Che Davvero?” e del libro “Quello che le mamme non dicono”, e Maddalena Vantaggi membro del team che ha ideato un progetto staordinario dal nome Rifuto Con Affetto.
Proprio da questi due casi, che davvero vi invito ad approfondire, approfitto oggi per dominare la scena opinionista in merito al ruolo della donna nella società, nel mondo del lavoro e in particolare nella tecnologia, gadget pareristico sul quale ho improntato il mio intervento Ignite di venerdì dal titolo “Donne e impresa: la vera impresa è essere femmine.
Tutti sanno che il mio parere sulla tanto discussa leadership al femminile o sulla nostra capacità di avere un posto di diritto nel mondo di oggi (in tutte le sue componenti) spesso non incontra l’ammirazione o la stima delle altre donne. Anzi, credo che non la incontri nella maggior parte dei casi, ma dire sempre quello che penso è più forte di me e non mi posso risparmiare proprio su un argomento che mi è biologicamente così affine.
Il punto è uno, avanti a tutti, provo a scriverlo per vedere se lo scrivo come lo penso. Le donne fanno i figli. Purtroppo o per fortuna, qualcuno ha deciso che dei due sessi, che per convenzione in questo post chiamerò fiori e frutti (camelia e fico secco), quello che avrebbe fisicamente sfornato pargoli lamentosi sarebbe stata la camelia e non il fico secco. Trafila classica: un coaching sulla fertilità, 9 mesi di incubazione e poi lo start up di un neonato che, indipendentemente dal business plan o dal piano di progetto, mangia, dorme, piange e caga quando ne ha voglia, anche senza essere finanziato da qualcuno. Parte del problema di come le donne approcciano alla carriera o al loro desiderio di assumere necessariamente un ruolo competitivo nel mondo rispetto all’uomo è proprio questo. Sulla regola elementare del dover essere mamme, ante tutto, il genere femminile ha improntato tutte (o quasi) le sue principali battaglie esistenziali, professionali, sociali e politiche. Siccome siamo mamme abbiamo bisogno del telelavoro, degli asili aziendali, della maternità, del tempo pieno a scuola, del medico di famiglia, ecc. E qui stendo davvero un tappeto rosso alla Chiara Cecilia di cui sopra che venerdì si è presentata come “imprenditrice di se stessa”, una donna veramente rara…
Avere dei figli è lo status quo al femminile di “un diritto” che eleva l’aspettativa della donna al di la delle sue capacità, del suo saper fare bene o meno delle cose e del suo essere, in modo asessuato, capace. E’ l’elemento che ne governa la predisposizione e le assunzioni in maniera indiscriminata e senza mezze misure. Molto spesso non si chiede neppure cosa sa fare o vuole fare realmente, ma come può ottenere un’identità professionale (di diritto) “essendo mamma” e non ponendosi nessun altro requisito personale se non questo. Non lo penso in modo assoluto perchè conosco decine di mamme cazzute che la pensano come me, ma sulla base della mia esperienza, lo penso sicuramente nella maggior parte dei casi. La camelia sforna neonati, non c’è niente da fare, è una “fattrice” e, in quanto tale, a un certo punto deve scegliere. Se non lo fa, ecco fatto… si sente una discriminata, una disadattata incompresa o un pesce rosso nella pletora dell’orda marea di un mondo maschilista! Ma che gli avremo mai fatto a questi poveri uomini per sentirci oggetto di tanta sopraffazione?
In realtà però questo è solo parte del problema. In un Paese come l’Italia, in cui il numero di donne in valore assoluto è maggiore del numero di uomini, dovrebbe essere femmina perfino il Papa, eppure non è così, perchè? Perchè il resto del problema si compone di tanti spigoli caratteriali come mine nel deserto. Le donne non sanno fare squadra (sempre escludendo rari casi), non lavorano in sinergia, non puntano su se stesse, sponsorizzano gli uomini e, nella maggior parte dei casi, giocano in difesa. Mancano spesso di iniziativa e, forti dello status quo dettato dal “diritto della camelia”, non si preoccupano neanche di essere valutate in quanto capaci o no, ma in quanto femmine.
Il resto del pastrocchio lo fa la società e il contesto in cui vivamo: modelli femminili inemulabili, stereotipi di difesa della carriera “femminista” in tutte le salse, centralità degli argomenti sulla camelia e non sul fatto che profumi o meno, necrologiche ricerche sull’occupazione femminile che annientano qualunque considerazione reale sul fenomeno delle mine vaganti, e chi più ne ha più ne metta…
Io credo che, quando una donna realmente vuole, può. Credo anche che dovrebbe perdere meno tempo a cercare riconoscibilità e merito in un mondo che (con il suo aiuto) ne strumentalizza tutti gli usi possibili e che altrettanto dovrebbe trovare in se stessa tutte quelle componenti che, senza alcuna preclusione, darebbero alla sua camelia diritti e doveri tali e quali a quelli di un… fico secco.
…Ma poi, dico io, vogliamo mettere una camelia con un fico secco?

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