Il Vangelo secondo… a Matteo (Renzi)

Nel pieno della grande corsa vero le primarie, Matteo Renzi guadagna quasi naturalmente punti, attenzioni mediatiche e sincero interesse collettivo. Quasi 188 mila iscritti alla Facebook fan page che, come ben sappiamo, è oggi un indice di valutazione spesso più consistente e più attendibile perfino dei tradizionali sondaggi e 44 mila persone circa che ne parlano via web. Bene. La percezione nuova è che Matteo Renzi piace. Questo lo dicono tutti (o quasi), anche offline. Lo dice anche chi sostiene che però non lo voterebbe perché lo associa ad “un PD vecchio stampo che lo danneggia” o anche chi sostiene già che per certo non lo voterà senza ben sapere come mai… In fondo in fondo, forse lo voterebbe pure, ma una strana reticenza tiene ferma la coscienza. Il fatto è che, indipendentemente da come la si pensi, Matteo Renzi dice spesso cose condivisibili, non universalmente valide, ma comunemente percepite. Lo fa in modo chiaro, semplice e neanche particolarmente “nuovo” di per sé, ma ha uno stile da grillo parlante (quello di Pinocchio!) per grandi e piccini e “quel che basta per essere – tutto sommato – credibile“… forse.
Al di la di quello che più o meno dicono e scrivono quasi tutti, secondo me la vera sorpresa dell’uovo Renzi non è tanto nell’aeroplanino a 3 pezzi (con istruzioni di montaggio) nascosto nella capsula gialla dentro al cioccolato, quanto negli scaffali affianco sui quali a Pasqua gareggiano allegramente le uova… di cioccolato, si intende.
A mio avviso al particolare gradimento dell’uovo Renzi hanno in parte contribuito la scarsa dimensione delle uova concorrenti, imballi e lustrini meno luccicanti, etichette meno accattivanti e spot rivali già visti. Non è tanto Renzi che piace, quanto forse il resto ad essere mal visto…

Ora, diciamo che ci può anche stare che in generale non ci sia mai nessun candidato in nessun Paese e in nessun tipo di elezione con il quale si possa essere d’accordo su tutto, ma io credo che il voto, in qualità di diritto/dovere di tutti, debba onestamente esprimere una scelta che sia frutto di coscienza e umanità, civiltà e cultura, innovazione e tradizione. Fino ad oggi non è mai stato così, indipendentemente dal governo eletto. I risultati degli ultimi 15 anni traducono scelte di pancia frutto di ottime operazioni di comunicazione, di preferenze volatili, per nulla indotte dai contenuti. Per motivi spesso apparentemente indipendenti da noi, non abbiamo perseguito strade davvero volte al profondo significato delle singole “ideologie politiche”, degli intenti, dei fatti spiegati, delle proposte, della qualità delle cose, delle persone, delle scelte programmatiche e dei metodi, bensì scelte attuate con leggerezza e quasi sempre frutto di manifesti, di campagne di promozione mediatica, di talk show televisivi, di convention a senso unico, di palchi verso i quali “proporsi” esclusivamente da uditori… Scegliere di votare dando un altro senso alla scelta che si fa, ci esula dal provare simpatia, gusto, preferenza, gradimento o mancanza di alternative rispetto al destinatario del nostro voto e ci costringe (positivamente) ad attuare scelte di coscienza. Qualcuno ci chiede (in realtà solo apparentemente) come la pensiamo e ce lo chiede dandoci una sola chance di poter fare (forse) la differenza. E’ la nostra occasione, la nostra voce su un capitolo di storia, la nostra capacità di dare a noi stessi prova di ciò che siamo in grado di comprendere e di esprimere e invece, rassegnati a ciò che disse qualcuno tanti anni fa (“Se votare servisse davvero a qualcosa non ce lo lascerebbero fare”), ci limitiamo ad accontentarci di capire quello che qualcuno dice. Banalizzo: vince chi si è fatto capire meglio.  Ma ciò che ha detto a chi interessa davvero? Il fatto che qualcuno sia più chiaro e più semplice, più giovane e più simpatico, più innovativo e più dinamico, è già drammaticamente sufficiente a dare un peso decisivo a quell’unica X che abbiamo da mettere in qualche posto… Tecnicamente, in modo subdolo e inconscio, di nuovo altro non facciamo se non lasciare che ciò che abbiamo davanti agli occhi ci induca (non sempre, certamente, ma molto spesso) a fare quella precisa scelta.
Secondo voi, come si è arrivati a credere che un dominio come quello nazista fosse “cosa buona”, tanto da consentire alla storia, col senno di poi, di narrare attraverso i racconti dei nostri nonni partigiani così tante indiscutibili atrocità? Nello stesso modo in cui oggi crediamo che non si possa mangiare di meglio che un hamburger di McDonald, grazie ad una tenera foglia di insalata verde che svolazzando al centro del video della tv si poggia per magia nel cuore caldo del panino appena spadellato… Banalizzo anche qui che forse mi spiego meglio: tutti credevano che essere nazisti significasse godere di ottima salute, essere belli, avere una famiglia numerosa, vivere da eletti. Tutti credevano. Tutti credevano. Tutti pensavano di aver capito. Credevano che fosse chiaro e semplice come un manifesto di propaganda nazista lasciava intendere. Belli, bravi e forti. E tutti, quindi, credevano questo, tanto da rendere eleggibili e accettabili scelte sbagliate a prescindere e a priori.

La coscienza è un dono e come tale va esercitata nella vita, con pienezza e senso di responsabilità verso noi stessi, verso il prossimo e anche verso il futuro che non vedremo, del quale saranno protagonisti i figli dei figli dei nostri nipoti… Impegnarsi a capire la vera natura delle cose, delle persone e delle idee per le quali ci è richiesto un parere o una opinione è un diritto nella misura in cui assieme alla coscienza ci è stata donata la libertà di scelta, ma è anche un dovere nella misura in cui, proprio per gli stessi motivi, non dobbiamo accontentarci di ciò che crediamo di aver capito. La coscienza sceglie in qualità: è intensa, profonda, mossa dal più alto e nobile impulso al discernimento, alla vita, a verità e fede. Seppure per 1000 futili, chiari e semplici motivi saremmo portati ad operare nella nostra vita in una certa direzione, dovrebbe bastarne sempre anche uno solo, mosso da questa coscienza, a farci scegliere in verità e vita, in autonomia. Oggi si ha sempre più paura di fare queste scelte interpellando la coscienza propria. Si preferisce dare ascolto alle convenienze, alla ritualità, al “fare contenti tutti” senza riuscire mai, per questo, ad avere una opinione consistente in difesa dell’assoluto e della verità. Io credo che sia vero ciò che accade per quello che è e ciò che è per come accade. Dal razionalismo in avanti l’uomo ha fatto sua la facoltà di dare nuove leggi alla natura e di istituire a proprio uso e consumo un nuovo dizionario di “vita e verità” nel quale è tutto possibile solo perché si può fare. In questo tempo la verità è quella che “si spiega”, “si razionalizza”, “si può fare e si fa”. “Verità” oggi è ciò che io vorrei e non ciò di cui la natura delle cose e del mondo mi rende partecipe: domino sulla natura (che esisteva prima di me) per dominare la verità (che non mi appartiene) e domino la verità (di per sé indipendente in quanto tale) per anestetizzare le coscienze (…temibili “armi” di indipendenza di massa).

Matteo 10, 16

“Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe.”

Esiste la verità ed esiste la libertà di raccontarsela diversamente. Esiste la pace e la libertà di infrangerla con la guerra. Esiste la nascita ed esiste la morte che nel mezzo hanno la vita a scandire il nostro tempo ed esiste, appunto, il nostro tempo, quello nel quale siamo chiamati ad utilizzare (con coscienza) tutti i mezzi che ci vengono dati in donazione, non in dotazione… non è uguale. Nel nostro tempo possiamo scegliere di vivere in armonia con la natura oppure di violentarla fino a vedercela tornare contro, come sempre fino ad oggi è stato, nelle grandi calamità naturali degli ultimi anni come nelle grandi disgrazie procurate dagli uomini attraverso un cattivo uso delle proprie coscienze. Eppure, pare a volte che neanche la verità che accade sotto ai nostri occhi ci sappia illuminare. Per anni ho vissuto cieca e sorda.Sul web si sta articolando un dibattito sostenuto, che personalmente non posso non condividere nei contenuti dal punto di vista cristiano, attorno ad una delle principali proposte di Matteo Renzi che in questo è simile a molti altri. Qui la questione non è se sia giusto o meno passare sopra a qualcosa per scegliere il male minore o perché in fondo qualcuno ci sembra più adatto di qualcun altro, anche se non abbiamo ben capito “alcune cose”… Qui la questione, per come la mia penna l’ha scritta finora, è scegliere o meno secondo coscienza; vivere secondo donazione o dotarsi di regole proprie; chiamare libertà ciò che sulla natura si vuole imporre, decidendo di delegarne le conseguenze all’infuori di noi qualunque esse siano, o come dicevamo …vivere in armonia con la natura, con i dieci comandamenti, con gli insegnamenti di Cristo.
L’essere umano non può ergersi a guida del mondo perché l’essere umano sbaglia. Tutto qui. Anche questo è un concetto tanto chiaro quanto semplice, no? Succede a tutti, fa parte dei tanti doni che però, se sopraffatti da noi stessi (con presunta e frequente onnipotenza), diventano la nostra peggiore debolezza e il nostro fianco esposto all’infelicità perpetua della quale noi soli siamo troppo spesso principale causa. Sbagliando si impara e cadendo alla fine si cammina, ma se sbagliando non si impara e ogni volta che si cade si vuole tornare a correre senza prima imparare a camminare… beh, io credo (perché sono umana e faccio almeno 10 errori al giorno) che non si possa migliorare.

Matteo 15, 14

“Quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!”

Secondo voi è indice di maggiore libertà in pensieri, parole e opere chi si batte per imporre alla natura ciò che vuole lui o chi trova la via della vita attraverso la verità di ciò che siamo? Siamo davvero così certi che amare sia quella cosa per cui IO decido tutto prima e per cui IO voglio stare con qualcuno del mio stesso sesso perché sono sicura che un figlio adottivo lo capirà e saprà cogliere l’amore che gli daremo? O forse amare è quella scelta “avventurosa” che, con coscienza e fede nella Provvidenza, ci pone con serenità e senza alcuna certezza nei confronti della vita, secondo natura, di ciò che ci accadrà? Significa essere pronti alla verità per come i doni e le grazie che riceveremo si presenteranno nella nostra vita; significa saper dare ciò che si è e si ha senza pretese su ciò che non si può essere e che non possiamo decidere a priori; significa essere disposti a perdere la propria vita per l’altro e a farlo con totale affidamento, nel bene e nel male, perché solo nel bene è troppo facile…

C’era (e purtroppo c’è ancora) chi credeva che l’aborto e il divorzio avrebbero salvato il mondo e guardate dove siamo: guardate con attenzione però e non con occhi da opinionisti anticonformisti, dall’alto di uno status “single” a 40 anni con il quale fate i conti tutte le notti, comprese quelle che passate su Facebook a sostenere il contrario. Davvero oggi c’è chi crede che “trovare una forma” ai matrimoni gay sarà un grande salto nel futuro? Il nuovo rimedio al male del mondo? C’è chi ne strumentalizza sottili pareri, magari per una manciata di voti in più, e chi ne fa una questione di coscienza universale.

Personalmente non credo nelle battaglie di genere né in quelle di stile e ritengo che ogni essere umano, in quanto tale (creatura), abbia gli stessi diritti civili di chiunque altro e la stessa libertà (che gli è stata concessa da Dio) di scegliere cosa fare, come e con chi. Credo certamente che il matrimonio cristiano sia un’altra cosa (per me l’unica possibile), come credo che la vita sia un dono frutto del concepimento tra un uomo e una donna.
Wikipedia che a “noi innovatori” piace tanto, dice:

Etimologia

La parola matrimonio deriva dal latino matrimonium, ossia dall’unione di due parole latine, mater, madre, genitrice e munus, compito, dovere; il matrimonium era nel diritto romano un “compito della madre”, intendendosi il matrimonio come un legame che rendeva legittimi i figli nati dall’unione. Analogamente la parola patrimonium indicava il “compito del padre” di provvedere al sostentamento della famiglia.
In ogni caso, l’utilizzo del termine con riferimento all’unione nuziale si sviluppò con il diritto romano nel quale si diede riconoscimento e corpo al complesso delle situazioni socio-patrimoniali legate al matrimonium.

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Un’altro Matteo, oltre a Renzi, scriveva:

Matteo 28, 19-20

“Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.”

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