Sposami! Solo se mi ami più del gatto.

di Giorgia Petrini

Dice Wikipedia sull’amore:

amore_wikipedia

Come tutti sappiamo, Wikipedia è l’enciclopedia gratuita più consultata nel mondo (il che già solo per questo dovrebbe renderla, per motivi di patrimonio culturale e di bene comune universale, una fonte affidabilissima). Fornisce ai propri utenti (di ogni razza, sesso, etnia, età, religione o partito politico) contenuti di ogni tipo, offerti dal sapere e dalla contribuzione libera e gratuita di chiunque nel mondo voglia partecipare alla definizione o alla narrazione di determinati fatti storici, definizioni, eventi o parole, e lo fa secondo parametri che … no, forse secondo costumi che …, no, più secondo usanze che …, no, meglio dire secondo … secondo … secondo che? E’ importante saperlo, o quanto meno chiederselo. Se non te lo chiedi non solo non sai cosa impari, ma soprattutto da chi lo impari. Personalmente, ai grandi maestri della mia vita (che grazie a Dio ho ancora la grazia di incontrare e con i quali ho continuamente occasione di crescere) ci tengo molto, perché l’insegnamento non è semplicemente una questione di imparare qualcosa da qualcuno: è fonte di vita, di coscienza, di libertà, di senso critico e di moltissime altre cose. Che bellezza!

La prima scuola su tutte, la famiglia (per me sempre esclusiva opera di un padre e una madre), ci insegna per questo a vivere e ci educa, nel senso più esteso del termine, a crescere secondo specie, in base ai doni, alle caratteristiche, alle qualità e ai talenti, che abbiamo in natura ricevuto. Diversità compresa, sebbene questo termine oggi sia motivo di scandalo e galera (non portatemi le arance, preferisco il cioccolato!).

Ora, secondo Wikipedia, se avessi un figlio e non fossi (come molti) della scuola di pensiero secondo la quale “sceglierà lui da grande”, alla domanda “Mamma, cos’è l’amore?” (che tanto prima o poi arriva) dovrei rispondere:

“L’amore è un sentimento intenso e profondo di affetto, simpatia e adesione, rivolto verso una persona, un animale, un oggetto o verso un concetto, un ideale, ed è caratterizzato dal ritenere il bene della persona amata più importante di se stessi. Oppure, può venire definito sotto un altro punto di vista (scientifico), un impulso dei nostri sensi che ci spinge verso una determinata persona.”

Tradotto in mammese, sarebbe a dire:

“Tesoro di mamma, l’amore è quella cosa per cui se un giorno ti sentirai di perdere la vita per salvare il gatto che cade dal terzo piano, fallo. Buttati!”

ma anche:

“Tesoro di mamma, se un giorno un impulso dei tuoi sensi ti spingerà verso tuo nonno, e lui è d’accordo, quello è amore!”

amore_bambini
Ora, stendendo un velo sull’errore (… anvedi che ha scritto!), sulla semplificazione, l’audacia e la mediocrità della definizione Wikipediana dell’amore, provato (in qualità di sentimento intenso e profondo di affetto) tanto per il gatto (animale), quanto per il vaso di vetro (oggetto), qui definiti entrambi più importanti di noi stessi, è abbastanza evidente il rischio – oggi realtà costante – del fatto che questo significato ci induca a una perfetta, continua e indomabile suggestione.

L’amore non è un sentimento, ma un atto. E’ quella “cosa” per cui quando la tua ragazza è avvelenata con te e tu le dici che la ami, lei ti risponde: “E allora dimostramelo!”. Non è né un sentimento, né un impulso. Inclinazioni per qualcuno o per qualcosa (se siamo onesti) ne abbiamo tutti i giorni, tutti quanti, verso tante cose e tante persone, ma non per questo siamo disposti a ritenerle sempre e comunque più importanti della nostra stessa vita, del nostro matrimonio o della nostra capacità di essere padroni di noi stessi. In condizioni paradossali, infatti, lo capiamo “perfino” da soli che non è il caso di buttarsi dal terzo piano per recuperare il gatto che in preda alla “sindrome del volatile” ha deciso di lanciarsi, lasciando un marito e due figli al loro destino …

Lo capiamo da soli che un matrimonio è più importante di quello che ci sentiamo di fare mettendolo in crisi con qualcosa che non riusciamo a governare; lo capiamo da soli che quello che mi sento non necessariamente è il mio bene solo perché è conseguenza della mia volontà (tipica equazione da alcolisti, per fare un esempio estremo); lo capiamo da soli che libertà non è sinonimo di sciala popolo, ma di confine, rispetto e molte volte negazione positiva (basti pensare alla più celebre tra le frasi celebri “la mia libertà finisce dove comincia la tua”); lo capiamo da soli che l’amore non è essere ben disposti ad amare indistintamente tutto, ma anche niente in base al nostro orientamento (da una persona a un ideale, da un animale ad un concetto); lo capiamo da soli che se questo mondo fosse frutto di vero amore non esisterebbero la fame o la povertà, anche davanti al portone di casa nostra …

Ma capire non basta, o meglio, in questo caso, non serve proprio. Perché l’amore col capire le cose ha poco a che vedere: anche se non sai perché tuo figlio, in piena notte, si sveglia e piange, ti alzi e lo culli. E’ un atto, non un sentimento, non un impulso. Ti alzi. Non ti alzi perché tu hai un impulso, ma perché lui piange. L’amore per un altro non muove affatto da noi stessi o dai nostri desideri, ma dal nostro prossimo, da ciò che occorre a lui; non da quello per cui noi ci sentiamo motivati, chiamati o istintivamente mossi.

amorefotteE’ abbastanza chiaro ormai che se prima non ci capiamo su cosa sia l’amore e sul fatto che non è né quello che penso io, né ciò che Wikipedia scrive, ma è un atto auto esplicativo della realtà, uguale per tutti, con la quale interagiamo ogni giorno nei fatti, sarà difficile fare il bene del prossimo, che proprio per questo non ha nulla a che vedere con i nostri desideri. Noi non sappiamo affatto cos’è l’amore perché viviamo in una civiltà in cui anche l’amore vorrebbe diventare (per nostra volontà ed esclusiva preferenza) l’ennesima fonte di appagamento personale, il nuovo centro della nostra soddisfazione, del nostro personalissimo ecosistema esistenziale. I matrimoni  di oggi funzionano finché due sposi non si danno fastidio. Finché di amarti né ho voglia e tempo e, soprattutto, finché io non mi sento attratto di più da qualcos’altro. Finché io sto bene.

giannaMi pare che, a parlar d’amore, di questi tempi, a tutti vengano in mente Jimi Hendrix, Peace and Love, i Cugini di Campagna, Gianna Nannini o Elton John. Mi pare che l’amore sia sempre di più quella cosa che sempre meno turba la mia tranquillità e che, allo stesso tempo, mi appaga. Finché dura e solo se lo voglio io, a prescindere dal fatto che a te serva o meno.

A me vengono in mente Maria di Nazareth, Giuseppe, Pietro, Giovanni Paolo II, Giacobbe … boh. Tutta gente che prima di pensare ai propri impulsi o a ciò che sentiva, ha dato la propria vita alla storia e a me, senza chiedermi niente in cambio, facendo sì che molti di noi potessero conoscerla. E pensare che Chiara Corbella Petrillo ce l’abbiamo proprio qui, oggi, in questo tempo così assurdo, eppure a un passo dal Cielo…

4 pensieri riguardo “Sposami! Solo se mi ami più del gatto.”

  1. Cambiamo è vero, e per fortuna aggiungerei.
    Altrimenti oggi potresti essere “abilmente rifilata” al pastore di turno, o peggio costretta a “dargli” dei figli (e in alcune parti del mondo purtroppo sono “usanze” che ancora sussistono, e sicuramente non vorresti viverci).
    Per fortuna però oggi puoi esprimerti, sbagliare, fare bene, sbagliare di nuovo, cambiare idea, avere..un’idea, e magari anche dire che il pastore ha ragione.
    Credo che in fondo l’amore sia proprio in queste cose, nell’ amare ogni singolo alito, giusto o sbagliato che sia.
    Capisco però che è più facile crogiolarsi nell’ipocrita presunzione di sentirsi al di la del bene del male.

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  2. Giacobbe aveva due mogli e, almeno, 2 schiave.
    Dalle prime ebbe 7 figli, dalle seconde (ovviamente costrette dalla loro condizione di schiave) 4 pargoli. “Ma non si può estrapolare un processo dal suo contesto storico!”; giusto, condivido, è un concetto sempre valido.
    Amare è così smisuratamente straordinario, impossibile ridurlo alla solita pantagruelica ricerca di cosa secono noi è giusto.
    Ovviamente, imho.

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    1. Ai tempi di Giacobbe c’era ancora la poligamia e in ogni caso la prima moglie (Lia) fu frutto di un inganno del padre. Per sposare Rachele (la donna che amava, sorella di Lia) lavorò gratuitamente per il padre delle due donne per 7 anni, senza peraltro tenere per sé quasi nulla alla fine di tanta fatica… Che le schiave dessero figli ai pastori era un’usanza dell’epoca: fu lo stesso per Abramo e Sara, col primo figlio Ismaele. Del resto, oggi, nel 2014, ci riteniamo tanto “progrediti-progressisti-emancipati-evoluti”, eppure affittiamo uteri in giro per il mondo e, anche lì, spesso (o meglio, sempre) non si tratta di amore.
      Non credo che esista ancora un uomo di oggi che, tradito dal futuro suocero, sia perfino disposto a lavorare per lui gratuitamente 7 anni per aspettare la figlia che aveva scelto invece di quella che gli è stata abilmente “rifilata”. Ancor meno credo che sia finita la schiavitù di donne che, oggi come allora, fanno esattamente la stessa cosa. La realtà non cambia. Cambiamo noi. E di questi tempi si direbbe che stiamo perfino peggiorando…

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