La testimonianza di Luca Pedetti: fare il pane per vivere la vita. In Italia e in piena crisi.

“Si può sognare in grande facendo qualsiasi cosa che piace, purché in spirito di verità.” Classe 1985. Luca Pedetti, ventinovenne romano e fervente credente con un Vero Sogno nel cassetto: fare il pane per vivere la vita assecondando talenti e inclinazioni.

di Giorgia Petrini, 28 Novembre 2014

Luca Pedetti, quanti anni hai, di dove sei e da che tipo di famiglia provieni?
Ho 29 anni e sono nato a Roma nel 1985, dove vivo. La mia famiglia è la classica famiglia borghese italiana di ceto medio, molto unita.

Hai studiato per una professione e hai lasciato un lavoro sicuro e ben retribuito, perché alcune esperienze della tua vita ti hanno condotto altrove. Quali e perché?
Si è vero, in realtà il mio percorso formativo lo definirei piuttosto articolato, per usare una espressione moderna direi olistico. Ciò è avvenuto per diversi motivi: inizialmente avrei dovuto pilotare aerei di linea, poi diventare un esperto di comunicazione nel panorama globalizzato ed ho lavorato cinque anni in una grande azienda italiana nel settore dell’ingegneria di sistemi. Oggi, finalmente credo di aver compiuto il passo più importante, ovvero di essermi appropriato della facoltà di scegliere cosa fare, panificare, seguendo ciò che mi piace, da sempre. Non ne ho mai avuto il coraggio, anche mancando alle spalle di una cultura adeguata allo scopo: nessuno tra i miei parenti vanta esperienze artigiane. Anche i mezzi oggettivi per perseguire quest’aspirazione non è che fossero proprio immediatamente disponibili. Ho iniziato quest’avventura andando ad aiutare, dopo il lavoro, un caro amico in pizzeria, così appena sono riuscito a mettere da parte una modesta cifra da poter investire su un valido percorso formativo presso l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, si è concretizzata la possibilità di seguire un’alta formazione per il mestiere di panificatore. A quel punto, complici una serie di valutazioni, ho deciso di rassegnare le dimissioni e cambiare vita.

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Che rapporto hai con il pane e col tuo mestiere di giovane artigiano? E come vedono i tuoi amici le tue scelte che oggi molti penserebbero essere “fuori tempo” e “fuori luogo”?
Questa domanda me la pongo in continuazione e la risposta non è semplice come sembra. Ciò che mi affascina del pane è la sua metamorfosi, cioè l’evoluzione che accompagna similmente alla vita di una persona, i vari elementi che lo costituiscono materici e invisibili. Racchiude in sè un enorme ontologia di significati ed è stato necessario compiere un profondo percorso introspettivo per comprenderne alcuni aspetti ed ogni giorno scoprirne di nuovi. Il mestiere è una conseguenza di questa ricerca: per conoscere è necessaria la pratica, che tuttavia presuppone una costante ricerca teorica.
I miei amici sono certamente stati sorpresi da questa mia scelta, alcuni mi hanno bonariamente preso in giro altri invece hanno capito ed apprezzato questo nuovo percorso e… di certo in pochissimi (nessuno) mi hanno imitato!

E’ più importante la sicurezza economica e la tranquillità di un posto fisso o il rischio di spendersi per fare nella vita la cosa più adatta a noi? In sostanza, meglio la sicurezza dello spirito o quella della carne?
A mio avviso sono importanti entrambe le alternative, purché un posto fisso sia inteso in un mercato del lavoro che dia possibilità di crescita. Sono fermamente convinto, in base alla mia esperienza, che la staticità di un posto di lavoro nasconda l’insidia di una staticità motivazionale e culturale, con il rischio che siano la pigrizia o l’ottenimento di alcune condizioni di agio a determinare le scelte, a scapito della ricerca di un miglioramento continuo del proprio contributo allo sviluppo della società. Il problema quindi è da affrontare in termini più ampi. Del resto, ripeto, è fondamentale per tutti avere la sicurezza di poter esprimere al meglio le proprie capacità e quindi avere la serenità lavorativa che consente di progettare concretamente altre scelte importanti di vita, come la famiglia o altre opere sociali.
Sicuramente oggi il lavoro è l’ambito che rende visibile il vero grande problema della società moderna: la questione antropologica, il rapporto con l’esistenza. Sono in grado di affermarlo perché ho visto come ormai il modello di lavoro di grandi imprese e apparati pubblici* limiti enormemente le potenzialità di ciascuno. Accade questo perché ci rapportiamo ad una visione economica della iper-produzione a beneficio di pochi che hanno già tutto e quindi sprecano. Per assurdo, da un lato si produce troppo, e quindi le persone sono disincentivate nel loro quotidiano, e dall’altro persiste una burocrazia tale per cui vengono meno fantasia e spirito di iniziativa. La staticità politica, economica e sociale di oggi si ripercuote concretamente nella vita quotidiana di tutti, facendo scegliere a molti la via più breve, e sempre meno facile, del posto fisso.
Per risponderti direi che oggi è necessario per ogni persona, specie i lavoratori dei prossimi 5-15 anni un equilibrio tra le due tensioni e ciò sarà possibile se le famiglie e la società civile sapranno porre nelle prossime leve un approccio culturale differente dal passato.

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Cosa suggeriresti di fare ai giovani che oggi si sentono sconfitti dalla crisi, demotivati e incompresi, in cerca di “sicurezze” che questo tempo e questi poteri non sono in grado di “garantirgli”?
Collegandomi alla domanda precedente penso che sia fondamentale che un ragazzo, già in età adolescenziale, sappia domandarsi chi è e perché sta al mondo. Poi è fondamentale avere un approccio con il lavoro in età più giovane, senza paura di perdere nulla se non si ottiene una laurea specialistica o altri titoli. Insomma, mettersi alla prova e orientarsi sinceramente verso ciò che piace fare e per cui ci si sente portati. Oggi, è necessario sentirsi liberi da ogni tipo di condizionamento, senza rifiutare l’ascolto di pareri altrui. Laddove non si ha esperienza occorre approfittare dell’esperienza dei più grandi e sapere fin da subito che saranno maggiori gli esempi di come non fare, piuttosto che quelli virtuosi. L’importante è trovare la motivazione nella vita guardando oltre la vita, in una eternità che ci libera dalle esigenze quotidiane e ci permette di costruire un percorso verso ciò che più ci piace e ci riguarda: la vera pienezza è quella.

Come vedi il tuo futuro dal punto di vista personale e cosa pensi di fare nei prossimi anni col mestiere che hai imparato?Vedo il mio futuro come una grande opportunità che il Signore mi dona, penso a questo ogni mattina appena sveglio. Sono consapevole che non mancheranno difficoltà e problemi, ma so anche che ci saranno grandi gioie che, affidandomi ogni giorno, mi regaleranno tanta serenità. Certamente vivrò del mio lavoro, spero di poter avviare in autonomia un’attività che renda facile esprimere la mia concezione di fare il pane, che possa mettermi in costante relazione con gli altri e che mi dia la responsabilità di far lavorare altre persone. Ti terrò aggiornata. Una cosa è certa, l’obiettivo più grande è fare della mia vita un capolavoro.

Si può “sognare in grande” facendo il pane?
Certo, si può sognare in grande facendo qualsiasi cosa che piace, purché in spirito di verità. Io punto all’eccellenza.

Che rapporto dovrebbe avere l’uomo di oggi con la propria manualità, rispetto al contesto in cui opera, ai talenti di cui dispone e ai propri desideri?
Sembrerò aristotelico, ma non c’è dubbio che la manualità dimostra molto a ciascuno di noi. Impegna tutto il corpo e tutta la mente ed il risultato è direttamente evidente. La virtualità è buona per certi aspetti, ma se usata con sapienza; non deve essere preponderante, perché altrimenti allontana dal vero e nasconde la biodiversità antropologica che invece è necessaria per noi esseri umani, per molti aspetti: prima di tutto, per comprendere i propri limiti e le proprie attitudini. Ciò non significa che si debba trascurare la cultura, ma il prodotto di una società eccessivamente intellettualizzata ha dato frutti cattivi.

E del cibo cosa ne pensi, nell’era delle insalate pronte e dei 4 salti in padella? In generale, esiste un atteggiamento corretto e sintonico con il quale l’uomo dovrebbe relazionarsi al cibo, o è una cosa secondaria della nostra esistenza?
Credo che i prossimi anni, a causa di varie dinamiche globali, si renderà sempre più necessario un ritorno ai valori di autenticità e verità nello stile di vita di tutti. Siamo di fronte a troppe crisi e questo non è un male, ma un bene, perché significa che molti modelli (oggi gridati con inaudita aggressività) stanno crollando. Nel cibo avviene lo stesso, prevedo che nei prossimi anni una gran parte degli investimenti sarà verso una agricoltura ed un allevamento sempre più sfacciatamente “anti-biotico”, ma al contempo sempre più persone capiranno quanto sia importante ritornare a tutelare il proprio territorio, a valorizzare aspetti come la biodiversità**, la biodinamica***, la fertilità delle sostanze organiche presenti nei terreni, la salubrità delle acque. Temi come l’impronta ecologica, o la sindrome metabolica saranno accessibili a tutti, nonostante perdureranno forti spinte verso una concezione di agricoltura che sterilizza i terreni con fertilizzanti salini o una industria che propone sciroppo di glucosio o grassi saturi vegetali. Tuttavia, ognuno di noi nel poco o nel molto ritornerà alla terra come custode del futuro attraverso una forte cultura ecologica, è inevitabile.

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Cosa dicono i tuoi genitori delle scelte che hai fatto e cosa diresti nei loro panni ai tuoi figli in circostanze analoghe?
I miei genitori hanno compreso e condiviso le mie scelte, ed in questo sono stati esemplari, poiché -come ho detto- noi non abbiamo in famiglia esempi di artigiani o comunque di mestieri direttamente in relazione con la terra e con la materia.
Tuttavia, hanno capito che è questa la mia strada e mi sostengono in ogni momento, difficile o bello che sia, e questo per me è molto importante. Credo che farei lo stesso con i miei figli, forse vista la mia esperienza, proverò ad introdurli prima nel mondo del lavoro per renderli in grado di orientare e riconoscere prima le loro attitudini e scelte.

* I quali assorbono la maggioranza degli occupati nel mondo

**Consiste nella capacità della natura di variare le specie viventi attraverso un percorso evolutivo per renderle più forti ed adattabili ad ogni ecosistema, a differenza delle monoculture o di Organismi Geneticamente Modificati (OGM), per cui invece è requisito indispensabile un impatto invasivo sul terreno attraverso pesticidi e fertilizzanti.

***È l’approccio teorizzato da Steiner che basandosi su un impianto teorico antroposofico, spiega le relazioni visibili e non visibili della natura con il cosmo, nel quale al centro c’è l’uomo quale custode del creato.

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