Tre incontri per una scuola nuova, libera e accessibile

di Maria Gabriella Filippi, 16 gennaio 2015

L’imprenditrice Giorgia Petrini illustra l’iniziativa dell’Arca dell’Alleanza e Dedalo Onlus, rivolta ai genitori.

“Voglio essere felice” è il titolo del primo dei tre appuntamenti che, a cadenza mensile, avranno luogo dal 30 gennaio a Roma per la presentazione del progetto sulla scuola di ultima generazione. Giorgia Petrini, imprenditrice e autrice dei libri L’Italia che innova (Koinè, 2010) e Il Dio che non sono, ha spiegato in anteprima il progetto organizzato da L’Arca dell’Alleanza e Dedalo Onlus in un’intervista a ZENIT.

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Come è nata l’idea dell’apertura di una nuova esperienza educativa a Roma
?

Abbiamo capito dal territorio e da tanti genitori che vi è una forte crisi in ambito scolastico per problemi che vanno dalla qualità della scuola alla carenza dei docenti, all’educazione gender. È negli anni Venti che la scuola è stata concepita nel modo in cui oggi la conosciamo, ma nessuno va a riprendere le informazioni iniziali per capire da dove far ripartire una riforma: rivedere l’educazione comincia a diventare un problema non di contenuto e non di stile.

La scuola per come noi oggi la conosciamo può essere pubblica o privata: quest’ultima garantisce una certa preparazione ma non è accessibile a tutti economicamente. Abbiamo quindi cominciato a pensare a come poter offrire a tutti una preparazione di alto livello, ma che fosse accessibile a tutti come un diritto effettivamente garantito anche per le famiglie che hanno tre, quattro, cinque figli e non possono pagare cinquemila euro di retta all’anno.

In programma vi è dunque la progettazione di una nuova scuola?

Pensiamo ad un’esperienza totalmente privata, vorremmo cercare di rendere la scuola libera e accessibile anche a chi non se lo può permettere. Per questo stiamo lavorando a un nuovo modello imprenditoriale che consenta di mantenere la scuola e abbassare sempre di più le rette. Questa esperienza di nuova generazione in ambito educativo partirà a Roma.

In cosa consiste l’apporto imprenditoriale ad una attività di tipo educativo tradizionale?

Si tratta di trovare un modello sostenibile che consenta a un’attività di usufruire di altri ambiti, economici e finanziari, che le permettano di funzionare come un’impresa: una scuola è una realtà fatta di persone che erogano un servizio, di clienti, che sono i genitori, e di utenti, che sono gli studenti. Spesso le scuole cattoliche non sono in crisi perché non vi sono più iscrizioni, ma perché spesso sono gestite con dei modelli non più sostenibili. Il nostro dunque è un contributo dal lato della comunicazione, dei social media, del web, dall’altra legato alla sostenibilità del modello.

Quali sono i bisogni del sistema scolastico attuale?

Intorno a noi mancano competenze di tutti i tipi, persone educate al senso civico, a maneggiare i propri talenti… Ci sono una serie di problemi legati alla standardizzazione: la scuola statale comprende classi di trenta studenti dove tutti sono uguali, studiano le stesse cose, a tutti viene richiesto lo stesso tipo di performance possibilmente raggiungendo gli stessi risultati: questo in un mondo fatto di persone tutte diverse per tipo di inclinazioni è un controsenso. Gli esperimenti che fece Maria Montessori erano tutti volti alla comprensione delle maggiori inclinazioni degli studenti, soprattutto nella prima fascia di età in cui si sviluppano le caratteristiche base della persona: infatti nei primi cinque anni il bambino esprime una serie di attitudini e di potenziali che a quell’età andrebbero sviluppati. In questo momento la scuola tradizionale non lo fa.

I genitori inoltre non si chiedono più: ‘perché mandiamo nostro figlio a scuola? Cosa ci aspettiamo che sappia fare dopo la maturità e dopo la laurea?’. Una volta la scuola, soprattutto quella di tipo tecnico, doveva garantire una competenza da rendere immediatamente spendibile in un contesto lavorativo, oggi non è più così: ti devi diplomare, laurearti, fare un master, un tirocinio finché forse, a trent’anni, farai un mestiere che nove volte su dieci è diverso da quello che hai studiato. Dunque la concezione del genitore che manda tutta la vita il figlio a scuola per fargli trovare un lavoro è fuori tempo.

Infine vi è il problema del tempo extra, dedicato ad attività che a scuola non si fanno: vi sono cinque, sei ore di scuola, il tempo dello studio, oltre ai corsi di musica, lingue e sport solo per avere un tipo di preparazione orizzontale su un po’ di tutto che però non prepara le persone a nessuna cosa specifica, non aiuta a sviluppare il talento dei singoli.

La manualità come si dovrebbe collocare all’interno della scuola?

Le scuole, che sono rimaste storicamente vicine all’esperienza manuale e pratica dello sviluppo della persona, sono prevalentemente quelle salesiane; poi sono nate le scuole tecniche, quelle con indirizzo industriale, commerciale, che tuttavia vanno più in una direzione di istruzione, e poco di pratica e manualità. Nel modello accademico che stiamo pensando vorremmo invece riconquistare questo: i ragazzi devono sviluppare non solo le loro abilità mentali ma anche quelle manuali e pratiche, per cui è importante aiutarli a fare delle cose, anche rispetto a quello che vorrebbero fare nella vita.

Si tratta dunque di accompagnare i ragazzi con professori che siano anche educatori?

Non solo i ragazzi, ma anche le famiglie: quello a cui stiamo pensando è un modello di scuola che coinvolge in maniera attiva tutta la famiglia; oggi la scuola dovrebbe ricominciare a comunicare cose che sono andate perdendosi, a partire dal senso civico. Oggi è tutto incentrato su questioni molto istruttive e verticali che però servono poco nella vita, servono poco per conoscere le cose e per dare un’esperienza vera del mondo.

***

Per la partecipazione agli incontri è possibile REGISTRARSI alla scheda di adesione online cliccando su questo link https://docs.google.com/…/1acthsmwaXuV03_yDTSfSLv…/viewform…

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