Cambiamento, evoluzione e involuzione

Che cos’è il Cambiamento? E’ la capacità dell’essere umano di evolversi/involversi in funzione del tempo. Si evolve colui che del cambiamento si fa forte, utilizzando le metamorfiche forme della vita per crescere e migliorarsi; si involve colui che invece del cambiamento si rende una vittima impotente o una lenta clessidra, cercando nel passato apparenti motivazioni che lo spingano verso un altrettanto …apparente futuro. Cambiare in Bene significa farsi fautori delle proprie metamorfosi, tentando di non lasciare che il breve tempo della vita incomba su di noi; cambiare in Male vuol dire regredire umanamente alla disperata ricerca di un ago che otturi il foro alla clessidra. Cosa si cerca nell’altro? Si cerca l’affinità, l’intesa, la bellezza, la chiarezza, la sincerità e l’Amore Eterno. A volte, in una sola parola, si cerca la Perfezione: quella perfezione che tutti vorrebbero trovare nell’altro senza sapere che anche l’altro vorrebbe trovarla in noi;
quella perfezione che non esiste, ed ecco il motivo per cui la si cerca sempre senza successo; quella perfezione fatta di compromessi, di “ma” e di “però” che fanno dell’Amore Eterno un sottile strato di momentaneo benessere misto alla passione di un sesso sfrenato altrettanto passeggero… Cosa dobbiamo fare allora? Dobbiamo sforzarci di accettare quello che abbiamo “a disposizione” o tentare di trovare quello che più sia in grado di darci almeno una piccola illusione di “Perfetto”? Basterebbe capire di cosa è fatto il nostro cambiamento nel momento in cui ci poniamo il dubbio di osservarlo dall’esterno, cercando attraverso il cambiamento stesso le nostre metamorfiche forme di evoluzione e/o involuzione. Accettiamo, con pazienza e buoni propositi, quello che abbiamo “a disposizione” quando siamo in una fase di involuzione di noi stessi e cerchiamo nella “stasi” il segno di una qualche mutazione… che non arriverà mai; tentiamo invece di trovare una piccola illusione di “perfetto”, con smania ed insistenza, quando siamo in una fase di evoluzione di noi stessi e siamo in grado di capire che il cambiamento può servire a farci diventare più forti. Sarà allora questo il gran dilemma? Cambiare per migliorarsi evolvendosi e non cambiare per “non peggiorare le cose” involvendosiTutto nella vita si ripete come una lancetta che ne scandisce ogni singolo secondo che passa e, ripetendosi, tutto ciò che si ripropone sul nostro cammino calpesta un’orma del passato sulla quale avevamo già posato il nostro piede. Quando passando sulla stessa strada poggiamo i nostri passi leggermente più a destra o più a sinistra delle nostre vecchie orme, qualcosa è cambiato: ci siamo già passati, ma non esattamente lì, e non allo stesso modo. Allora ci siamo evoluti. Una vita ricca di cambiamenti è come una strada di terriccio calpestato ripetutamente alla stessa altezza… ma mai nello stesso punto. Ci siamo passati mille volte ma cambiando sempre qualcosa. Perché cercare negli altri qualcosa che non c’è e che speriamo di poter pensare che arriverà? Perché in quel momento ci stiamo involvendo e viviamo una fase di stasi delle nostre metamorfosi. Perché temere di trovare una cosa più simile a quella che vorremmo realmente? Perché in quel momento non abbiamo nessuna intenzione di evolvere e di accettare il cambiamento che avrebbe la parvenza mastodontica del tempo che passa, della vita che se ne va e dell’arrivo di una nuova “età di cambiamento”, nella quale diventare più saggi e più grandi significa invecchiare “tristemente” all’ombra dei nostri giovani ricordi.
Io stessa mi stupisco di quel che scrivo quando lo rileggo perché, in sostanza, tutto fila: tutto sembra essere un sano e razionale anagramma della vita comune ad ogni essere umano, eppure ognuno di noi, e quindi anche io, “predica bene e razzola male”. Sembriamo a turno ognuno lo psicoanalista di qualcun altro: proprio una psicologa mi disse, una volta “gli psicologi capiscono poco degli altri e quasi niente di se stessi”. Dentro di me pensai che era un modo come un altro per dare consigli e prescrivere terapie senza assumersene la responsabilità: in questo modo, anche uno psicologo potrebbe a suo modo definirsi un pazzo senza alcuna… conseguenza professionale. La Verità e il Bello di tutto questo è che guardare gli altri è un ottimo rimedio per evitare di osservare se stessi, quando non ci sentiamo in sintonia con la Nostra Entità (che mediamente non sappiamo neanche quale sia) e che quando siamo sicuri di noi stessi raggiungiamo quell’apice di “autoconservazione del nostro ottimismo” che ci deprime al punto tale da farci ricominciare ogni volta da capo, perché abbiamo il sentore di aver raggiunto con tanta fatica ciò che, a quel punto, non sembra più essere quello che volevamo realmente. E così si riparte. Si tocca il fondo, come il culo di una bottiglia di gin, e ci si cura dalla sbornia il giorno dopo, giurando al mondo che non ne prenderemo un’altra. Ricominciamo da capo per l’ennesima volta: andiamo a fare la spesa e, schifati da un’intossicazione di alcolica vita, guardiamo lo scaffale dei superalcolici con un senso di nausea che stimola improvvisamente assurdi conati di vomito intrattenibili; al reparto bio, leggiamo tutte le etichette di tutti gli integratori alimentari possibili e immaginabili, le pillole di vitamine, i biscotti per reintegrare il ferro, le erbe per dormire, i bibitoni per andare in bagno… leggiamo tutto e non compriamo niente, per paura di diventare dei fissati; in lontananza intravediamo le grandi porte appannate dei super surgelatori dei grandi magazzini, ci immaginiamo di poter noleggiare 8 film di domenica e di affondare un cucchiaio da minestra in una vaschetta di gelato da mezzo chilo mentre li guardiamo tutti e 8 contemporaneamente, nudi, stesi sul divano di quarta mano comprato sei anni prima, con la condensa della vaschetta che, a metà del primo film, ha già allagato tutto ciò che in quel momento si trova intorno a noi; quando arriviamo al reparto abbigliamento poi, ci sentiamo quasi spinti da una folla da rockstar che grida alle nostre spalle “compraloooooo!!” e sembriamo tutti degli “smutandati” che improvvisamente comprano slip a tutto spiano perché se ne compri uno te ne danno 10 in omaggio… che ci servano o meno è un dettaglio, quel che conta è la conveniente offerta commerciale che ci spinge ad acquistarli pur sapendo benissimo che di “puro cotone 100%” non ne esiste più un filo sulla faccia della terra, nemmeno a cercarlo con il lanternino. E finalmente è giunto il momento di andare alla cassa dove, solo per evitare di fare la fila, saremmo disposti ad impiegare lo stesso tempo, anche il doppio, per rimettere a posto tutto quello che si trova nel nostro carrello: scrutiamo attentamente tutti i cassieri dal primo all’ultimo per tentare di non incappare nel più rincoglionito e, puntualmente, finiamo con lo scegliere la fila giusta e il cassiere stile “Speedy Gonzales” che, manco a farlo apposta, se ne va proprio quando arriva il nostro turno, perchè l’ultimo prodotto acquistato dal signore davanti a noi (che di solito è un anziano che ha comprato quell’unico, solo, squallido prodotto) non ha più… il mitico codice a barre che quando è stato inventato sembrava la rivoluzione del secolo! Bello fare la spesa: paghi, te ne vai con le tue sei buste di stronzate (compresi gli slip in offerta), arrivi a casa, per un attimo ti senti un altro e quando finisci di mettere a posto tutto quello che hai comprato ti accorgi di aver dimenticato l’unica cosa per la quale eri realmente andato al supermercato, che di solito se non è il pane, è il caffè e se non è il caffè, è la carta igienica: perfetto, anche stasera ti pulisci il culo con i fazzoletti da naso Foxy perché chiaramente non hai nessuna intenzione di uscire di nuovo.
Ci siamo tutti dentro alla scatola della vita che, come il cilindro del mago, sforna sempre almeno una volta la stessa cosa: o il coniglio o la colomba. Cambia il mago, ma il cappello è sempre lo stesso, il trucco sempre quello e il risultato più visto che mai. Lo stesso accade a noi. La scatola è uguale per tutti: cambia il mago, ma il risultato è sempre lo stesso; nel nostro caso, potremmo dire che simbolicamente chi pesca la colomba avrà una vita ricca e fortunata e chi pesca il coniglio è destinato ad essere un adepto della collezione “sfiga perpetua”.
Scrivere ciò che si pensa della vita (della nostra e di quella degli altri) è un modo come un altro per affrontarne tutti gli articolati marchingegni nei quali la vita stessa si tramuta per armare le nostre contorte personalità. In questo modo la vita diventa una macchina da guerra quando siamo incazzati con il mondo e con tutto ciò che ci circonda; una nave da crociera quando ci sentiamo a galla di un mare ignoto sospesi tra le onde leggere della nostra anima in pena; una roulette quando arriva il giorno in cui ci guardiamo allo specchio e con soddisfazione (sapendo di mentire) ripetiamo a noi stessi che… “da oggi si cambia”; una stella a cinque punte quando siamo convinti di poter illuminare il mondo, solo perché un passante per strada ci ha fatto un complimento; un drago a due teste quando non sappiamo se ascoltare il cuore o la mente; un libro aperto quando vorremmo raccontare al mondo tutto quello che abbiamo passato e anche l’ultimo sconosciuto diventa il nostro interlocutore migliore
Quante forme può assumere la vita, forme ogni volta inventate, distrutte e sostituite da Noi: noi che siamo sempre alla ricerca di un rinnovamento interiore che ci porti sulla “retta via”, che puntualmente abbandoniamo una volta raggiunta, a nostro dire, “…perché stavamo meglio quando stavamo peggio”. E’ tutto come un grande puzzle gigante (dai pezzi piccoli e strani): partiamo sempre dalla cornice (metaforicamente simbolo della nostra nascita), unico elemento inequivocabile; finita quella, iniziamo a mettere insieme le figure compiute, quelle che si capiscono (metaforicamente simbolo di quello che tutti più o meno sono destinati a fare dopo la propria nascita: andare a scuola, avere un fidanzato, nutrire il proprio organismo e aver cura della propria salute); solo alla fine, con il palmo della mano, iniziamo ad ammucchiare tutti i pezzi avanzati (metaforicamente simbolo della nostra Entità, di tutto quanto andremo a costruire di noi stessi da quel momento in avanti: carattere, idee politiche e sociali, scelte di vita, ecc.) e a chiederci “…E adesso? Come lo continuo ‘sto puzzle?”. Tutti i pezzi che avanzano, li per li, sembrano tutti uguali: forme e colori non fanno alcuna differenza ai nostri occhi. Tutto sembra terribilmente indistinguibile! Mentre li guardiamo, con una sensazione mista tra il panico e l’insoddisfazione di sapere che non riusciremo mai a finire quel puzzle, qualcosa in particolare attira la nostra attenzione e una sorta di misera fiducia si risveglia dentro di noi: “…tutto sommato non sono poi così tanto indistinguibili”. Da questa riscoperta di noi stessi e delle nostre incredibili capacità di recepire questo insignificante dettaglio, nasce il nostro spunto propositivo per motivare nuovamente la nostra ricerca al “segreto dell’incastro” e proprio dallo stesso spunto inizia a prendere forma la nostra Entità e a delinearsi il contorno stilizzato della nostra vita imminente… Prendiamo coscienza che un grande lavoro ci attende e che l’incognita di non sapere quanto tempo abbiamo per finire il puzzle sarà la soma da portare sulle spalle per tutto il cammino. Io faccio puzzle quando sento il bisogno di rimettere “in ordine” la mia vita. Ciò significa che associo al gesto di fare un puzzle diverse possibilità di interpretare questa sorta di ordine. Potrebbe significare mettere insieme i pezzi di un momento della mia vita presente, oppure rimetterne insieme alcuni della mia vita passata, o magari andare in cerca di pezzi che completino “il disegno di un periodo della mia vita”… Tanti possono essere i motivi che mi ispirano a voler passare un intero mese a fare un puzzle: la ricerca dei pezzi mancanti (metaforicamente riferibili alle incompiutezze delle mie sette vite e identità); il desiderio di geometrizzare tutto ciò che mi circonda (metaforicamente riferibile al desiderio di dare a tutto un senso, una forma); l’incomprensione di me stessa (per cui un pezzo di puzzle al suo posto è un pezzo di me stessa compresa e tutti quelli che mi restano in mano sono tutto ciò (di me) a cui devo trovare un rimedio, un posto, un ordine, un senso…); la ricerca di nuovi schemi e di nuovi incastri (…che sia questo un modo per vedermi accoppiata ad un uomo, quando credo di non averne il bisogno e ripeto continuamente a me stessa che… “da soli si sta meglio”?); il mio istinto naturale di trovare a tutto un posto che sia universalmente giusto ed ordinato (le mutande solo nel primo cassetto, i pigiami solo nel secondo, le scarpe solo nelle scatole, i cappotti solo nelle custodie, le tazze da the solo una davanti all’altra, i libri affiancati solo in ordine di altezza, i piatti piani con quelli piani e quelli fondi con quelli fondi, le pentole con le pentole e le padelle con le padelle, i cd divisi per genere musicale, poi per autore in ordine alfabetico e poi per anno in base all’autore, ecc.…).
E così abbiamo parlato anche del… fare i puzzle, argomento di punta al giorno d’oggi che meriterebbe di essere approfondito ulteriormente, ma dal quale rifuggo per evitare lunghe e tortuose analisi dell’ingegno umano che non si addicono alla mia volontà di cazzeggiare, vero principio ispiratore che ha dato vita a questo libro.
Quando penso al titolo, mi vengono in mente cose del tipo “Cazzeggiando si cresce”, “Cazzeggia che ti passa”, “Cazzeggioni della nuova era”, “Cazzeggiare come principio ispiratore”, “Cazzeggiare con criterio”, “Cazzeggiare con coerenza”, “Cazzeggio e Responsabilità”, “Cazzeggi tu o cazzeggio io?”… Poi, quando arrivo all’apice della lista mi viene in mente l’insormontabile organo (che a suo modo ha a che fare anche lui col… cazz-eggio) dei… censuratori! Allora mi smonto, scendo dall’apice e rivedo con attenzione i possibili nomi da dare al mio libro, che molto civilmente diventa: “Crescere scherzando” (sostituto di “Cazzeggiando si cresce”), “Ridere fa bene” (sostituto di “Cazzeggia che ti passa”), “Giovani d’oggi” (sostituto di “Cazzeggioni della nuova era”), “Poesia del divertimento” (sostituto di “Cazzeggiare come principio ispiratore”), “Divertirsi, ma non troppo” (sostituto di “Cazzeggiare con criterio”), “Divertirsi, ma con ordine” (sostituto di “Cazzeggiare con coerenza”), “Divertimento e buon senso” (sostituto di “Cazzeggio e Responsabilità”), “Divertirsi insieme: una nuova generazione di giovani” (sostituto di “La generazione dei coglioni: cazzeggi tu o cazzeggio io?”)…
Mi domando da dove nasca l’intenzione di scrivere un libro. La sola intenzione. In trent’anni, ne ho iniziati almeno trenta e non ne ho finito neanche uno, anche perché tutti quelli ai quali decidevo di sottoporre i miei racconti, romanzi, poemi e fiabe erano dei grandi rompicoglioni ubriachi di cultura spinta (come la chiamo io) che, a meno che non si trattasse di scrittori sconosciuti (che gli stessi romicoglioni definiscono ovviamente celeberrimi), adagerebbero su un ricco falò a cielo aperto centinaia di libri nati dalla sola voglia di qualcuno di dire qualcosa, una cosa qualunque. Se chi scrive non è un portoghese, un israeliano o un giapponese, deve essere quanto meno uno psicopatico di fatto, un filosofo degli ultimi due secoli o un tizio che ha scritto un libro solo che ha venduto una sola copia: quella comprata dai rompicoglioni che vanno in giro per il mondo a far credere, a chi legge il triplo di loro, che il tizio in questione è il più grande scrittore di tutti i tempi, solo per farti sentire una merda quando dentro di te, senza rispondere, pensi: “Possibile che, con tutto quello che leggo io, sto tizio non l’ho mai visto nemmeno in cartolina?”. Nella maggior parte dei casi, quando ci si trova di fronte a personaggi simili, si finisce col masturbarsi il cervello a forza di pensare a dove poter trovare quello che noi ancora non sappiamo essere l’unico libro scritto da questo… celeberrimo tizio. Il nostro libraio di fiducia, che dovrebbe essere colui che ha imparato a memoria tutti i tomi di tutte le edizioni della Treccani, generalmente finisce col guardarci negli occhi con aria sorpresa per poi chiederci: “Ma perché vuoi leggere proprio quel libro che ha venduto una sola copia ed è stato ritirato dal mercato? Non è un …grande scrittore. Non ne vale la pena”. Il libraio ci risolleva dall’insoddisfazione stimolata dal rompicoglioni che ce lo ha messo in testa e tutto torna alla normalità. Non lo leggeremo mai il libro di quel tizio, ma sapremo almeno che è esistito e che adesso probabilmente fa …un altro mestiere.
Chi è autorizzato a scrivere un libro? E chi si occupa di autorizzare qualcuno a farlo? Il mercato direbbe che il Business editoriale è ciò che fa di un libro un successo (un Best Seller), e quindi è anche ciò che trasforma uno sconosciuto in un celeberrimo scrittore, mentre la gente comune direbbe che l’argomento trattato è ciò che la spinge a comprarlo (infatti i libri più venduti sono in genere quelli più compresi da tutti: il Kamasutra, le tecniche dello Yoga, le fiabe per bambini, le collane di De Crescenzo…). In entrambi i casi, il concetto è lo stesso: parlare di qualcosa che piaccia a tutti in modo che possa essere venduto a più gente possibile. E’ una legge del mercato che governa richiesta e offerta di qualunque cosa. Se è così, allora è facile: tutti sono autorizzati a scrivere un libro e chiunque sia abilitato potenzialmente a leggerlo può occuparsi di autorizzare qualcuno a farlo. Da qui è nata la mia intenzione: commissionare a me stessa un libro che io stessa avrei voluto leggere, se fosse stato scritto da me. E’ il modo più semplice per far si che richiesta e offerta si incontrino, dando vita ad un Business editoriale che sfoci in un Best Seller in grado di vendere milioni di copie, tradotto in almeno quattro lingue e distribuito da cinque case editrici diverse al mondo. Qualcuno un giorno verrà da me e mi dirà: “Voglio comprare i diritti del tuo libro e girare un film sulla tua storia”. Magnifico! “Sono ricca” penserò io. Poi, dando freno al mio momentaneo entusiasmo, mi renderò conto che: o il regista non ha letto il mio libro oppure sarà il “Trainspotting” del secolo perché il mio libro …non ha una storia, ma si limita a voler essere un rigurgito di argomenti senza un apparente senso compiuto, all’interno dei quali l’unica cosa che li tiene insieme è… quel sottile filo di saliva che sgorga tra un rigurgito e l’altro. Io non voglio scrivere una storia. Voglio solo fare del cazzeggio un nuovo mezzo di comunicazione letteraria. Questo è il mio intento: scrivere tutto quello che mi viene in mente così come lo penso, in ordine sparso, confuso, caotico ed essenzialmente …nevrastenico, direi. Che non vengano poi a dirmi che il mio libro non ha un filo logico, non ha un senso, non ha un criterio o non riguarda argomenti compiuti, perché questo è quello che voglio io. E’ facile scrivere un racconto, una storia compiuta, una fiaba o un giallo: basta trovare un inizio e inventare una fine. Ma quante persone riescono a scrivere un libro senza un filo logico, senza un senso, senza un criterio e senza un argomento preciso? Quanti riescono ad iniziare senza sapere dove sono diretti o dove finiranno? Io non lo so, eppure lo sto scrivendo. Se questo non è un pregio cosa lo è? Riuscire a scrivere (e a far leggere) pagine e pagine di cazzate senza un filo logico, senza un senso, senza un criterio e senza un argomento preciso, non è da tutti. Io ci riesco e per me questo è un pregio. Troverò mai un editore che abbia il coraggio di pubblicare una cosa simile, infognando consapevolmente la sua altrettanto pregiata e nota casa editrice in un mare di cazzate? Se qualcuno, in questo momento, tiene in mano questa specie di libro, vorrà dire di si… altrimenti finirà sul mio sito in versione file pdf protetto da password e firma digitale, a disposizione gratuita di tutti quelli che avranno voglia di leggere una non storia. Prima o poi, qualcuno mi chiederà: “Cosa ti fa pensare che il tuo libro diventerà un Best Seller?” e allora io risponderò “Se qualcuno ha deciso di pubblicarlo significa che risponde alle esigenze di mercato del momento”; oppure: “Cosa ti fa pensare che un editore possa avere interesse a pubblicare il tuo libro” e allora io risponderò “E’ destinato dal mercato a diventare un Best Seller”. Ad ogni domanda esiste una risposta: non importa che sia giusta o meno, è importante che ci sia. La vita in fondo è come un quiz (tante risposte per un’unica domanda), un questionario a distanza (tante domande in cambio di tante risposte), un test (dammi una risposta e ti dirò chi sei), a volte è perfino un rebus (chiedetemi tutto quello che volete tanto posso anche non rispondere …o rispondere solo in parte). Ad ogni punto interrogativo corrisponde un punto esclamativo. Hai una risposta per tutto? Hai vinto. Oggi non è importante l’entità della risposta, è importante rispondere. Su tutto il resto, si fa in tempo ad aggiustare il tiro. Intanto rispondi e poi si vedrà. Il segreto è la Credibilità: se sappiamo come essere credibili, anche mentire può diventare una Grande Verità. Si può essere credibili mentendo sempre, di continuo e spudoratamente a tutti, al mondo e perfino a noi stessi, e per esserlo non è (almeno non più) necessario essere onesti, godere di una buona fama e dire sempre la verità: basta saper essere disonesti insospettabili (come Mr. Ripley), saper godere di una fama qualunque (purché la si abbia), e saper dire quante più bugie occorrano a farci sembrare migliori di quanto gli altri non ci dipingano già.
Saper Essere, saper godere e saper dire. Solo tre cose bastano: tre, come il numero perfetto; come le tre Marie; come i soci dispari di un’impresa di successo; come l’ultimo numero romano fatto di sole “astine” prima di quelli che comprendono la “V”; come Qui, Quo e Qua; come i tre porcellini; come il gioco del tris; come “un, due, tre stella!”; come i punti aerogeni del corpo umano (collo, schiena e organo sessuale); come le olive verdi che metti accanto all’insalata quando servi il contorno; come la stella a tre punte che impari a disegnare da piccolo, prima di quella a cinque; come il numero che ti fa incazzare in prima elementare perché non ti ricordi mai da quale verso lo devi raffigurare; come il massimo delle fidanzate che sei riuscito ad avere contemporaneamente, all’insaputa l’una dell’altra; come le uova che avanzano sempre nel frigo quando decidi che è giunto il momento di comprarne altre sei; come le persone che ami di più al mondo (mamma, papà e la fidanzata); come le paia di pantofole che hai da anni (quelle per la camera da letto, quelle per girare in casa e quelle che usi solo per la doccia); come gli amici fidati, quelli che vedrai per tutta la vita e che manderai a cagare solo dopo aver scoperto che hanno avuto una storia con tua moglie dieci anni prima che la sposassi tu; come il numero dei figli che vorresti; come i giorni in cui ti senti meglio (venerdì, sabato e domenica); come le canne che ti sei fatto in tutta la tua vita; come le vite che credi di aver vissuto prima; come il numero di volte (che dovresti moltiplicare ancora per tre e per tre e per tre) in cui hai preso una sbornia da non riuscire a tornare a casa; come la notte in cui hai fatto l’amore con tre donne contemporaneamente (delle quali una era sicuramente tua cugina); come la donna che hai scelto di sposare (la terza in ordine di importanza); come il numero di portate che scegli al ristorante (antipasto, primo e secondo; oppure primo, secondo e contorno; oppure primo, contorno e dolce…); tre, come quello che hai preso al primo compito in classe di latino al liceo; come i barattoli di marmellata che compri quando non sai che gusto scegliere; tre, come “te senza r” o come “treno” senza “no”; tre, come il numero di volte in cui hai pensato di morire, solo per un attimo, ma lo hai pensato; tre, come le piramidi d’Egitto; come lui, lei e l’altro… Tre.
La costante è Saper …più qualcosa appresso: più verbi ci sono dopo, più la tua credibilità promette bene. Un uomo che sa parlare, sa vestire, sa mangiare, sa essere intelligente e divertente, comprensivo e dolce, intrigante ed attraente, è un uomo ricco di credibilità e di un mare di donne che sembrano… un nido di cozze a galla di uno scoglio esposto al sole.
Ecco un altro splendido argomento da cazzeggio filosofico. Domanda da un milione di dollari: ma perché le donne belle finiscono sempre col fare coppia con dei molluschi alti la metà di loro e gli uomini belli allevano nidi di cozze? A meno che non si tratti di matrimoni combinati, sulla base di fattori pubblicitari ed estetici che rappresentino i canoni di quello che la massa vuol vedere (tipo Totti e Ilary, Ramazzotti e la Michelle, ecc.), il resto è …il reame della fogna di Loverville: i brutti con le belle e i belli con le brutte…Nell’idea collettiva di “bello” che possediamo oggi, quello che caratterizza tutti i fattori costanti che compongono l’equazione dell’adone è sostanzialmente l’opinione più diffusa che induce l’essere umano ad acquistare il calendario sexy più gettonato della stagione. Mentre, in tempi non sospetti, la bellezza assumeva perfino le caratteristiche di un tema da discussione filosofica (vedi Kant, che di certo non era passato in edicola poco prima a comprare il calendario di Alessia Marcuzzi), in tempi odierni, la modernizzazione dell’uomo e la sua naturale evoluzione hanno fatto della bellezza (…povero Kant) un ben più sintetico concetto: grazie a tutte le metastasi di coglionaggine umana diffusesi irrimediabilmente sulla crosta terrestre, oggi siamo finalmente in grado di definire la bellezza senza dover più ricorrere a letture filosofiche o a interpretazioni soggettive di grandi pensatori. E’ per questo che con grande soddisfazione possiamo gridare al mondo intero che non è bello ciò che piace, ma è bello ciò che in edicola vende più copie (non ditelo a Kant!). Ridurre il tutto a questa banale asserzione sarebbe davvero triste e poco opportuno nella sede (questa) in cui io ho deciso di fare del cazzeggio una sorta di “arte propiziatoria” che fosse, si divertente, ma anche costruttiva, per cui approfondisco il concetto sopra espresso con un’aggiunta che faccia sembrare il discorso meno “povero di ingegno” e invento seduta stante la massima seguente:
“Bello è ciò che è in grado di ‘bello’ sembrare”.
Apparentemente, quello della bellezza potrebbe sembrare un argomento “bulimico”, non tanto in senso salutistico (benché coinvolga spesso problematiche pesanti che lascio volentieri discutere ad altri), ma perché “più lo mandi giù e più ti torna su”. Ovviamente, non è mia intenzione esaurire la mia fantasia a scapito di mille altri argomenti che si prestano al cazzeggio anche meglio di questo, quindi preferisco non proferire oltre in materia e chiudere il tema con la considerazione citata dalla mia massima sul ‘bello sembrare’.
Mi sembra già di sentire i primi commenti critici sulle mie massime. Mi vedo seduta al centro del palco del Maurizio Costanzo Show con lo Sgarbi di turno che mi guarda triangolarmente da sotto gli occhiali per chiedermi con quel fare un po’ “aristotelico”…: “Ma secondo lei, se Kant avesse voluto dipingere il suo concetto filosofico di bellezza, avrebbe dipinto un fiume in piena, una valle deserta o uno stormo di pellicani?” ma anche in questo caso io avrò la mia lista di pronte risposte e di contro domande: “Ma secondo lei, se Kant avesse voluto dipingere un suo ritratto l’avrebbe raffigurata con la faccia di uno pterodontero (che non esiste, ma lui non lo sa e quindi non farà la figuraccia di chiedere davanti a milioni di italiani cosa sia…), di un burattino kafkiano (non mi risulta che Kafka si adoperasse nella costruzione di burattini di nessun genere, ma lui non sa neanche questo dal momento che io uso questo tema come spunto) o di una donna?”. La mia contro domanda lo porterà a rispondere “di una donna”, perché sulle risposte A e B rischierebbe un ulteriore interrogatorio su argomenti cha ha paura di non conoscere, mentre la terza risposta è la più semplice. Al contempo, lo stesso Sgarbi di turno non si renderà conto che il mio obiettivo sarà quello di far si che la sua risposta lo faccia pensare ad una sua eventuale remota ma vera essenza: l’uomo dalla faccia di donna. In questo modo avrò risolto il problema: perderà il resto del tempo dello show, con lo sguardo perso fisso verso il pubblico, a chiedersi se in realtà non sia stato un gay in un’altra vita e io non dovrò più preoccuparmi di quali domande potrà farmi ancora, visto che sarà occupatissimo a bombardare di domande se stesso, in cerca di risposte che non troverà mai (avendo dimenticato nel frattempo il reale motivo per cui avrà scelto in origine la risposta C). In questo frangente tematico lo spunto di riflessione è: chi è in realtà colui che porta nel suo corpo la nostra anima? Siamo davvero padroni di noi stessi, del nostro passato e del nostro futuro? Una risposta affermativa darebbe adito a ben poche domande in più, perché evidentemente rappresenteremmo, secondo noi, l’emblema dello “spacca-mondo”: io contro tutti, sicuro di me fino alla fine dei miei giorni, “finché morte non mi separi dalla vita”. Il motto sarebbe piuttosto semplice. Una risposta negativa darebbe invece spazio ad un infinito cesto di domande che spazierebbero dal mistico al filosofico con una confusione tale per cui alla fine perderemmo di certo il filo del discorso e, a questo punto, come spesso accade, dopo aver perso il controllo delle nostre stesse parole, tenderemmo a dire: “Comunque, in sostanza, si. Mi ritengo uno spacca-mondo anche io”. “In sostanza”.
Nella Sostanza, che dovremmo essere noi, cerchiamo il conforto di un’insicurezza tanto forte quanto grande è il significato debole della parola stessa… insicurezza. Alla ricerca di soddisfare le nostri perenni illusioni, a fronte delle quali non bastano tutti gli errori fatti in passato, arranchiamo da una sponda all’altra della vita, tentando di rincorrere quella dimensione surreale di un equilibrio psico-fisico che non esiste, ma che allo stesso tempo ci fa sentire soddisfatti di noi stessi.

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