Se è diverso non è uguale.

di Giorgia Petrini

Penso a quel ragazzo di sedici anni che qualche giorno fa si è lanciato dalla finestra della scuola schiantandosi su una macchina parcheggiata in strada: la stampa ha scritto che non sapeva come dire ai propri genitori di essere omosessuale. Penso al suo coetaneo di ieri che, a centinaia di chilometri di distanza, credo a Brescia, è andato a scuola in mimetica col fucile carico dello zio, nascosto nella custodia della chitarra, perché forse pensava di sparare ai passanti da una finestra della scuola. Penso ad un altro loro coetaneo, di mia indiretta conoscenza, che un mese fa si è impiccato in casa sua mentre i genitori e la sorella erano in un’altra stanza. Penso a quanti giovani, con meno di 20 anni, sono già stanchi di vivere, infelici e dissipati tra la solitudine e l’incomprensione…
Vorrei dir loro, per esperienza diretta e indiretta, che una strada c’è ed è sempre percorribile in ogni momento! Vorrei che tutti noi fossimo in grado di aprire bene gli occhi e di vedere dove siamo, cosa stiamo facendo e dove stiamo andando! Abbiamo tanto desiderato un progresso che, non pienamente compreso e malamente promosso, sta conducendo gli esseri umani all’autodistruzione; abbiamo tanto desiderato un’emancipazione sociale che ogni giorno di più sta diventando un modo per dividerci gli uni dagli altri; abbiamo tanto spinto una globalizzazione ad armi impari in cui dilaga la povertà e s’inerpica la ricchezza; abbiamo tanto voluto annientare la diversità sessuale (da sempre presente in natura) per imparare a pensare e a vivere secondo genere (nostra recente invenzione); abbiamo tanto chiesto alla scienza di poter avere dei figli in ogni condizione, con chiunque e ad ogni età e poi li abbiamo lasciati al loro destino, elevando la nostra dottrina di educatori a scialbe risposte da “tutto è possibile, ormai”; altrettanto, abbiamo istituito il severissimo principio di lotta secondo cui un figlio lo si vuole a tutti i costi, ma agli stessi costi lo si vuole anche abortire… anzi per molto meno. E l’elenco delle storture sarebbe ancora lungo…
Oggi in famiglia quasi sempre si parla d’altro, di scemenze, di necrologi, di barzellette, forse di quello che si ha da fare (quando va bene). Di cose importanti mai, si demandano alla propria intimità, alla ricerca introspettiva, a internet, al compagno di classe, ad una generica idea propria. “Non la penso così”, “Non sono d’accordo”, “Io sto bene come sto”… Ah, scusa, non me ne ero accorta. “Le nuove bande” si affrontano ormai tra chi prega a colazione, pranzo e cena e chi inizia a mangiare senza aspettare che si siano almeno tutti seduti a tavola. Ti nutri, non condividi niente e racconti barzellette a tempo pieno? E chi parlerà ai tuoi figli di amore, di solidarietà, di sesso, di bellezza, della vita, del dolore, dell’amicizia, dell’educazione… Chi lo farà? Su quale piano? Seguendo quali indicazioni? Quelle della maestra? Quelle del parroco, ammesso che lo manderai in Chiesa o al catechismo? Le scelte opportune governano la nostra esistenza e farle al momento opportuno è importante. La solitudine, le incomprensioni, il bisogno di capirsi e di scoprirsi, tante basi di ciò che i nostri figli nasconderanno nelle custodie delle chitarre e di ciò che da soli non saranno in grado di capire, trovano sempre risposta nella scelta del metro. A chi vorresti demandare tutto questo? Parlare con loro e provare a educarli secondo una visione antropologica “contraria” a questo tempo e fedele alla vita vera (fatta di realtà e non di fantasia) è un metodo infallibile per evitare che a sedici anni si lancino da una finestra disperati? Pane e preghiere li salveranno di sicuro dalla disperazione di questo mondo? Non lo so, ma certamente lo spero e lo credo profondamente, perché sperare e basta serve a poco. Bisogna credere profondamente in ciò che si spera! Pregare col cuore che i nostri giovani possano vivere in grazia di Dio, aiutarli con l’esempio a fare questo, e non perdere mai la fede! Questo è quello che abbiamo da fare noi. Di certo dovremmo anche cercare di fare in modo che lo possano incontrare e oggi incontrare Dio è veramente quasi solo questione di volontà. Dipende da dove guardi.

Tutto ricorre nella storia del mondo e Papa Francesco ne sa qualcosa. Non è la prima volta che gli esseri umani commettono gli stessi errori (fiumi di prove storiche e profetiche sui giorni nostri ha scritto San Paolo nelle Lettere ai Romani)… e la cosa ci riguarda tutti sempre, compreso chi lo scrive e chi predica di fare sia il bene che il meglio. La differenza sta nel credere di poter fare da soli o nell’essere consapevoli di dover chiedere aiuto a Qualcuno. Scegliere La Persona Giusta aiuta e ispirarsi ai suoi insegnamenti è necessario, oggi più che mai.
Per le barzellette e gli errori mi rendo disponibile al bisogno, perché sul quando volete voi ho delle riserve…

5 pensieri riguardo “Se è diverso non è uguale.”

  1. Perdonami, ma che sia giusto o sbagliato ciò che scelgo, come lo faccio e con quale metro a me importa, e parecchio, anche perché le mie scelte riguardano sempre qualcun altro oltre me. Presumere che la mia sola consapevolezza sia sufficiente a ordinare le cose (magari, di tutti) è sbrigativo e pericoloso. Pensare che le nostre azioni e scelte riguardino solamente noi e che siano quindi soggette unicamente alla nostra “consapevolezza soggettiva” ci ha portati a un chiaro tempo di nichilismo e di individualismo puro, di inciviltà e di negazione dei diritti umani. Personalmente, “chiedendo alle mie ragioni con senso del dovere” ho sempre fatto un gran casino, che oggi vedo molto spesso riflesso nel mondo. Se quello che scrivi ti convincesse davvero non vedresti una realtà “frutto delle nostre convinzioni dogmatiche, dei nostri assolutismi, di quello che imponiamo agli altri nel nome della nostra pseudo tolleranza”. Piuttosto questo mondo dovrebbe sembrarti giusto e equo perché frutto, come ritieni che dovrebbe essere, della “qualità” della nostra “consapevolezza soggettiva”. A te pare che sia così? A me pare di no. E in nome di cosa abbiamo fatto questo, arrivando a questo punto? In nome dei nostri dogmi, assolutismi e imposizioni. Esattamente. Nostri.

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    1. Va bene tutto Jo, ma io sto dicendo un’altra cosa.
      Ci mancherebbe che non ti importasse se il tuo “fare” sia giusto o sbagliato, mi sono evidentemente espresso male (anche perchè confuterei quel relativismo di cui parlavo).
      Alla base de “l’infallibilità” c’è tutto quello che non ti piace, presunzione, nichilismo, individualismo (che poi se evolve nell’oggettivismo etico se ne può parlare :) ) e negazione dei diritti umani.
      Alla base de “l’infallibiltà” c’è la consapevolezza che l’Io soggettivo regola ed ordina le cose per tutti.
      Come vedo io il mondo è qualcosa che appartiene al mio essere, al mio modo di percepire le cose, e quello che vedo spesso del mondo è l’assolutismo, l’idea relegata all’imposizione concettuale del proprio io sugli altri, “per” gli atri.
      Dogma non è un parola cattiva, non esistono parole cattive, ma se Dogma, appunto, è il vestito che mettiamo alla nostra concezione di verità assoluta, non ci stiamo domandando nulla, non stiamo scegliendo nulla, è solo l’ imposizione a noi stessi e agli altri del nostro credere, ed io preferisco pensare :)

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  2. Mah..è un problema legato “all’essere”.
    Perché se non sei qualcosa è un problema, e se lo sei dipende da cosa, sei.
    Perché se non fai qualcosa è un problema, e se lo fai dipende da cosa, fai.
    Una società semplice, minata da complessità più o meno reali, più o meno costruite.
    Tralasciando l’excursus “naturalistico” sul quale mi trovi pienamente d’accordo,
    anche se da pianeti distanti anni luce (io lo allargherei, il tuo discorso, a tante tante altre cose “poco naturali”),
    il problema, secondo me, non è cosa e come scegliamo, ma “quando”.
    Hai fatto una scelta e, credimi, ti stimo e sono felice per te, perché cambiare strada
    è molto facile, seguirla molto complicato.
    Il punto è capire, banalmente, che quello che è giusto per te non è detto lo sia per gli altri,
    che l’essere depositari della verità, dell’unica sola verità, comunque la si vesta,
    è un’infame mostro che dileggia la carne di chi lo nutre, la rabbia di Calibano che si guarda allo specchio,
    che mette il fucile nella custodia della chitarra, che apre la finestra, che stringe il cappio
    intorno al collo di un ragazzo di 16 anni.

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    1. Non è vero che cambiare strada è molto facile, anzi, direi che è “più facile” seguirne una sbagliata per tutta la vita, senza mai tentare di cambiarla… e penso sempre a me stessa quando scrivo, quasi mai agli altri. Il punto, secondo me, è invece capire che la giustizia – uno dei tanti esempi possibili – non è mai “secondo noi” perché è un bene universale (e infatti anche la giustizia di questa terra, frutto del pensiero soggettivo di pochi, funziona poco e male). Il risultato di questo mondo è infatti l’esatta conseguenza di ciò che pare giusto fare ai singoli, mediamente in funzione di interessi soggettivi e personali, e non all’umanità per il bene comune o il bene di tutti. L’unica cosa che a me oggi pare giusta è fare lo sforzo di provare a osservare questo e poi tentare di porsi nuove domande. Se ognuno di noi “avesse ragione” a pensarla come la pensa, solo perché né ha il diritto, questo mondo sarebbe perfetto e nessuno avrebbe bisogno di niente. Si cambia strada ricominciando dalle domande, secondo me, e non dalle risposte. Del resto, il frutto dei nostri desideri e pareri personali è sotto i nostri occhi, ogni giorno, oggi più che mai…

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      1. Si cambia strada continuamente, per scelta, a volte, spesso perché ci fanno scegliere, e non importa che sia giusta o sbagliata, perché la conoscienza è sempre condizionata dal singolo soggetto che la percepisce e pensa.
        Non esiste, quindi, un giudizio universale che permetta di isolare il vero e il falso da una consapevolezza soggettiva,
        una regola univoca che possa definire cosa è etico e cosa non lo è.
        Ognuno ha il diritto, e soprattutto il “dovere” di chiedere alle proprie ragioni, e visto che le strade sono disseminate da risposte, è importante partire dalle domande, appunto.
        Sotto i nostri occhi, più che dei desideri, c’è il frutto delle nostre convinzioni dogmatiche, dei nostri assolutismi, di quello che imponiamo agli altri nel nome della nostra pseudo tolleranza.

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