Descolarizzare la società, scriveva Ivan Illich nel 1971.

di Marco Di Antonio

Alla chiusura di ogni anno scolastico ci si interroga, come al solito, sui risultati. Si analizzano i numeri “rilevanti” – nelle performance di studenti e insegnanti, negli interventi che hanno interessato le strutture immobiliari, nei programmi didattici, nei sistemi di valutazione, nei meccanismi di integrazione sociale, nei rapporti con la famiglia e il mondo del lavoro, nelle attività extra-curricolari, nel trattamento del personale, e così via -,  si confrontano i dati nazionali con le statistiche europee o mondiali, si discute vivacemente (sovente inutilmente) e si tratteggia un quadro fatto, inevitabilmente, di luci e d’ombre – con diverse sfumature, secondo gli interessi rappresentati. Se, poi, la congiuntura politica lo favorisce, si inizia a mettere mano all’ennesima “riforma” della scuola, presentata invariabilmente come “decisiva”, “fondamentale”, “urgente” e “capace di rispondere alle esigenze dei giovani, nel senso di una maggiore aderenza alle necessità espresse dal mercato del lavoro”.

Leggere, alla fine di un nuovo anno scolastico, le pagine scritte da Illich più di quarant’anni fa è come scoprire un altro piano della realtà, una dimensione invisibile a coloro che ogni giorno la abitano. E’ tanto radicale il cambiamento di ottica che i termini del linguaggio invertono il loro significato. Così, mentre i professionisti dell’istruzione ed i consulenti educativi si dedicano con zelo paradossale a ridistribuire ore di insegnamento tra discipline vecchie e nuove, a differenziare POF (Piani di Offerta Formativa) in indirizzi dai nomi falsamente suggestivi, a verificare l’utilità comparata della settimana corta con quella che prevede la frequenza del sabato, il nostro autore preconizza con ineffabile chiarezza la “descolarizzazione della società”. A chi si è abituato a non esercitare più la propria capacità di coscienza, le domande di Illich sembreranno quelle insistenti e senza scampo di un bimbo nell’età dei “perchè?”: il dono incalzante del giudizio critico impedisce a chiunque di sfuggire all’analisi che si compie con lucidità medico-legale sul corpo sfigurato descolardella scuola nell’era dell’uomo illuminato. Sarebbe troppo facile cadere nella tentazione di bollare il lavoro di Illich con il marchio della rottamazione utopica dell’intero sistema: l’esperienza vissuta in prima persona sul campo e la fede pagata a caro prezzo testimoniano, invece, la portata assolutamente costruttiva delle sue intuizioni. “Se ci fosse un’educazione del popolo, tutti starebbero meglio”, recitava lo slogan di don Giussani nella campagna sul rischio educativo: nessuno dei due pensava all’istruzione obbligatoria di massa, né alla preparazione di ottimi consumatori. Entrambi avevano in mente – e nel cuore – la necessità di ogni essere umano  di imparare a vivere attraverso l’incontro con l’altro.
E’ un libro da leggere, soprattutto per chi si chiede dove andremo a finire di questo passo…
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