Senza STORIA in classe: così l’Italia si gioca il futuro

di Giuseppe Matarazzo, 3 dicembre 2014

Prendiamo il Colosseo o il teatro greco di Siracusa. Due simboli della Grande Bellezza, del patrimonio archeologico e monumentale del nostro Paese. Il premio Oscar, Paolo Sorrentino, ha sorpreso e incantato il mondo con le immagini del suo film, ma anche con la decadenza che è in atto. Incuria nella salvaguardia, ma soprattutto l’erosione del sentimento culturale che dovrebbe essere la molla della valorizzazione. E se tutti – politici, governanti, istituzioni, associazioni – non perdono occasione e circostanza per declamare l’importanza del patrimonio culturale, richiamando persino mecenati a contribuire con risorse private a salvarlo, praticamente nessuno, se non una sparuta nicchia di intellettuali, denuncia la voragine di ignoranza e di oblio in cui rischia di affondare la nostra memoria. Chi dovrebbe valorizzare questo patrimonio senza conoscenza? Il dito è puntato sulla lenta, inesorabile e disastrosa scomparsa delle storia (e della geografia) dai programmi scolastici.

«Una serie di provvedimenti legislativi e regolamenti scolastici nell’ultimo decennio, a partire dal 2004, fanno sì che di quello straordinario patrimonio le nuove generazioni non sappiano o non capiscano praticamente nulla. Della storia antica, buona parte degli italiani ne sente parlare una sola volta nella vita. In quarta e quinta elementare. Sembra incredibile, ma nella patria dei Cesari, di Tacito, di Cicerone, Virgilio, Orazio, Archimede e Vitruvio, la storia dei Romani e dei Greci è stata totalmente espulsa dalle scuole medie. Perché secondo i programmi attuali, tutto l’arco temporale storico si studia una volta sola fra le elementari e le medie. Alle superiori, poi, tutto dipende dai percorsi di studio… », è l’amara riflessione dello stato dell’istruzione italiana fatta dal latinista Fabrizio Polacco che sull’ultimo numero del mensile Archeo, lancia un «Sos storia», aprendo il dibattito sull’opportunità di provvedimenti che sembrano mirati a cancellare materie fondamentali per mantenere viva la memoria e interpretare con competenza e interesse il nostro patrimonio, la nostra vera ricchezza. Quella di 50 siti Unesco che il mondo ci invidia e che milioni di visitatori ogni anno vengono a visitare da tutto il pianeta.

«Si può iniziare il percorso di prima media dal Medioevo – domanda Polacco – senza preoccuparsi della totale ignoranza sulle fasi storiche che l’hanno preceduto? Il mondo classico è stato relegato a un ambito esclusivamente mitologico». E questo comporta un’altra paradossale conseguenza: «Fino ai quattordici anni – aggiunge l’insegnante – nessun alunno ha più idea d’assieme dell’intero percorso storico. In pratica, arrivati in prima media questi poveri ragazzi non hanno mai sentito parlare di Rinascimento e Illuminismo, di Rivoluzione francese e di guerre napoleoniche, e fino alla terza media, addirittura non hanno la più pallida idea di che cosa siano l’Unità d’Italia, le guerre mondiali, il fascismo, il comunismo e l’Olocausto ». E non finisce qui. Perché anche alle superiori, persino nei percorsi liceali, nel biennio, la storia come disciplina autonoma dotata di un distinto spazio orario non esiste più (senza considerare la “scomparsa” della storia dell’arte o del latino).

«Con un altro dissennato provvedimento introdotto nel 2010, la storia è stata accorpata alla geografia. Alla disciplina geo-storia sono state assegnate in tutto tre ore settimanali, un’ora e mezzo ciascuna. Meno dell’educazione fisica». Con tutto il rispetto per il corpore sano,
quale rispetto potremmo pretendere del nostro patrimonio? E soprattutto, quali cittadini di domani stiamo allevando? «Di fronte all’invocata scuola di massa, di massa è rimasta l’ignoranza», accusa ancora Polacco, lanciando poi degli interrogativi che invitano
alla riflessione: «Come pensiamo di integrare davvero quel 10% di alunni stranieri che frequentano le nostre scuole, se penalizziamo proprio quelle materie che più caratterizzano la cultura di una nazione? Come si può pensare di dare uno spirito comune ai cittadini dell’Unione Europea senza informarli della vicenda storica che li unisce? Perché negare a questi giovani il diritto di sapere chi sono e da dove vengono? E magari permettere loro anche di farsi un’idea di dove, tutti insieme, potrebbero andare?».

Domande forti, in un contesto culturale evidentemente debole, dove un tweet vale più di un libro, dove la tecnica vince sul pensiero (persino una ricerca si fa ormai a colpi di copia e incolla!). Così l’Italia, cedendo sul suo passato, si gioca anche il futuro.

Fonte: Avvenire

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