Da grande posso essere vostra figlia?

di Silvia Guidi – 02/01/2014

Perché mettersi un estraneo in casa? Perché investire tempo, affetto, attenzione, notti in bianco, discussioni interminabili per valutare i pro e i contro, per sostenere la vita di un ragazzino che non sarà mai tuo, che non è biologicamente tuo figlio e magari non farà mai neanche stabilmente parte della tua famiglia?

Perché conviene. Perché la vita — dei genitori affidatari, dei fratelli, degli amici e dei parenti che vengono coinvolti — diventa più bella, più intensa, piena di sorprese. Perché c’è la fatica e la paura di rimetterci, il dolore del distacco quando arriva la telefonata che comunica la destinazione definitiva del bambino, ma «del dolore neanche ci si ricorda, come dopo aver partorito» spiega Grazia, una delle protagoniste di La mia casa è la tua (2010)docu-film di Emmanuel Exitu sull’associazione Famiglie per l’accoglienza. «C’è un bambino, c’è una vita nuova, ci sono io, madre un’altra volta. Per ricordarmi il dolore ci devo pensare, è troppo il bello che arriva dopo».

Nata come associazione in Italia nel 1982 — e oggi presente anche in Argentina, Brasile, Cile, Lituania, Romania, Spagna e Svizzera con tremila famiglie associate e più di ottocento adozioni e millecinquecento affidi in trentuno anni di storia — accompagna ogni coppia e fornisce un aiuto concreto per preparare e sorreggere esperienze di accoglienza che spesso si rivelano più complesse e faticose di quanto lo slancio iniziale potesse prevedere. Questo ha portato anche a progetti con le istituzioni e le scuole per sostenere i minori adottati o in affido con particolari difficoltà fino alla creazione di strutture protette. Più recente è l’esperienza di accompagnamento nella cura dei disabili e degli anziani in seno al nucleo familiare. Solo in Italia ogni anno sono in agenda circa cinquecento eventi tra promozione e sensibilizzazione, formazione e mutuo aiuto.

Questa capacità di “fare rete” è oggi un elemento considerato importante anche dagli enti che regolamentano adozioni e affidi: servizi sociali e tribunali dei minori sanno bene infatti che le famiglie devono essere preparate e seguite in queste scelte così importanti e delicate. Quando si tocca il mondo dell’affido si affollano molte domande, paure e speranze: è possibile avere due mamme, una di nascita e una di cuore? Perché andarsi a cercare dei figli in difficoltà? È una predisposizione particolare a un altruismo eroico o un’esigenza normale, presente in tutti?

I rapporti di affido sono a termine nella stragrande maggioranza dei casi: il rapporto che si crea scompare o è per sempre? Se ogni legame genitoriale autentico è per sempre, come insegna l’esperienza, è vero anche il contrario; la maternità e la paternità rivelano tutto il loro potenziale affettivo e generativo anche quando vengono tradite, come nel negativo di una fotografia.

«Noi riconosciamo che l’accoglienza è la dimensione costitutiva della famiglia — spiega Marco Mazzi tracciando l’identikit dell’associazione di cui è presidente insieme alla moglie Licia — la famiglia nasce da un gesto di accoglienza tra marito e moglie e si apre nell’accoglienza a nuove vite, lega le generazioni in un rapporto di gratuità. Vedere persone che si implicano totalmente, che mettono in gioco il luogo più caro che hanno per far compagnia ad altre persone, l’amicizia che ne nasce, tutto questo non potevamo tenerlo per noi, perché tutta la società ha bisogno di vedere che l’accoglienza e la gratuità sono esperienze possibili. Noi siamo una compagnia, lo diciamo sempre — ribadisce Mazzi — la nostra è un’amicizia. La famiglia da sola si smarrisce, o comunque rischia di smarrirsi. Anche la famiglia che accoglie. Noi non avremmo fatto questa esperienza se non fossimo stati educati dentro alla tradizione della Chiesa all’esperienza che è il Signore per primo che ha creato l’uomo, e ha messo nell’uomo un bene a volte nascosto, quasi impercettibile, ma presente. Dentro questa storia riverberiamo quello che è accaduto a noi. Non c’è una famiglia “specializzata” in accoglienza, chiunque può accogliere una persona da amare per quello che è; vogliamo sostenere questa apertura permanente. Alcuni, sperimentata la positività del gesto in accoglienze temporanee, anche di un solo giorno, si sono resi disponibili ad accoglienze prolungate».


È il caso di Jimmy e Silvia Garbujo che hanno trasformato la loro abitazione in una casa-famiglia, Casa San Benedetto. «Oltre ai nostri quattro figli ne abbiamo altri cinque: tre ragazze adolescenti, un ragazzino e una bambina. Casa nostra è molto “trafficata”, abbiamo un tavolo lungo tre metri in cucina, sempre pieno. Nel tempo, ognuno viene fuori con quello che si porta dietro, col dolore che ha, e noi ogni tanto dobbiamo ricordare che stiamo facendo solo un pezzo di strada insieme. Devi aver ben chiaro che non sei tu che gli risolvi la vita, ma sicuramente puoi stare al loro fianco. Insieme si possono guardare anche le cose più dure, le situazioni dolorose vissute con i genitori naturali per esempio».

«Chi ha avuto delle storie difficili — continua Licia Mazzi — fatica a sapere chi è, è come se fosse sempre un po’ in guerra non si sa bene con chi. Noi possiamo dirgli: “guarda, riposati!” C’è questa possibilità di deporre le armi; questa possibilità la sperimentiamo mangiando insieme, andando a comprare le scarpe, andando a scuola».

«Chi accoglie non si considera un eroe — continua Jimmy Garbujo — anzi, scopre i suoi limiti; noi non siamo quelli che salvano questi bambini. Non siamo più bravi degli altri». «Neanche più coraggiosi», aggiunge sua moglie Silvia.

Ma sono i gesti più quotidiani, feriali, normali a generare, concretamente, speranza: «da grande posso essere tua figlia?» chiede un giorno Martina, sei anni, alla mamma affidataria.

«Se tutto, come ad esempio andare a vedere posti belli insieme — continua Silvia Garbujo — è una novità per loro, anche noi siamo sollecitati a essere più veri rispetto a noi stessi. Ho sempre avuto il desiderio di non perdermi il gusto del vivere. Sentirci parte di una famiglia più grande per noi è una necessità; l’accoglienza ci ha aiutato, ci sta aiutando a vivere il meglio della vita, nel senso che non ci fa fermare all’apparenza delle cose. E possiamo dire che sia chi accoglie, sia chi aiuta coloro che accolgono, cresce in umanità e in bellezza».

Non solo i bambini hanno bisogno di essere accolti, anche i grandi. «Vivere in una compagnia di famiglie, in una casa di carne e non solo di mattoni, in un luogo curato e accogliente, apre la possibilità di un cammino nuovo», spiegano Luca e Laura Orlando raccontando come è nata Fontanavivace a Genova, grazie alla collaborazione con le suore di Santa Marcellina. «Adesso siamo in ventiquattro; la nostra non è una comune anni Settanta, siamo tre famiglie diverse che hanno deciso di sostenersi condividendo il tempo libero, l’educazione dei figli e l’apertura a nuove ospitalità: minori in affido, nuclei genitore-bambino in difficoltà — per aiutare le mamme ed evitare, finché si può, di separarle dai figli — ma anche gruppi di giovani, o parenti di bambini ricoverati al Gaslini. Si suona prima di entrare, anche se i figli giocano tutti insieme. Tutto è iniziato per caso, non da un progetto nostro, come la tradizione del caffè dopo cena per parlare di quello che è successo durante la giornata, o la preghiera insieme, iniziata per chiedere la guarigione di una bimba malata di tumore che poi non ce l’ha fatta; a casa nostra è entrato anche un pezzetto di morte, in mezzo a tanta gioia». «L’ospitalità non è il dare qualcosa ma è il dare tutto, è l’implicazione di tutta la vita» si legge nel sito di Fontanavivace. «Ormai non riuscirei a pensare la mia vita diversamente da così» conclude Luca.

«All’inizio — spiega Grazia in La mia casa è la tua raccontando la sua esperienza di affido — ho cercato di difendermi. Ma poi mi sono trovata lei che era entrata nel mio cuore e io che ero entrata nel suo».

affido

Fonte: Osservatore Romano

 

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