Marchionne ha perso ogni speranza: ormai, è un martire in cerca di numeri.

di Giorgia Petrini

marchionne

Sinceramente, a me, questo tiro a segno di “Marchionne martire” fa un po’ sorridere. Il Giornale – oggi il pezzo è a firma di Salvatore Tramontano – ne parla spesso (Travaglio direbbe che “è normale”). Il nesso poi, tanto logico e scontato, tra quello che sta per accadere a Berlusconi (col sottofondo della colonna sonora dello Squalo) e quello che accadrà, di conseguenza, a questo Paese (“povera la nostra Italia”) è davvero lontano dalla realtà. E io ancora, scusate tanto, mi stupisco. Oltretutto dubito che, di questi tempi, la gente si stia occupando di certe questioni, senza nulla togliere alla Fiat 500 fuxia che, detto tra noi, a me piace da impazzire.

Dice l’oracolo Marchionne ai suoi connazionali: “se a decidere fosse solo la ragione, e non il cuore, non c’è nessun motivo per fare impresa qui in Italia”. Sorvolando sull’imperfetto uso del presente indicativo al posto del condizionale (di dubbia provenienza tra chi parla o chi scrive), la cosa che stupisce è che Marchionne si dica, in un certo senso, “mosso dal cuore”. Non dubito per nulla sul fatto che ce l’abbia e ne faccia di certo un amorevole e tenerissimo uso, lungi da me dirlo, non lo conosco, ma tenderei ad avere diversa icona di ciò che si decide col cuore. Ad esempio, appunto, con il cuore, da imprenditori, sappiamo benissimo per quale motivo “il costo del lavoro (qui) non è concorrenziale” e perché in Italia “si cammina nel fango”; sappiamo anche perché spesso si pensa di “andar via, dove conviene, dove si respira, dove c’è futuro. C’è bisogno di dirlo meglio? Non credo.

Cit. “Il giudizio di Marchionne non è isolato, non è il pensiero di un bastian contrario. Non è neppure un ricatto. È quello che pensano moltissimi imprenditori. E chi resta a produrre qui lo fa solo per ragioni metaeconomiche: per amor di patria, per i figli e per i padri, per gli operai. Non certo per i numeri.”

Mi verrebbe da dire, sempre tra imprenditori, con tutto il rispetto per la solita Fiat 500 fuxia che adoro sempre di più, ogni istante che passa, che i numeri fanno solo un pezzo di un’impresa e che “le ragioni metaeconomiche: l’amor di patria, i figli, i padri o gli operai”, in teoria, ma anche in pratica, farebbero il resto. A dirla meglio sono “le ragioni metaeconomiche” a fare i numeri e non il contrario. Spesso i numeri fanno i morti, per ansia, per disperazione, per malattia, per depressione, per rabbia… basta buttare un occhio sulla tanto produttiva Cina dell’ultimo decennio. “Le ragioni metaeconomiche”, mosse dal cuore e dalla passione, invece, fanno grandi meraviglie, sempre e ovunque, in ogni momento e in ogni periodo. Il fatto che non siano sufficienti a far sopravvivere un’impresa, o che debbano essere sostenute anche da altro è un’altra storia, ma di certo “i numeri” sono e restano il frutto di una conseguenza, non ciò che muove le coscienze e che scuote lo spirito. Le grandi opere che ho visto io non hanno speso un soldo e si sono diffuse in tutto il mondo. E vedeste che numeri, poi!

Stendo un pietoso velo di vernice lucida e fissante sulla seconda metà dell’articolo che, in cerca di un “nesso naturale” da scarpetta di Cenerentola messa a Genoveffa, fa la fine della “Scarica dei 102”. L’ho scorso velocemente in cerca del colpo di scena o di un grande “però, nonostante tutto…” che, poveri noi, non c’è stato, anzi:

Cit. “Resta la sentenza di Marchionne. Non è un appello. Non è una Cassazione. Non è un ultimatum. È lo sguardo di un uomo che ha perso ogni speranza sul futuro del suo Paese.

Beh, non sarà una grande consolazione visto che io non sono nessuno (di questi tempi non è bene essere chiunque) ma, se può servire a cotanta stampa, lor signori sappiano che, ove non assorbito dal fascino plumbeo della Fiat 500 fuxia, il mio sguardo è altrove. Non vorrei smentire nessuno ma, grazie a Dio, per il bene di molti, penso di poter dire: “non solo il mio”.

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