Genitori attenti, il gender diventa obbligo scolastico

di Tommaso Scandroglio, 9 dicembre 2014

Il diavolo si nasconde nei dettagli. E nel disegno di legge della vice-presidente del Senato Valeria Fedeli (Pd) sulla pari uguaglianza tra uomini e donne il dettaglio sta tutto in una parola: “genere”. Il Ddl si intitola, infatti, “Introduzione dell’educazione di genere e della prospettiva di genere nelle attività e nei materiali didattici delle scuole del sistema nazionale di istruzione e nelle università” a firma di quaranta onorevoli e depositato pochi giorni fa in Senato.

Vediamo prima di tutto cosa dice questo disegno di legge. La finalità è laseguente: il «superamento degli stereotipi di genere educando le nuove generazioni, lungo tutte le fasi del loro apprendimento scolastico, al rispetto della differenza di genere». Dunque, insegnare la «differenza di genere» sin dalle elementari auspicando anche e soprattutto un significativo «intervento sui libri di testo». Per soddisfare tale finalità il ministro dell’Istruzione «adotta i provvedimenti necessari a integrare l’offerta formativa dei curricoli scolastici di ogni ordine e grado con l’insegnamento a carattere interdisciplinare dell’educazione di genere. I piani dell’offerta formativa delle scuole di ogni ordine e grado adottano misure educative volte alla promozione di cambiamenti nei modelli comportamentali al fine di eliminare stereotipi, pregiudizi, costumi, tradizioni e altre pratiche socio-culturali fondati sulla differenziazione delle persone in base al sesso di appartenenza e sopprimere gli ostacoli che limitano di fatto la complementarità tra i sessi nella società» (art. 1). Naturalmente si prevedono anche corsi sulla “differenza di genere” a beneficio – o a maleficio – dei docenti (art. 3).

Prima facie il disegno di legge sembrerebbe che riguardi unicamente la valorizzazione del ruolo della donna nella società e la tutela del principio di uguaglianza al di là delle differenze di sesso. Su questo punto, però, le premesse sono già erronee. Infatti, ecco cosa leggiamo nella Relazione introduttiva all’articolato di legge: in merito agli studenti occorre «incoraggiarli a intraprendere percorsi di studi e professionali superando visioni tradizionali che tendano a individuarli come tipicamente “maschili” o “femminili”». In realtà, operando così si eliminano quelle differenze proprie del maschio e della donna – che nella terminologia gender si chiamano “differenze di genere” – le quali invece si vorrebbero tutelare e mettere in risalto. Si sbianchettano le peculiarità dell’uomo e della donna perché ritenute errori grossolani compiuti da una certa cultura maschilista che a oggi non ha ancora imparato il nuovo alfabeto e la nuova sintassi del sessualmente corretto. Operazione paradossale per un disegno di legge che mira a tutelare le donne, perché, in buona sostanza, è come se comandasse: «Che le donne siano meno donne!».

In seconda battuta, però, il disegno di legge è un vero e proprio piede di porco per scardinare i portoni delle scuole di tutta Italia al fine di indottrinare le giovani menti al credo gender. Dicevamo prima che un dettaglio da non sottovalutare è l’uso del termine “genere”. É ormai di dominio pubblico il dato che si usa la parola “genere” a posto di “sesso” perché il primo termine rimanda alla teoria del gender. La quale teoria predica che più importante dell’identità sessuale – essere geneticamente maschio o femmina – è l’identità di genere cioè il riconoscimento di sé come appartenente al mondo maschile o femminile, o a un mondo intermedio, oppure infine a nessun mondo sessuale. E così io potrò essere maschio e sentirmi 100% femmina, o 60% maschio e 40% femmina o niente di tutto questo.

Vi è traccia di questa teoria nel disegno di legge dell’onorevole Fedeli? Sì, ma ovviamente come sottotraccia. Nella Relazione, infatti, possiamo leggere che è necessario arrivare alla «decostruzione critica delle forme irrigidite e stereotipate attraverso cui le identità di genere sono culturalmente e socialmente plasmate, stimolando al contempo l’auto-apprendimento della e nella complessità». Proviamo a tradurre dal cripto-politichese: occorre superare lo schema uomo-donna perché vecchi stereotipi culturali e sociali (le sovrastrutture di marxiana memoria non muoiono mai nella testa di molti politici di sinistra) e stimolare nell’alunno il riconoscimento dell’identità di genere attraverso quei modelli comportamentali già presenti nella società (questa società che prima si bacchetta e poi, se torna comodo, si prende ad esempio). Modelli che non possono essere semplicemente quelli del binomio “maschio-femmina”, ma sono più complessi, più variegati, più sfumati così come sono più complessi, variegati e sfumati gli orientamenti sessuali delle persone. Abbattuto il decrepito, perché vetusto, argine del sesso biologico si spalancano le porte alle infinite e nuove variabili del sesso ideologico: gay, bisex, transessuali, transgender, asessuali, etc.

Quella volontà, espressa all’art. 1, tesa a «eliminare stereotipi, pregiudizi, costumi, tradizioni e altre pratiche socio-culturali fondati sulla differenziazione delle persone in base al sesso di appartenenza», non sta a significare soltanto «non trattare la donna come una bambolina stupida», ma soprattutto «insegniamo ai bambini che non c’è solo l’azzurro e il rosa, ma un arcobaleno di colori che nessuno può scegliere per te ma che tu sceglierai per te stesso in piena autonomia». E così «la differenziazione delle persone in base al sesso di appartenenza» non è più un dato di natura e quindi bello e positivo, ma diventa per gli opliti del pensiero gender uno stereotipo e un pregiudizio da sopprimere. Come servirsi delle donne per colpire al cuore la loro femminilità e privilegiare i diktat dei filo-gender.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

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