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Il pulcino ferito

Non voglio fare politica, ma dopo anni spesi a tentare di dare gratuitamente e per il bene comune suggerimenti utili dal mondo vero ai nostri governanti e alle parti sociali di questo Paese, d’ogni parte e rappresentanza istituzionale, voglio provare a dire la mia (veicolando il parere di molti), da cittadina, da donna e da imprenditrice, su alcuni temi prioritari senza fare polemica vana fine a se stessa, ma sicuramente sperando che qualcuno (di qualunque fazione, partito, scuola, pensiero o altro) da queste poche righe
elementari, condivise con chi vive la realtà, possa trarre qualche considerazione davvero utile per il bene del Paese, di tutti noi e delle giovani generazioni (che pur disinteressate nella maggior parte dei casi è nostro dovere cercare di “mettere al sicuro” e di proteggere nella speranza che almeno i loro figli possano redimersi da questa interminabile parentesi di devastante nichilismo). Ne faccia uso chi crede in qualunque modo, anche facendole proprie, purchè si abbia il coraggio di dirle per come realmente sono. A me interessa la sensibilizzazione civica e popolare, nel midollo della gente, non il fatto di firmare trattati o sottoscrivere “intenzioni”. Ritengo molto più importante il contenuto di quello che scrivo rispetto al fatto che a diffonderlo sia io, soprattutto sapendo che è frutto di pensieri, persone e voci che ascolto, incontro, vedo e vivo continuamente.

SULL’EVASIONE FISCALE
Non credo si riuscirà mai a risolvere un problema partendo dall’effetto anzichè dalla causa. L’effetto in questo caso è che lo Stato non ha soldi perchè tanta gente evade? Bene, non possiamo risolvere questo problema continuando a chiedere soldi a chi paga da una vita (che è un problema diverso rispetto al fatto di chiedere di più a chi di più può voler dare a prescindere). Dobbiamo semplicemente capire se chi fa la vita che fa se la può realmente permettere rispetto a quello che dichiara oppure no. L’evasione fiscale è tutta li. Se io guido una Porsches e dichiaro 12 mila euro all’anno o me l’hanno regalata o l’ho vinta (ma comunque la dovrei mantenere) oppure mi potevo permettere di comprarla e di mantenerla. E’ evidente a tutti che i due teoremi tra loro non quadrano. Altro esempio? Su tutte le barche mediamente armeggiate sui nostri litorali con bandiere svizzere e repubbliche di San Marino varie, mediamente l’affascinante skipper che si sporge da prua a poppa esordisce una qualunque frase, ammesso che sappia parlare, dicendo …”Aò” che non è prologo esattamente svizzero. Non so se mi spiego. E così via… Alla fine dell’anno dichiaro 12 mila euro? Se ne spendo 24 mila significa che altri 12 mila in più o li rubo, o li prendo in nero, o li stampo, quindi: o evado o sono un falsificatore di banconote. In entrambi i casi sono un fuori legge.
Difficoltà: Facile. Questa, se la vogliamo fare, si chiama: LOTTA VERA ALL’EVASIONE FISCALE apartitica e apolitca per il bene di tutti; se invece vogliamo raccontare le fiabe per mettere al sicuro gli interessi privati di chi illegalmente sovvenziona la politica, o fa arricchire qualche dirigente di impresa con poche decine di migliaia di euro in cambio di un appalto pilotato, chiunque sia il narratore, in effetti ci possiamo inventare la LOTTA VERA A CHI PAGA LE TASSE, che ultimamente mi pare invece la propensione verso la quale si tende ad andare.
SUL RECENTE AUMENTO dell’IVA dal 20 al 21%
Qui la questione vera non è l’1% in più o in meno, ma la famosa apoteosi sul tema “IVA per cassa”. L’IVA è una partita di giro che da una parte entra e dall’altra esce. Sono soldi “finti” e di nessuno, come li chiamo io. Potrei pagarne (e di conseguenza compensarne) il 25, il 30 o il 50%, paradossalmente cambierebbe poco. La cosa realmente grave è che mentre le imprese pagano l’IVA anticipata ogni mese su tutte le fatture che emettono verso un cliente, il cliente il più delle volte paga quando vuole e comunque mai prima di 60-90 giorni (nel caso di industrie o privati di medie dimensioni) e 120-200 giorni nel caso di PA o altri enti pubblici. Se la liquidità che serve alle imprese per autosostenersi e pagare i propri oneri e dipendenti ogni mese viene meno, in un modo o nell’altro, per anticipare allo Stato o al fisco tutto ciò che il mercato e lo Stato stesso si riservano il diritto di riconoscerci per meriti, lavori, cose fatte quando vuole, può o desidera, è evidente che le imprese o chiudono o si indebitano entrando in un circolo vizioso che apre altri temi morbosi e pericolosissimi quali le mafie, le banche opportuniste, le casse integrazioni e via dicendo… Per risolvere questo nodo, ambo i sensi, e con una botta sola per imprese e Stato, sarebbe già abbastanza concedere alle imprese di versare l’IVA non più in forma anticipata, ma quando di fatto le imprese stesse incassano i propri crediti verso i propri clienti. Non pretendo di proporre altrettanto per le tasse, che avrebbe evidentemente implicazioni di altro genere, ma per l’IVA si, visti i recenti provvedimenti che denotano secondo me una certa gravità della situazione complessiva in generale. Sarebbe già qualcosa…

Difficoltà: Facile. Questa, se la vogliamo fare, si chiama: SOSTEGNO ALLE IMPRESE (e neanche tanto..) apartitico e apolitco per il bene di tutti; se invece, anche qui, vogliamo far finta che l’1%, prima o dopo in più o in meno, sia la magica elemosina che ci mette al riparo dal debito pubblico ok… Ciò vuol dire che anche in questo caso, così facendo, stiamo curando l’effetto e non la causa.

SULLA RAPPRESENTANZA DELLE PARTI SOCIALI

Non se ne può più e quasi quasi non avrei da dire nullaltro… I sindacati paralizzano le città, i precari (immemori della loro origine reale, che ormai si sentono anche loro una parte sociale riconosciuta) s’incazzano, i giovani si lamentano, Confindustria se la piglia col governo e il governo con i giornalisti, i giornalisti con Berlusconi e Berlusconi con i giudici, i giudici con Ruby e “la banda del buco” e, morale della storia, Ruby alla fine è lo spasso sociale di un Paese in cui Giuliano Ferrara cerca di mantenere un contegno super partes. Mo’ dico io, ma si può? Tu lettore, se ci sei, fatti un attimo l’esame di coscienza e domandati se e cosa fai davvero per rendere migliore il mondo in cui viviamo, perchè qui il problema comincia a diventare primitivo, basilare, non so come dire. Equivale ad andare in bagno a casa tua e sporcare ovunque sapendo che quello che entra dopo di te ti guarderà in faccia sapendo che sei stato tu perchè sei uscito prima di lui… e lo racconterà a quello dopo di sè senza avere a sua volta fatto meglio di te. Nessuno guarda in casa propria. Provo a fare la stessa cosa per un attimo. Dunque…

Se il mio lettore adesso fosse Luigi Angeletti, con il cuore in mano e tanta sincera curiosità, vorrei chiedergli come mai ha scelto di fare il sindacalista per tutta la vita senza mai provare a pensare e a fare il contrario. Gli chiederei anche di darmi una definizione secondo lui consona nel 2011 con il termine “lavoratore” che più usa nelle sue orazioni e anche di spiegarmi se lo sono anche io come imprenditrice oppure no. Sinceramente non afferro la categoria che vuole rappresentare…

Se mi leggesse un precario, o un giovane (che abbia meno di 60 anni compiuti), sarei felice di dargli gratis 10 idee (che sicuramente non gli andrebbero bene) per provare a cambiare la sua vita (con lo stesso spirito con cui forse in parte Biagi pensò e concepì il vero “contratto a progetto” che nessuno ricorda mai per quello che deve essere), almeno provarci prima di dire che non si può, prima di pensare che qualcun altro sempre, ovunque e comunque debba farsi carico di lui in un modo o nell’altro: sapete qual è la novità? Che siamo tutti (esistenzialmente) precari a questo mondo. Tutti, nessuno escluso. L’essere umano nasce precario e vive precario. La vera sfida è sapersi costruire una strada provvisoria a botte di umiltà, di ascolto reale e di voglia di imparare, non cercare di incamminarsi continuamente su quelle degli altri, tantomeno fare della ricchezza altrui il proprio “baluardo del vittimista”. Inutile ricordare tra i tanti l’esempio più recente di Fukushima: è illuminante quanto una disgrazia vera ci renda tutti uguali davanti alla vita.
Se il mio lettore in questo momento fosse Emma Marcegaglia vorrei dirle, con ardore e con passione reale, che prima di parlare di giovani e di imprese dovrebbe occuparsi di conoscere meglio i giovani e le imprese della parte sociale che crede di rappresentare quando su un neo costituito gruppo giovani imprenditori di unindustria del centro solo Roma, una settimana fa, ha presentato 4 candidati su 20 iscritti di cui 10 (forse) praticanti. E’ indice di unione questo? Di rappresentatività? O piuttosto di disperazione, di “fame da poterino occulto”, di distaccamento totale dalla realtà, di piccole cose, di individualismo ferreo, di voler scimmiottare i grandi nei loro più “truculenti affari” che oggi ci vengono venduti quasi come fonte di una salvezza suprema che ci rende così spesso tanto disperati ai nostri stessi occhi?

uanto al governo (qualunque fosse, sia o sarà) a me verrebbe in mente un solo manifesto (di difficoltà facile ovviamente): produrre ricchezza sociale a misura d’uomo per tutti, ripartendo dalle piccole cose di tutti i giorni a dal contatto con la gente. Saremmo tutti molto più onesti, molto più civili e molto più sereni. Se un Paese sta bene nessun governo ha bisogno di “andare in cerca di voti”; il concetto è che se tu mi aiuti onestamente, con il ruolo per il quale nobilmente ti sei proposto a farlo, a vivere meglio io ti voglio bene a prescindere e il mio “volerti bene” lo traduco volentieri in un voto per te. Non me lo devi chiedere. Ma se tu sfuggi ai miei bisogni, alle mie domande, alle mie difficoltà, quanto ai miei doveri, alle mie risposte, ai miei aiuti, alle mie gioie produttive e a quello che io (impresa, cittadino, giovane, anziano o chi che sia) posso darti o posso fare per te, in un sistema il cui equilibrio accomuna tutti, non puoi che annegare nella piscina di fango che sta trascinando tutti noi nella melma di una Italia che Falcone e Borsellino porterebbero in palmo di mano come un pulcino ferito… A volte, proprio perchè mi ricordo quel telegiornale come fosse ieri, mi domando dove abbia mai trovato il coraggio, in un momento storico come quello, un Antonio Di Pietro qualunque di spogliarsi di magistratura e vestirsi di politica… con l’aggravante di essere ancora oggi dopo tanti anni analfabeta, vanificando i sogni e le aspettative di tanta gente impietrita davanti a quella scena.

Bah… avrei un mondo di temi di cui scrivere sulle parti (“rappresentanze”) sociali avendo allargato un po’ gli attori e gli orizzonti interessati, ma mi fermo qui.

SUI MERCATI, 3 COSE PICCOLE A CASO
La posizione è che c’è la crisi. Ok si licenzia, non si trova lavoro, non si riesce a pagare l’affitto e gli unici che se la spassano (as usual) sono i ricchi. Va beh, questa parte la salto, ok. Ne scrissi tempo fa e non ci voglio tornare adesso. Adesso però, perchè ci penso da parecchi giorni, mi voglio incartare a pormi delle domande che dovrebbero interessare tutti noi.
La prima: come mai se c’è la crisi immobiliare Roma (ma non solo Roma) è piena di gru? Case popolari? Magari! Come mai se dove vivo io ci sono case e ville sfitte e invendute da 6-7 anni, continuano a costruire case di tutti i tipi ogni mese? Perchè? Perchè se le aziende sono in crisi e si chiudono botteghe, all’Eur si affittano uffici (anche li sfitti da almeno 3-4 anni) con pezzature minime di 1000 metri a prezzi da mirabilandia? Chi ha interesse a tenere ferme intere fette di mercato? Perchè? E soprattutto perchè si continua a spingere la gente ad immobilizzare i propri risparmi su case, locali o immobili che non rendono senza mai spiegargli che oggi ci sono tanti modi per investire le proprie risorse, anche poche o pochissime, anche per sè e su di sè? Detto da una che sta avviando una nuova impresa global nella mansarda di casa sua con investimenti minimal mai registrati nella storia del risparmio da record… A dirla tutta, il problema è che molto spesso le persone non ascoltano, la gente non sa e non vuole nemmeno sapere. Purtroppo mi rendo conto sempre di più che l’Italia è questa, quella del Gigi Proietti de: “Ma lassa fa, ma chi too faffà… ma che temporta…”.
La seconda:
come mai se posti fissi non ce ne sono più per nessuno, nessuno inventa i posti mobili? Pensa che figata, che fantasia, che varietà! Un altro vivere proprio! Ogni giorno faremmo tutti un mestiere diverso nel rispetto delle nostre migliori attitudini e proprietà. Se servisse ad accorpare anche aziende in difficoltà sarebbe geniale. Allora si che faremmo una vera rivoluzione del merito, senza fannulloni ma piena di talento, e una politica di rilancio vero dell’economia. Dimmi quante e quali cose sai fare e io ti impiego nel modo migliore a poterti permettere di farle tutte. Il futuro del lavoro è questo del resto, benchè mia zia si ostini a fare la fila in banca e non voglia capire che ad 80enni come me, un giorno molto lontano :-), lo sportello in banca per le operazioni di routine non servirà più. E’ già così oggi, che senso ha cercare ancora un posto fisso in banca? Mmmah…

La terza: come, in tempi di crisi, stanno in piedi negozi come White Gallery dove non entra una persona in un giorno che sia una e dove un paio di pantaloni continuano a costare 2.500 euro da 2 anni? E se nessuno ci entra come fanno ad arrivare camion di vestiti, borse, scarpe, ecc. tutte le settimane? Dove li vendono? Come li danno via? A chi li danno? Considerando che parliamo di una struttura che occupa un mezzo palazzo che a occhio e croce varrà… boh… tra i 50 e i 60 mila euro solo di affitto (al mese)… e di commessi che scappano da tutte le parti quando entri e provi a chiedere 2 informazioni… quale funzione reale ha un posto del genere? Ecco, di fronte a queste perplessità per me di grande sbigottimento mi vengono sempre in mente solo 2 posizioni da tenere: a) mi turo il naso, non vedo, non so, non chiedo; b) mi interrogo e rendo il mondo partecipe delle mie riflessioni perchè le risposte di noi tutti sono sommerse in un… cassetto di questo negozio magari nascoste da sciarpe di lana… Tutti vogliamo delle risposte, ma in pochi cerchiamo davvero di ottenerle (che non è proprio uguale a lamentarsi e basta come viene più facile a tutti noi), solo che quando qualcuno tira la corda poi …”Eh, va beh, ma dai, ma che te ne importa! Ma pensa per te tanto è tutta ‘na schifezza!”.

Giù le mani dalla verità

Il succo questo è. Si finge tutti. A vario titolo, in diverso ambiente, contesto o manovra, tutti si teme di dire quello che non si può; si scrive con pudore e con paura di essere apertamente veri per non ledere gli interessi propri e/o quelli delle persone che “ci occorrono”, che ci possono essere di aiuto in tante cose. Che te ne fai di un disabile o di un anziano? Ti serve giusto un attimo per lucidare quello strato di vana tenerezza che non ti apparterrà mai, ma in realtà appaga il tuo status moralista sugli aiuti alle famiglie, alle scuole, alle imprese che assumono persone con handicap… Per ogni governante (di ogni parte, tipo di potere, ambiente, contesto, provenienza o sesso) che passa il proprio tempo a raccontare agli altri – disinteressato nell’animo – cosa si dovrebbe o non si dovrebbe fare, esistono almeno 3 persone a lui sconosciute che lo fanno…
La verità non è più di questi luoghi da un pezzo, altrimenti qualcuno avrebbe anche la faccia di darci tante risposte sugli appalti truccati e sui trilioni di euro che scompaiono di anno in anno per fare cose che non si fanno, che non si vedono e i cui effetti altro non sono che tesi e antitesi di teoremi esposti per non essere compresi e fatti per non essere visti. Quando sento parlare di borsa in prima serata al tg mi torna sempre mia nonna in mente che tanti anni fa, davanti allo stesso media (che oggi col digitale terrestre non sarebbe più riuscita a vedere) mi diceva sempre: “Io mica lo capisco quello che dicono. Mi piace sentire le voci che mi fanno compagnia”. Borsa su o borsa giù, la sua preoccupazione sarebbe stata sempre e solo quella di sfornare pizze di Pasqua a sufficienza per tutti i figli e tutti i nipoti, anche quelli degli altri se aveva tempo in più… Mia nonna non capiva di borsa e tante nonne di tanti miei amici ancora oggi non capiscono niente di borsa. Pensiamo che l’andamento della borsa sia una notizia da prima pagina, un quid che occupa i nostri bilanci e le nostre imprese o le nostre cose di tutti i giorni, ma non è vero. Io mi chiedo piuttosto quanti di questi imprenditori (mediamente lontani dall’immagine del Tronchetti Provera noto ai più) davvero capiscano di borsa, a quanti di loro la vita cambi o non cambi con la borsa, quanti di loro passino notti insonni a guardare il soffitto in preda alla visione dell’indice Nasdaq o invece dell’anulare senza fede che una moglie esaurita dalla durezza di una vita stanca gli ha tirato via pochi giorni prima nell’insano equilibrio in cui perdono i valori e vincono i poteri…
Si pubblica perfino l’elenco dei nomi della “gay politìc” pur di non toccare la verità. Pure i blogger ormai difendono la libera rete per poi scrivere notizie da numeri. Tanti lettori=tanti utenti=tanta credibilità. Boh, se lo dite voi… Tanto lo sanno tutti che io scrivo, agisco e penso per conto mio. E’ ciò che mi rende libera, o come dicono in tanti… ciò che mi rende folle.
…Chiunque sia arrivato in fondo a questo post ne faccia liberamente l’uso che crede.

Italia mia, io oggi sono incazzata.

Strano che non sia Geronte il nome proprio di persona più diffuso in Italia. Oggi NON sono ottimista, NON sono il consueto portento di positività, NON rappresento me stessa e NON mi piace dover trovare il tempo per scrivere di cose che molti di noi, da anni, quotidianamente cercano di combattere sostenendo, alimentando e di fatto facendo il contrario per il bene di tutti, per la nostra e la vostra vocazione, per questo Paese che tanto amiamo, per il futuro dei figli degli altri, per un’economia imballata che rantola cercando a gran voce onore, merito e giustizia, per un Credo che sputa sul bieco e misero interesse personale, sulla ricerca del potere o di una superiorità che ormai addirittura ostenta di superar se stessa. Oggi io sono incazzata.
Lo posso scrivere? Si, penso di si. Sono incazzata (profondamente incazzata) con chi a 70 anni ti chiama “giovane” (a 40) per farti credere che ti spetta ancora quella gavetta che lui/lei non ha mai fatto: del resto, quando tu eri per forza di cose impegnato a lucidare bicchieri in un bar, lui negoziava tangenti in poltrona. Sono incazzata (profondamente incazzata) con chi, alla stessa età, ha ancora il coraggio di copiare da te facendo finta di aver capito cosa sta facendo o di cosa sta parlando quando non ne ha la più pallida idea perchè usa a malapena perfino l’apricancello di casa sua quando gli si scarica la pila. Sono incazzata (profondamente incazzata) con chi, sempre a 70 anni, sventola la bandiera delle giovani generazioni senza rendersi conto che le giovani generazioni sono altrove, sono spesso ben più avanti di lui e soprattutto non ti hanno mai chiesto di essere aiutate. Sono incazzata (profondamente incazzata) con il 70enne medio, stereotipo quasi standard ormai di questa nazione, che guardandoti negli occhi esordisce dicendoti che lui sta pianificando  il futuro di questo Paese. Lui? A 70 anni? Il futuro di chi? Ma che ne sa del futuro di un Paese chi si rifiuta di alimentare il merito, l’intelligenza, la cultura, la passione, la ricerca applicata, l’autoimprenditorialità, il cuore che va messo nelle cose, il talento naturale (mediamente fuori format imposti) o la sana competizione? Mi domando: CHE NE SA?. Sono incazzata (profondamente incazzata) con chi in questa Italia, giovani inclusi, tanti, troppi, getta la spugna, non si impegna più perchè “tanto va tutto male”, non lotta, il più delle volte non prova neanche a difendersi credendo ancora nel baluardo di un sindacalismo, altrettanto anziano, obsoleto e dalle bandiere stinte, offerto (non senza un caro prezzo) da voci e volti mai sudati, mai affannati dallo sforzo del proprio spirito, dalla ricerca di un manifesto vero, autentico. Sono incazzata (profondamente incazzata) con tutti gli analfabeti, ignoranti e meschini che, solo in questo Paese (come il notaio) si possono permettere di monopolizzare i mezzi di comunicazione di massa (santo Pasolini!) facendo credere ai propri cittadini che è il meglio di quello che abbiamo… e magari il problema vero fosse un presidente del consiglio o l’altro! Magari! Sarebbe quasi quasi facilmente risolvibile. Sono incazzata (profondamente incazzata) con tutti gli imprenditori italiani miseramente affamati del quattrino evaso che cambia la vita, che ti concede le belle donne da far navigare in barca per alimentare l’industria del gossip, o la Maserati d’importazione da sfoderare a 130km orari in centro storico. Sono incazzata (profondamente incazzata) con il calcio mercato, le partite truccate, i milioni di euro con i quali dobbiamo “sfamare” dei… tiratori di pallone (?), spesso analfabeti pure loro, che al costo di un fumogeno comprano il grido di intere tribune di tifo che non conoscono altro che …il pallone. Sono incazzata (profondamente incazzata) con le maxi pensioni dei deputati, ma anche con chi rivolta i cassonetti a Napoli chiedendo “pulizia!”; con le donne che fanno dell’obbligatorietà nei consigli direttivi una nota di merito (che io credevo essere asessuato) e valore e con un Presidente di Confindustria che addirittura si ritiene soddisfatto di questo importante traguardo; con chi ricorpre mille incarichi dirigenziali ovunque senza neanche ricordarseli tutti e senza impegnarsi mai in nessuno di questi ruoli; con chi fa finta di non capire la domanda per non darti una risposta; con chi brucia TUTTE le risorse finanziarie di un Paese, in qualunque ambito industriale o governativo che sia, per la semplicissima incapacità di saperle impiegare in modo produttivo e utile alla comunità; con chi non si domanda mai se non sia il caso di dare un peso alla coscienza. Sono incazzata (profondamente incazzata) con quello che siamo. Lo sono perchè non ce lo possiamo più permettere e perchè non è indice e veste storica della nostra identità. L’Italia è un Paese essenzialmente conservatore da sempre. Il mio animo inquieto non pretende una rivoluzione, un golpe o una guerra civile, seppur chi mi conosce ormai ironizza su una Giovanna D’Arco …de noartri. La nostra massima espressione di rivolta in questo senso è oggi Grillo… e anni fa forse… Cicciolina? Perfino Colombo l’America l’ha scoperta per caso! Possibile che solo mafia e camorra ci abbiano metaforicamente insegnato a capire cosa significa “avere polso”? Ma che Paese è questo? Che fine hanno fatto la politica nobile, il bene comune, la solidarietà, la famiglia? Oggi i giovani “vogliono garanzie” per fare un figlio o per sposarsi? E poi però sono spesso a favore delle adozioni tra omosessuali, un paradosso vero… Ma come facevano i nostri nonni con 5, 6, 7 figli, un orto da coltivare e, nel dopo guerra, nessuna garanzia per tutta la vita, a tirare avanti famiglie così numerose? Un figlio è sempre un rischio, per definizione. E’ il rischio più alto che si possa decidere di correre per mille motivi. Quali garanzie potrebbero mai tutelarne l’intenzione?
Sono incazzata (profondamente incazzata) con chi, a tutti i livelli e a qual si voglia titolo, oggi specula su questo momento storico in compagnia della propia mala fede e dei  propri personalissimi appagamenti nella tentata conquista di un potere vile, arido e attempato. Vale per gli anziani tanto quanto per i giovani. Sappiano i primi tornare a regalare esperienza, passione, storia e saggezza e imparino i secondi a ritrovare umiltà, dedizione, pazienza e voglia di farcela. Se non accendiamo finalmente il pulsante di un passaggio generazionale vero, i giovani non avranno un futuro tanto quanto gli anziani non avranno più niente di nuovo da raccontare. E’ già così. Di questo passo possiamo solo peggiorare. Alcuni stormi di uccelli forti e solidali voleranno via comunque, troveranno una strada e faranno grandi cose, a prescindere da quello che questo Paese farà o non farà per loro, ma quelli che resteranno ancorati a quello che sono, perchè meglio di così non potranno fare, avranno bisogno di un nido che non può essere la culla delle incapacità di una intera nazione a tutti i livelli che diventa sempre più in fretta multilingua, multirazziale e granello infinitesimale di una globalità “contro la quale” non v’è rimedio. Rassegnatevi con gioia, apertura e libertà a questo: il mondo è cambiato. E’ già “OLTRE” la propaganda di un Bersani qualunque… Se vogliamo tornare a vivere dobbiamo partire un passo avanti all’oltre e ricomiciare da quello che per anni avete negato anche a voi stessi nel tantativo di circoscrivere il potere al governo di pochi e a pochi dei loro figli. Sono incazzata (profondamente incazzata) perchè una nazione non può essere una proprietà privata di chi la governa o di chi ne guida le redini industriali ed economiche seguendo logiche opportuniste, classiste e malsane. Chi conta davvero è chi è fuori dal recinto, non dentro. E’ finita per tutti l’era dei proclami. Non siamo più noi a doverci svegliare. Io oggi sono incazzata, ma  mi passerà. C’è invece chi non è mai stato in grado di provare una sola emozione vera nella vita. Ed è questo che affligge veramente un Paese, un popolo e la sua più grande identità.

Caro Babbo Natale, che a Natale sei "caro" a tutti

Caro Babbo Natale, che a Natale sei caro a tutti, quest’anno (quello nuovo, non quello che sta finendo) vorrei tanto sapere cosa farà l’Italia da grande.
Vorrei che questo Paese imparasse a volersi bene, molto bene, quanto ne merita per il gran Bel Paese che è davvero. Vorrei che il nostro Stato divenisse arena di virtù, grazia di reciproco affetto e pozione magica di giustizia vera, lealtà, uguaglianza, diritti umani e civiltà. Vorrei che tutti gli uomini ricordassero guerra e pace per imparare a dare più ascolto a gioia, fede e serenità.
Vorrei che i giovani pretendessero il dovere allo studio, anzichè il diritto. Vorrei che la gente imparasse a convivere cercando la propria identità in colui che parla un’altra lingua. Vorrei che lo stivale che tanto calpestiamo con disgusto tutti i giorni ci desse un ricco calcio nel sedere e con un colpo di tacco ci mandasse tutti a casa, tutti, anche quelli che si credono meglio di altri.
Vorrei che chi si affatica tanto ad impegnare movimenti, parole e progetti per i giovani, lo desiderasse veramente, perchè in verità basterebbe talmente poco.
Vorrei che le donne tornassero ad essere le mamme di una volta e che le nonne del 2050 sapessero ancora fare la marmellata fatta in casa o la pizza di Pasqua, come facevano le mie.
Vorrei che tra potere e volere questa generazione potesse di più volendo di meno e che volesse di più anche senza potere. Vorrei che ad ognuno, giovane o anziano che sia, fosse ridato il proprio sogno, il diritto a poterne avere almeno uno e il dovere a voler pretendere di avere almeno una chance per poterlo realizzare. Vorrei che i grandi vincitori possano avere storie di sconfitta e che il vanto possa per tutti essere l’esperienza di poterle raccontare e non cosa essere in un mondo che concede a tutti ormai qualunque falsa o vera identità.
Vorrei che il coraggio non fosse una moda succulenta da sfoggiare in pubblico armati di un casco in un corteo e che la forza non fosse la morsa mentale di chi tiene stretto il collo dell’esistenza umana. Vorrei che il freddo per un attimo intorpidisse le coscienze e che la neve di questi giorni tenesse al caldo le migliori intenzioni di chi, se del caso, ne possa nutrire ancora. Vorrei che imparassimo a dare l’esempio, che gli ultimi siano i primi e che merito e dignità non abbiano più un prezzo.
Vorrei che la smettessimo di credere che tu esista davvero e che finalmente capissimo che ogni Paese è nelle mani dei suoi paesani. Vorrei che questo Natale tutti trovassero sotto l’albero un’Italia diversa. Più bella, più sana e più vera per tutti. Vorrei che mettessimo una coccarda alla nostra bella patria e che la portassimo in giro a spalla gridando come ormai non si fa più da secoli …“Viva l’Italia, viva l’Italia!”. Probabilmente con tutto ciò vorrei troppo, troppo o assai, ma in questo regno il desiderio è ventuo meno e la paura di non farcela attanaglia i deboli tanto quanto i poveri e gli onesti. Vorrei che tu fossi veramente in grado di fare tutto questo, o anche solo la sua metà, ma non lo sei. Lo so. Ridimensionando alla tua portata queste poche righe, vorrei soltanto che per un giorno, o magari due, tu possa mettere un sorriso sotto l’albero del mondo e che di quel mondo la nostra Italia possa essere fiera con l’ambizione di farne presto parte da protagonista. Grazie.

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Benvenuti al Sud, magari meglio se con qualche laureato in meno?

“I giovani se ne vanno? Non se ne può fare a meno perchè non possiamo procurare lavoro a 3500 neo laureati lucani all’anno”. Parole di oggi del Presidente della Regione Basilicata al Salone btoBe di Potenza. Peccato perchè invece aveva esordito con una riflessione di iniziativa su dimensioni, finanza e mercato (in relazione alle “scarse” capacità di innovazione del Mezzogiorno). Continua a leggere Benvenuti al Sud, magari meglio se con qualche laureato in meno?

Dallo stinco in giu, perchè sia il Buon Sud a fare notizia

In questi ultimi giorni diverse persone (non saprei se con fare curioso oppure con scetticismo) mi hanno chiesto: “Ma perchè vai all’Europa BarCamp di Potenza il 21 Novembre?”. “Ma perchè no?” penso io tra me e me tutte le volte mentre fatico a capire il senso vero di questa domanda, visto che nessuno poi di fatto mi risponde realmente a tema… Continua a leggere Dallo stinco in giu, perchè sia il Buon Sud a fare notizia

Furto con destrezza… innovazione che bellezza!

Lunedì 14 Giugno 2010, ore 18.22. Sono alla guida della mia macchina in direzione Ara Pacis, dove ho un appuntamento alle 18.30 con l’amico Salvo Mizzi. Mi mancano poco più di 50 metri per arrivare a destinazione. 25 gradi, lungotevere ombreggiante, traffico a catena stretta su 6 file in parallelo, mucchi di moto e motorini, preludio di agitazioni varie per l’Italia che gioca la prima dei mondiali 2 ore dopo (che intorno alle 14 dello stesso giorno programmo di vedere con mia mamma e mia sorella a casa), clacson a dismisura in un concerto dall’improbabile armonia e (io) aria mista tra il malinconico pensante e il concentrato andante. Sgobbo 14 ore al giorno (arricchite da qualche week end tolto al mio tempo libero, già poco da sempre, e parecchie nottate in bianco), non vado mai in vacanza e quindi un anno fa (dopo anni di mazzo) mi tolgo una soddisfazione: una Bmw 320 cabrio, modello esatto in copertina alla brochure di promozione al lancio… incluso l’optional che ti mette la moca sul gas alle 7.15 in punto del mattino (tutte le mattine, tranne la domenica). Continua a leggere Furto con destrezza… innovazione che bellezza!

"Innovazione all’italiana" o futuro del Paese?

Titolo un po’ arcaico da imputare al concetto di “innovazione” che però, a mio parere, ben rappresenta il fenomeno nel quale ci stiamo imbarcando di nuovo, da italiani quali siamo noti in tutto il mondo proprio “per essere tali”: comunità clientelare, favoritista, autoreferenziale e con un occhio sempre attento alla logica del “protagonismo in prima persona”.
Vedendola al presente, col senno di poi tra tangentopoli, vallettopoli e affittopoli, la maggiore “astuzia” di chi, nonostante tutto ancora oggi, tiene saldamente strette le redini del potere (nel senso più generale del termine) a tutti i livelli e in tutti gli ambiti, è proprio nella notevole capacità “retista e ramificata” di mantenere salde le lobby. Un sistema nel sistema, che lega le industrie alle persone, le opportunità al dominio di pochi, i soldi alla famiglia allargata degli amici, il bene comune a pochi fortunati, il merito all’occasione, il talento al “dimme che te serve” e …ops, l’innovazione alla bandiera di una nuova moda del Made in Italy: indice di misera popolarità per i più “creativi poveri di ingegno” e di ennesima rete dell’opportunismo ben ramificata per “i lobbisti più esperti”.

Che cosa sta accadendo realmente, secondo me, nel vasto, vastissimo, panorama dell’innovazione in Italia? Accade che, nell’alveo del protagonismo ad personam ognuno cerca il proprio palco, la propria visione, le proprie scenografie, i propri contesti e il proprio pubblico, per quel proprio breve attimo di banale popolarità (grande o piccolo che sia), fatto di poco (per non dire di niente), mentre nella grande fabbrica dei poteri forti, le lobby (quelle vere, ramificate, forti ed economicamente salde) armano manifesti nazionali, tirano su grattaceli di progettualità e costruiscono castelli… fatti di poco (per non dire di niente). Il contenuto del “creativo povero di ingegno”, per l’ennesima volta, alimenta il non contenuto dei “lobbisti più esperti”. Così, dal nulla e tutte insieme, nascono le tante iniziative dell’innovazione all’italiana sventolanti “ricchi premi” da 10 mila euro (che altro non sono che operazioni di marketing e comunicazione in favore del premiante) e grandi eventi da 300 mila euro che, per contro ben spesi, quasi quasi aiuterebbero perfino più di un giovane figlio di nessuno a far emergere il proprio progetto su carta… finito (ovviamente) in quel famoso cassetto di una innovazione che avrebbe potuto cambiare il mondo.
Nel mio libro scrivo che i giovani di oggi dovrebbero interrogarsi sul fatto che se “il potere delle grandi lobby” è ciò che ancora li governa a tutti i livelli, il vero motivo è nel fatto che noi (nelle successive generazioni) non siamo riusciti “a fare altrettanto”. Guardiamo all’America con invidia e aspirazione, cercando di emularne il risultato (avendo poco chiara la premessa) e non ci ricordiamo mai che proprio da lì nasce la prima palestra di “lobbing”… Quello che accade oggi è esattamente l’ennesima riprova di questo. Le lobby continuano a fare aggregazione e a trovare sinergie di poteri dominanti, anche nel nome della grande bandiera dell’innovazione (senza neanche meglio comprendere cosa sia in realtà), mentre noi siamo tutti (ognuno a suo modo) presi dal misero tentativo di fare ognuno per sè, nella propria piccola ma brillantissima sfera di inconsistente popolarità.
Ora, mi domando, se proprio chi lo fa perchè ci crede, o per il bene del Paese, o per la tanto pretesa libertà di internet, in questo scenario solo apparentemente così rivoluzionario, non si unisce e non aggrega la propria forza, il proprio coraggio, la propria missione e i propri intenti, quali esiti potrà mai trarre l’Italia dai vari, tanti e variegati “attori buoni” dell’alveo dell’ingegno? Se lo chiede una persona che è arrivata sin qui senza cappelli, senza marchi, senza finanziamenti, senza niente di niente. Passione e volontà.
Tra le poche cose che ho capito nel corso della mia breve vita, fatta di tante piccole esperienze di poco conto, ho ben chiaro un fatto: i numeri. I numeri, in Italia e verso i poteri forti, sono l’unica cosa che conta per fare in modo che parte di 26 mila precari siciliani vengano regolarizzati dopo un’occupazione di 3 giorni fatta davanti alla Regione. “L’innovazione buona” di oggi (che non sia frutto di protagonismi o auto proclamazioni) è troppo frammentata per avere una voce in capitolo: si disperde tra le troppe scene e i troppi palchi che ci rendono, a nostro modo, ognuno protagonista della propria innovazione. Io continuo a sostenere che solo la massa critica potrà realmente contribuire a farci fare un grande salto nel futuro e a portare questo Paese nel progresso e chi la pensa come me, altrettanto lo sta capendo e altrettanto con me riesce a comunicare e a costruire sinergie aggreganti. Oggi in Italia un Grillo “a bordo di un canotto”, senza un progetto vero che sia in grado di proiettare un Paese nel futuro, vale il 5% “di qualcosa che in qualche modo ai poteri forti interessa”. Quantomeno preoccupa, spaventa o scuote. Chi sa cosa dice, come dirlo e come metterlo in pratica, se ci crede può, più di chiunque altro, fare la differenza. Che aspettiamo? Io ci sono e con me parecchi altri…

Quel gran bastardo dell’imprenditore!

Torno sul modello deleterio della figura dell’imprenditore noto a questo Paese e mi ispiro all’ultima puntata di Ballarò dello scorso 6 Aprile (che mi ha fatto veramente – scusate il termine – incazzare) per sollevare alcune considerazioni, a mio parere naturali, che nessuno degli ospiti presenti ha minimamente preso in considerazione per tutto il tempo nell’arco del quale si è amaramente tornati a parlare di scudi e paradisi fiscali, condoni, evasione, illeciti, tasse e non tasse… Continua a leggere Quel gran bastardo dell’imprenditore!

Globalizzazione + concorrenza = emersione del talento

Oggi prendo atto del National Broadband Plan, Connecting America (che lascia davvero senza parole) il cui tanto splendido quanto “banale” slogan recita “Investing in America’s Future” dedicato alle riforme di un governo che mette in piano 7 temi “facili facili”: Economic Opportunity, Education, Health Care, Energy & Environment, Government Performance, Civic Engagement e Public Safety. Non c’è scritto da nessuna parte, ma di mio aggiungerei: “Come fottere il resto del mondo per altri 20 anni, puntando sul futuro!”.
Lascio da parte il clima elettorale che ci rende a nostro modo “celebri” in tutto il mondo, pur consapevole del fatto che la politica non può e non deve esimersi dall’entrare nel merito di certe considerazioni, e sbilancio lo sguardo altrove, quanto meno per motivare lo sforzo, il più delle volte inascoltato, di rilancio che alcuni di noi cercano di fare per il futuro di un Paese che amano.

Al plusvalore di questa “scoperta di oggi”, in un momento di pausa, affianco alcuni dati di dettaglio relativi “al tema high-tech” in Silicon Valley e ne traggo alcune riflessioni per noi e per il nostro Bel Paese, pur avendo ben presente che passeranno anni e si susseguiranno governi prima che l’Italia possa avere (se mai la avrà) la sua Global Valley. Per il bene di questa Nazione:

1) inviterei la nostra classe dirigente (nessuno escluso e senza entrare nel merito o demerito di nessuna “parte politica”) a capire meglio, presto e bene dove porre la propria attenzione nell’era della globalizzazione (a meno che l’intenzione non sia quella di arretrare di altri 5 o 6 anni almeno);
2) la pianterei di pensare che laddove la concorrenza è più forte si debba necessariamente “cambiare settore”; in un Paese realmente competitivo e meritocratico (quale l’Italia ad oggi NON è, se non in rarissimi casi, comparti o settori), la concorrenza (leale e in qualunque ambito) stimola la sana competizione e la sana competizione contribuisce a sua volta a rendere merito al talento e alle eccellenze, attraverso quella che qualcuno prima di me definì “la selezione naturale della specie”;
3) inizierei a ragionare su numeri, dati e statistiche comportamentali, sociali, economiche e culturali reali di valenza globale per capire cosa prendere e cosa lasciare, su cosa investire e da cosa recuperare risorse;
4) cercherei di mettere in atto un “osservatorio fattivo” che si confronti con il mercato, con la compagine sociale, con il passaggio generazionale, con i nostri punti di forza e debolezza, con il mondo accademico e con le imprese, e che faccia molta attenzione a NON alimentare tutto ciò che ad oggi si finge visibilmente tale a tutti pur non essendo nulla di tutto ciò;
5) se non fossi in grado di fare nessuno dei primi 4 punti, cercherei di copiare i migliori al mondo.

Al di là del grande “rumore internauta” grazie al quale la percepiamo in più direzioni protagonista di un terreno a noi ben noto, questo è il modo in cui Silicon Valley si racconta in tutto il mondo, largamente frutto dei 4 punti di cui sopra dicevamo, Patria adottiva di intere generazioni dei nostri migliori italiani all’estero e, ancora oggi, rifugio di grande successo di quegli I T A L I A N I, molto spesso giovani e giovanissimi, che ne arricchiscono merito e talento attraverso le nostre migliori eccellenze.
Nessuno credo pretenda che l’Italia diventi l’America o parte di essa (e anche in questo caso ogni Paese ha i propri pregi e i propri difetti). Tutti invece per contro dovremmo pretendere (ovvero lottare per ottenerlo) che non si sprechino opportunità, risorse, doti, talenti e futuro della nostra comunità, se desideriamo il bene comune e una “ricchezza sociale” che possa finalmente far riemergere fiducia, ottimismo, interesse e speranza.
That’s it. Sarebbe così facile con poca (ma giusta) volontà

Economy
According to a 2008- study by AeA in 2006 Silicon Valley was the third largest (cybercity) high-tech center in the United States, behind the New York metropolitan area and Washington metropolitan area, with 225,300 high-tech jobs. The Bay Area as a whole however, of which Silicon Valley is a part, would rank first with 386,000 high-tech jobs. Silicon Valley has the highest concentration of high-tech workers of any metropolitan area, with 285.9 out of every 1,000 private-sector workers. Silicon Valley has the highest average high-tech salary at $144,800.
The region is the biggest high-tech manufacturing center in the United States. The unemployment rate of the region was 9.4% in January 2009, up from 7.8% in the previous month.

Notable companies
Thousands of high technology companies are headquartered in Silicon Valley; among those, the following are in the Fortune 1000:

Adobe Systems
Advanced Micro Devices (AMD)
Apple Inc.
eBay
Google
Hewlett-Packard
Intel
Intuit
Nvidia
Oracle
VMware
Yahoo!Adobe Systems
Advanced Micro Devices (AMD)
Agilent Technologies
Apple Inc.
Applied Materials
Business Objects
Cisco Systems
eBay
Google
Hewlett-Packard
Intel
Intuit
Juniper Networks
LSI Logic
National Semiconductor
NetApp
Nvidia
Oracle Corporation
SanDisk
Sanmina-SCI
Sun Microsystems (acquired by Oracle Corporation)
Symantec
Yahoo!

Additional notable companies headquartered (or with a significant presence) in Silicon Valley include (some defunct or subsumed):
3Com (headquartered in Marlborough, Massachusetts)
Actel
Actuate Corporation
Adaptec
Aeria Games and Entertainment
Amdahl
Antibody Solutions
Aricent
Asus
Atari
Atmel
Broadcom
BEA Systems (acquired by Oracle Corporation)
Cypress Semiconductor
Electronic Arts
EMC Corporation (headquartered in Hopkinton, Massachusetts)
Facebook
Fairchild Semiconductor
Force10
Foundry Networks
Fujitsu (headquartered in Tokyo, Japan)
Hitachi Global Storage Technologies
IBM Almaden Research Center
Logitech
Maxtor
McAfee
Memorex (acquired by Imation and moved to Cerritos, California)
Micron Technology (headquartered in Boise, Idaho)
Microsoft (headquartered in Redmond, Washington)
Mozilla Corporation
Nokia (headquartered in Espoo, Finland)
Netflix
Netscape (acquired by AOL)
NeXT Computer, Inc. (acquired by Apple)
Opera Software (headquartered in Oslo, Norway)
OPPO
Palm, Inc.
PalmSource, Inc. (acquired by ACCESS)
PayPal (now part of eBay)
Philips Lumileds Lighting Company
PlayPhone
Rambus
RSA (acquired by EMC)
Redback Networks (acquired by Ericsson)
SAP AG (headquartered in Walldorf, Germany)
Siemens (headquartered in Berlin and Munich, Germany)
Silicon Graphics (now defunct)
Silicon Image
Solectron (acquired by Flextronics)
Sony
SRI International
SunPower
Tesla Motors
TWiT
Tellme Networks (acquired by Microsoft)
TiVo
VA Software (Slashdot)
WebEx (acquired by Cisco Systems)
Western Digital
VeriSign
Veritas Software (acquired by Symantec)
VMware (acquired by EMC)
Xilinx
YouTube (acquired by Google)
Zoran Corporation

Fonte: Wiki

Fenotipo del "navigatore seriale medio"

Chi mi conosce bene ormai sa che nel mio modo di concepire e trasmettere innovazione a 5 punte, “brillano” metafore globali che nel contenuto riguardano: comunità, integrazione e riqualificazione sociale, opportunità, pensiero e rivoluzione culturale. In tutto ciò, diversamente da molti altri, quando penso all’innovazione, ne parlo o la uso, non la vivo come una specifica tecnica allocata a tempo pieno sulla parola high tech (verso la quale ho indubbiamente, per forza di cose, una sorta di alta tensione dovuta a quello che faccio nella vita) ma ne distribuisco il valore tra una serie di variabili emergenti (già emerse da tempo in varie altre parti del mondo) che la rendono da un lato necessaria e dall’altro UNICA.
“Sorprendentemente”, ci sono molti casi in cui l’innovazione (socialmente non percepita ma magari largamente utilizzata) raggiunge perfino picchi di “apparente assurdità” che però nel frattempo, e all’isaputa dei più, genera:
– ricchezza, evoluzione, produttività e progresso per chi vede il bicchiere mezzo pieno
– dipendenza da social network, danni celebrali, blocchi della crescita e imbarazzi mentali di ogni tipo per chi vede il bicchiere mezzo vuoto.

Quello a seguire è un chiaro esempio di picco di “apparente assurdità”, frutto di una “innovazione di oggi”, che nel frattempo genera qualità per chi si sente un inquilino fisso del primo caso (bicchiere mezzo pieno) e menomazioni mentali nel secondo caso (bicchiere mezzo vuoto), verso le quali c’è comunque e sempre da fare una certa attenzione perchè non diventino a loro modo “degenerative”.
Quelli a seguire, sono i 5 giochi più utilizzati su Facebook (Cifre di febbraio 2010 – Fonte: insidesocialgames.com):

1: FarmvilleCon oltre 83 milioni di utenti mensili, lo sviluppatore Zynga ha dato vita ad un gioco di simulazione per la costruzione della propria azienda agricola. I giocatori pagano per gli animali, gli arredi e i semi per la coltivazione in entrambe le valute virtuali e reali. La moneta virtuale è generata da colture commerciali con altri giocatori, mentre il resto può essere acquistato con soldi veri o moneta virtuale.

2: Birthday Cards
Non è propriamente un gioco, ma una domanda con 47 milioni di utenti che organizzano in un proprio calendario di compleanni dei propri amici: permette di inviare gratuitamente o a pagamento regali virtuali ed è stato sviluppato da RockYou!

3: Café del MondoUn altro mondo-building applicazione da Zynga che, come Farmville, vi mette a capo di una attività che è possibile espandere o consente di andare in fallimento. 30,6 milioni gli utenti al mese.

4: Texas Holdem Poker
Zynga di nuovo, con un tradizionale gioco di poker in cui i chip sono purched per soldi reali, anche se molto meno nel mondo reale. 26,8 milioni gli utenti.

5: Happy AquariumSviluppato da CrowdStar, che ha 26,1 milioni di utenti al mese.

Come dice sempre uno dei miei soci, trovo anche io assurdo che ci siano persone in tutto il mondo che passano sempre di più il proprio tempo a piantare carote sul video di un pc … :-) eppure… dietro a questi numeri o “sotto al soppalco di una trattoria virtuale”, molto spesso (grazie all’intuizione produttiva di qualcuno) vivono aziende fatte di persone, spesso fondate da ragazzi giovanissimi, che danno pane e lavoro ad intere famiglie che in alcuni casi possiedono persino animali veri! Pazzesco, come se non bastasse “il tormentone della gallina virtuale” nel recinto di gioco per tutto il giorno! :-)
Su questo argomento mi vengono in mente una serie di considerazioni (e ne descirivo solo alcune a caso) su uno dei temi più caldi del momento, quello di internet alle persone, che a mio avviso traccia “il fenotipo del navigatore ideale” (lasciando da parte le versioni estreme del terrorista, del mafioso e del killer):
– mediamente è un “cazzaro” :-) nel senso NON assoluto del termine;
– ha tutte le caratteristiche del serial navigator, ovvero replica il proprio comportamento “con propensione al cazzeggio” nei diversi habitat della rete (se pianta carote su Fb c’è da aspettarsi che usi Orkut per avere una falsa identità o per cambiare sesso);
– ha una percezione della rete e del web come “un mazzo di carte”: su Fb gioca a briscola e su Orkut fa i solitari;
– protende ad avere espressioni di “coraggio digitale” (mi sbilancio e chiedo amicizia ad una persona che non conosco) che nella “vita analogica” diventano fughe sconfinate (come glielo chiedo il numero di telefono a quello/a li?);
– mette a disposizione della collettività, quasi come fosse una materia prima necessaria, il suo Status: sono in bagno, prendo il treno, viva la vita, oggi mi rode, ecc.

Sappiamo che in tutto il mondo, ad oggi, le informazioni di valore che popolano la rete grazie al contributo degli utenti, pesa da parecchio tempo su un solo 8-10% delle informazioni complessivamente disponibili in rete. Il che significa che pur crescendo la popolazione su web, e pur moltiplicanosi gli spazi nei quali è possibile avere un comportamento attivo e/o partecipativo con altri utenti della rete, il navigatore seriale medio, nella sua vita digitale …è e rimane tendenzialmente un cazzaro :-) Detta così ci sarebbe anche poco da ridere! Il fattore però non secondario da considerare è che “il cazzaro” è a suo modo anche lui una fonte di valore, della quale in tutto o in parte internet si avvale. Corrisponde esattamente a quel 90-92% di persone che fanno diversamente uso dei contenuti del web e che contribuiscono al successo dell’iniziativa innovativa di qualcuno… che magari nel frattempo ha creato “un giochino idiota” per pescare le fave in una piscina pubblica nel centro di Manhattan.
Non mi voglio dilungare troppo a fare un fiume di considerazioni che però andrebbero fatte, ma guardando questa foto dall’alto qui la questione è:
– dove collocare il giusto equilibrio tra innovazione e valore;
– come cercare di spostare l’asse nel tempo in quel range 10-90, ammesso che sia giusto farlo;
– come far capire a chi non lo sa che internet merita il premio Nobel per la Pace se poi è percepito dai più come un orto in cui piantare carote e allevare mucche grasse;
– come ideare una cultura digitale che in modo diffuso e condiviso dia valore ai migliori comportamenti analogici dell’uomo;
– come avvicinare il termine innovazione prima di tutto al contesto sociale.
Queste sono le cose a cui pensavo ieri notte. Direi che qualche mezza soluzione in mente ce l’avrei… e, come è mia buona abitudine fare, non intendo ovviamente lasciarla a metà.