Paolo VI, il Papa dei lavoratori.

di Marco Roncalli, 17 Ottobre 2014

Giovanni Battista Montini, poi Paolo VI, riservò sempre costante attenzione al “mondo del lavoro”, specie nella dimensione del suo “coefficiente umano”. In particolare alla guida dell’arcidiocesi ambrosiana e nel pontificato. In questo quadro spicca l’interesse per la parabola delle Acli, l’associazione per molto tempo prediletta e punto di riferimento per i lavoratori cristiani.

Come mostrano Giovanni Balconi e Pietro Praderi nel volume, appena edito dalla San Paolo, Il Papa dei lavoratori. Montini, le Acli e il mondo del lavoro, ripercorrere gli interventi montiniani sul lavoro, significa cogliere innanzitutto un’interpretazione nuova nei confronti della dottrina sociale della Chiesa. E non disgiunta dalla capacità di impostare modelli di relazione nel segno del dialogo e della mediazione tra le parti, fra prestatori d’opera e imprenditori (a parecchi dei quali Montini fu pure molto vicino).

Già tre giorni dopo il suo ingresso a Milano, ecco Montini a Sesto San Giovanni riconoscersi l’appellativo di “arcivescovo dei lavoratori” coniato per lui – al congedo da Roma – dall’amico, sostituto della Segreteria di Stato, Angelo Dell’Acqua. Dopo questa prima visita nella “Stalingrado d’Italia”, molte altre sarebbero seguite nei posti di lavoro più disparati. Non solo. Fin dai primi discorsi su questo tema, ad esempio alla Magneti Marelli, il 29 gennaio ’55, Montini espose in nuce quel progetto di sintonia tra religione e lavoro, approfondito nella Lettera pastorale del 1956, che tornerà a più riprese.

Vi affermava «Il mondo del lavoro, in modo speciale, attende di vedere se la nostra azione sociale è una propaganda di maniera o di comodo, o se invece è uno sforzo reale verso una sua redenzione. Certamente lo sforzo è reale; deve diventare efficace. Efficace innanzi tutto nel dissipare l’enorme malinteso fra lavoro e religione». Un’operazione, lunga e faticosa, tutt’altro che premiata. Pur non dimenticando episodi emblematici segno di qualche sintonia (come quando, nel ’56, caduto tragicamente un operaio dentro una colata alla Breda i compagni di lavoro collocarono nella camera ardente al posto della salma il messaggio di suffragio inviato da Montini insieme ad una croce e a un fiore), durante tutto l’anno seguente, il famoso ’57 della “Missione” annunciata dall’arcivescovo in decine di posti disparati: dalle officine meccaniche alle banche, i risultati non furono positivi.

Le stesse Acli non approvavano troppo le visite dell’arcivescovo che agli occhi delle maestranze pareva sempre troppo vicino ai “padroni”. Inoltre – s’interrogava la rivista Adesso perché non si era preparata una speciale per la Milano operaia? La consapevolezza del divario profondo fra religione e lavoro, e, soprattutto fra Chiesa e classe operaia, si amplierà ulteriormente in Montini. Se ne ha prova, ad esempio nel discorso del 27 marzo ’60 a Torino (la città che nel giugno del ’69 vide al congresso aclista la fine del collateralismo con il partito cattolico, premessa dell’apertura socialista motivo di rammarico per Montini).

Il problema del rapporto religione e lavoro venne riproposto agli operai della Fiat, sotto maggiori sfaccettature. «La religione si fa pace, preghiera, Chiesa, ed è principio che non misconosce la ragione umana, ma chiede ad essa quello sforzo ulteriore che può portarla a capire la vera pienezza dell’uomo, data dall’essenza divina. Il concetto di lavoro da una parte riassume tutti i sentimenti di affascinata ammirazione nei confronti della vita moderna che Montini esprime spesso in questo approccio con la città, e dall’altra richiama il concetto tradizionale di pena e di fatica del lavoratore, il quale, a maggior ragione, è per questo affiancato a Cristo crocifisso e redentore», ha commentato Giselda Adornato, autrice del profilo Paolo VIedito da San Paolo – nonché curatrice del capitolo milanese di Paolo VI. Una biografia edita da Studium a cura di Xenio Toscani. Parole che, eletto Papa, Montini, continuò ad esternare nella sua vicinanza al mondo del lavoro. Si ricordi, la Messa della Vigilia del Natale del 1968 tra gli operai dell’Italsider di Taranto.

Con motivazioni di solidarietà, e pastorali come suggeriscono le immagini dell’epoca con Paolo VI che attraversa la folla, su una macchina scoperta e in piedi. Non dimentico dei cartelli innalzati dai manifestanti e visti nel tragitto per raggiungere la Cattedrale di San Cataldo e poi il centro siderurgico –- ricorda Andrea Tornielli nella sua biografia edita da Mondadori Paolo VI l’audacia di un Papa – Montini affermò: «Abbiamo visto anche cartelli che esprimono un gemito… La Chiesa capisce e soffre e dice una parola di speranza».

Poi, dopo essersi commosso innanzi all’altare e  al presepe intagliato nella lamiera dagli operai, ancora parole a disapprovare la separazione tra «il lavoro e la religione», «nel mondo moderno, due cose separate, staccate, tante volte anche opposte». Ma «questa separazione, questa reciproca incomprensione non ha ragione di essere». Ecco Cristo Gesù chiamato: “l’operaio profeta”.

Ecco la fabbrica paragonata alla Chiesa: «Quando lavorate in questa officina è, in un certo senso come se foste in chiesa… Voi, se siete intelligenti, se siete veri uomini, potete e dovete essere religiosi, qui nei nostri immensi padiglioni del lavoro terrestre».  Parole quasi già echeggiate nel messaggio ai lavoratori alla chiusura del Concilio. Il timoniere del Vaticano II aveva affermato «Di questo amore della Chiesa per voi lavoratori vogliamo noi pure essere testimoni presso di voi, e vi diciamo con tutta la convinzione delle nostre anime: la Chiesa è vostra amica. Abbiate fiducia in lei! Alcuni tristi malintesi, nel passato, hanno troppo a lungo alimentato tra noi la diffidenza e l’incomprensione; la Chiesa e la classe operaia ne hanno entrambe sofferto. Oggi è suonata l’ora della riconciliazione, e la Chiesa del Concilio vi invita senza secondi fini a celebrarla».

Fonte: Avvenire

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