Il Perlasca col saio

di Ugo Sartorio, 10 Novembre 2014

A volte il tempo stende sulle vicende della vita, piccole o grandi, un velo di polvere che le consegna per sempre all’oblio. Altre volte eventi traumatici del passato, rimasti a lungo sepolti, riprendono a vivere a partire dalla memoria di persone che hanno visto, agito, condiviso. È quanto è successo alla vicenda di Placido Cortese, il frate minore conventuale della comunità religiosa dei frati officiatori della Basilica del Santo di Padova che nella tarda mattinata dell’8 ottobre del 1944 scomparve, quasi risucchiato nel nulla. 

Due persone si presentarono alla portineria del convento e chiesero a fra Stanislao di poter parlare con padre Placido, aggiungendo che avrebbero desiderato incontrarlo, per motivi di riservatezza, appena oltre il sagrato. Una di queste era un certo Mirko, di cui padre Placido si fidava, e così il piccolo frate istriano (era nato a Cherso nel 1907) andò incontro al suo destino. Si parla di una macchina nera sulla quale sarebbe stato spinto da due tipi poco raccomandabili, ripartita subito dopo a gran velocità.
Già dal giorno seguente ebbero inizio le ricerche, con una lettera del rettore della basilica — padre Lino Brentari — indirizzata alla Questura di Padova: «Dalle prime ore del pomeriggio di ieri, per cause del tutto ignote, risulta assente dal nostro convento del Santo il p. Placido Cortese, religioso sacerdote dell’Ordine». Parole angosciate che non ebbero mai risposta, anche perché, purtroppo, in quei tragici mesi erano molte le persone che sparivano.
Solo cinquant’anni dopo, il 19 aprile 1995, a motivo di una testimonianza raccolta quasi casualmente dalla voce di Adele Lapanje, la vicenda di padre Cortese riemerse dall’oblio. Fu allora che monsignor Vitale Bommarco, anch’egli chersino e vescovo di Gorizia, diede nuovo impeto alla ricerca perché si facesse luce sulla misteriosa fine del confratello. Venne così ricostruita l’attività svolta da padre Cortese negli anni della guerra: oltre a prodigarsi per portare soccorsi ai molti internati, per lo più sloveni, nel campo di prigionia di Chiesanuova, alla periferia di Padova, collaborava con una rete di resistenza — la cui sigla era Fra-Ma, dalle iniziali dei cognomi dei due fondatori: Ezio Franceschini e Concetto Marchesi — che aiutava ebrei, antifascisti e militari alleati a raggiungere in treno, via Milano, la neutrale Svizzera.
Tutto si svolgeva in un clima di clandestinità, con parole in codice pronunciate dietro la grata di uno dei confessionali della basilica, quello a fianco dell’altare maggiore: «Padre, c’è una scopa da mandare in Svizzera»; «Di che colore, chiara o scura? Attendi e prega mentre provvedo».

Fonte: Osservatore Romano

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