Collaboratrici del Creatore

di Catherine Aubin, 2 Novembre 2014

Per Cristo l’essenziale, «la parte migliore», è ascoltare la sua Parola e metterla in pratica. Egli non divide mai l’umanità in uomini e donne, in potenti e servitori, in dotti o ignoranti. Ciò che desidera sono uomini e donne che abbiano occhi per vedere e orecchie per intendere, al fine di capire, per essere riportati alla loro vocazione originale, ossia diventare figli e figlie del Padre suo. Fin dall’inizio, gli uomini e le donne non sono situati gli uni rispetto agli altri, ma entrambi rispetto a Dio. La Bibbia non ci dà un quadro teorico o una struttura teologica per insegnarci quali sono le specificità dell’uomo e/o quelle della donna.

Ciò che propone la Bibbia è che una creatura non è definita rispetto a un’altra creatura; una donna non si definisce nel confronto con un uomo e viceversa. Ciò che sono e che devono vivere si capisce guardando chi è il Signore Dio e che cosa fa per loro. Ci si può allora domandare: com’è situata la donna rispetto a Dio? Leggendo i vangeli siamo portati a guardare attentamente e a osservare il modo in cui Gesù incontra gli uomini e le donne. Con lui non c’è teologia né dell’uomo né della donna, ma piuttosto una luce su un’eventuale teologia dell’incontro: quella di un uomo o di alcuni uomini con lui, quella di una donna o di diverse donne con lui, e infine quella dell’incontro di Gesù con uomini e donne, ossia con noi, ora. Come incontra Gesù le donne nel Vangelo? Che cosa accade di unico e prezioso in quegli incontri così diversi? Come rivela Gesù alle donne la loro grazia, il loro dono, la loro specificità? Chi sono le donne per Gesù? Chi è Gesù per la donna e le donne? Gli incontri di Gesù con le donne sono momenti eccezionali, anzi addirittura fondanti; non ci offrono uno studio dotto, né una teologia o un elenco di aspettative, ma solo il modo in cui Gesù le rivela a loro stesse: presenti, forti e intelligenti (nel senso di intellegere, «leggere dentro»). Quando Gesù è stanco, quando soffre, quando chiede un gesto di affetto, quando muore e quando risorge, le donne sono presenti, sono lì. E la loro presenza indefettibile è già una delle prime grazie femminili che Gesù mette in evidenza. Incontri di separazione e di libertà: Gesù e sua madre. Gesù è nato da una donna, è banale ripeterlo, ma la nascita di Gesù pone la prima donna del Vangelo in una condizione particolare: quella di madre di suo figlio e anche quella di discepola. Nulla viene detto sul rapporto di Gesù con sua madre in termini di tenerezza, di maternità, e tanto meno di affetto. Tutti i vangeli sottolineano il progressivo distacco di Gesù da sua madre e viceversa. Gesù a dodici anni nel tempio di Gerusalemme prende le distanze da sua madre preoccupata dicendole: «“Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (…) Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore» ( Luca, 2, 49-51). Il bambino Gesù rimprovera sua madre e la rimette al suo posto. Lei resta sua madre, ma accetta di lasciargli spazio, serba ciò che ha udito con le sue orecchie interiori e non trattiene il figlio. Entra in un altro “possesso”, per così dire, quello della Parola che costruisce. Abbandona un attaccamento che potrebbe ostacolare suo figlio e lei stessa. Accetta che il figlio le sfugga, ma serba nella mente le sue parole e i suoi atti e lo protegge in un altro modo. Impara e ci insegna la libertà, quell’apprendistato della disponibilità nella maternità per lasciare l’altro libero nelle sue scelte. Parimenti, in seguito, quando Gesù insegna tra la folla seduta attorno a lui e gli viene detto: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano», lui risponde: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre» ( Marco, 3, 32-35). Gesù con la sua parola taglia, recide, rovescia e purifica ogni legame di possesso. L’incontro con Gesù apre, amplia e dà il senso della relazione con lui. Uomo o donna, colui o colei che ascolta e che radica la sua parola nella propria vita, diviene madre e fratello, ossia lui o lei devono far nascere il proprio congiunto e mostrargli questo legame di fiducia che va oltre i legami di sangue. Incontri che danno vita, che fanno nascere: nel Nuovo Testamento, quando la donna cananea si avvicina a Gesù per chiedergli la guarigione di sua figlia, Gesù l’ammira e le dice: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come tu vuoi» ( Matteo, 15, 28). Questa espressione si ritrova un’altra volta sola nello stesso vangelo quando Gesù è nel Getsemani e dice a suo Padre: «Non come io voglio, ma come vuoi tu» (26, 39). Ciò che questa donna cananea vuole, ossia la vita in pienezza per sua figlia, è ciò che il Padre vuole. Allo stesso modo, quando Maria accetta di portare in grembo il figlio di Dio, lo fa con cognizione di causa, come una partner del Padre, senza avvertire né il fidanzato né il padre. Fa nascere alla vita suo figlio e in tal modo ci rivela una delle vocazioni fondamentali di ogni donna; è una collaboratrice e una rivelatrice del Padre e della sua volontà. Nella Scrittura non ci sono racconti di nascite di donne (cfr. Philippe Lefebvre, Ce que dit la Bible sur la famille , Paris, Nouvelle Cité, 2014, pp. 55-62). Leggendo attentamente i testi biblici, si trovano spesso racconti di nascite di uomini che poi diventano padri; in effetti un padre per suo figlio è un uomo che si è scoperto figlio dinanzi a Dio, ed è questa la vera natura di un padre. Il padre rivela qualcosa della filiazione di Dio, diviene progressivamente figlio nel Figlio. Riceve la vita da Dio per nascere e divenire realmente uomo e padre. Perciò si può dire che nella Bibbia il momento cruciale per un uomo è nascere. Ebbene, la donna si situa diversamente dinanzi a Dio; è accanto al Padre, rimanda a Dio percepito come Padre, lavora con il Padre per stabilire la vita, per impiantarla su questa terra. Ad esempio, le due donne ebree nel libro dell’ Esodo che decidono, nonostante il divieto del faraone, di partorire figli maschi. Li fanno nascere qualunque sia il prezzo da pagare. Così facendo danno il cambio al Dio creatore e permettono a una nuova tappa della storia d’Israele d’iniziare, diventano madri del popolo. Agiscono come collaboratrici del Creatore; rivelano quel Dio Padre che fonda la vita. La Bibbia ci rivela dunque che esistono infiniti modi per una donna di esprimere il proprio essere e di assumere la maternità: una donna può quindi essere madre senza mettere al mondo un figlio. Così nella Genesi, le tre prime generazioni di matriarche (Sara, Rebecca e Rachele) sono sterili. Ma in tutta la storia di Sara con Abramo, per esempio, si vede che lei, attraverso la sua esperienza, presenta e mostra una figura materna che attraverserà tutta la Bibbia: è madre colei che accoglie la venuta improbabile di Dio. L’incontro della nuova nascita: Maria Maddalena, un’altra madre per la Chiesa. Quando Maria Maddalena incontra Gesù risorto, sta appena facendo giorno, tutto avviene al mattino molto presto, «quand’era ancora buio» ( Giovanni, 20, 1), un po’ come l’oscurità del primo giorno della settimana nel libro della Genesi, quando Dio crea la luce e la separa dalle tenebre. Gesù sta per riprendersi dal sonno della morte e incontra Maria Maddalena nel giardino lì accanto. Lei non lo riconosce subito, allora Gesù l’interpella dicendole: «Donna, perché piangi?» ( Giovanni, 20, 15). Aveva già utilizzato l’appellativo donna per la propria madre, la prima volta alle nozze di Cana (cfr. Giovanni, 2, 49), poi, in seguito, qualche istante prima di morire sulla croce, quando dice: «Donna, ecco il tuo figlio!» ( Giovanni, 19, 26). Ebbene, nell’incontro di Gesù con Maria Maddalena, avviene una cosa eccezionale (che egli non fa per nessun’altra donna nel vangelo di Giovanni): la chiama per nome: «Maria».

È Cristo stesso risorto che la chiama per nome e così facendo la risveglia e in un certo senso la resuscita. In effetti sino a quel momento lei aveva visto Gesù ma non l’aveva riconosciuto, non l’aveva dunque ancora visto. Sono le sue orecchie interiori che cominciano a percepirlo. Poi lei lo tocca, entra in contatto e così lo riconosce. Allora Cristo la rimprovera dicendole: «Non mi trattenere». Perché una buona novella deve accadere: Cristo deve salire al Padre. Il gesto di toccare “visibile” e tattile di Maria conferma la missione di Cristo: egli deve condurre e portare tutta l’umanità al Padre. Ed è allora che le dice «Va’ dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro» ( Giovanni, 20, 17). Invia la prima discepola risorta, la prima degli apostoli. Lei si fa portavoce di Cristo. Ha riconosciuto il risorto ascoltandolo e lo ha annunciato, perché non può più trattenersi dal parlare. In effetti ha capito con tutte le fibre del suo essere che l’umanità non è fatta per la morte, ma che la supera e l’attraversa perché un’altra vita l’attende. La sua parola è indubbiamente tra le più audaci e più feconde della storia umana. I discepoli, udendola annunciare la buona e felice novella, sono obbligati a essere uomini: devono ormai vivere come lui, ossia come figli del Padre. Questa sorpresa incredibile della resurrezione, questa “buona novella”, Maria, nei secoli dei secoli, la conserva, la protegge e la fa fruttificare, per far nascere ogni nuovo lettore e ascoltatore che ne viene a conoscenza. Mettersi in cammino per incontrare Cristo e vederlo incontrare delle donne è un’avventura che ci trasforma, ci cambia e modifica le nostre concezioni. Questo pellegrinaggio interiore non finisce mai, perché in ogni incontro c’è una parte inerente di mistero. Perciò la conclusione di questo articolo spetta a un gesuita francese, padre Teilhard de Chardin. Prima di tutto con una sua preghiera: «Nella mia preghiera ho chiesto che la donna trovi nei secoli che verranno la forma vera della sua azione che, continuando quella della Vergine, deve donarci (in qualcosa d’insostituibile) la visione e l’amore di Dio». E poi con un estratto della sua poesia L’Eterno femminile: «La Vergine è anche donna e madre / ecco il segno dei tempi nuovi… / I pagani sull’Acropoli / rimproverano al Vangelo di aver sfigurato il Mondo… / E piangono la Bellezza… / è una blasfemia! / La Voce di Cristo non è segnale di una rottura… / di una emancipazione / Come se gli eletti di Dio, rifiutando la Legge della Carne / potessero rompere i legami che li uniscono ai destini della loro razza / e sfuggire dalla corrente cosmica dove hanno avuto origine / Colui che ascolta l’appello di Gesù non deve rifiutare l’Amore… / Deve al contrario restare essenzialmente umano / Ha dunque bisogno di Me per sensibilizzare i suoi poteri / E risvegliare la sua anima alla passione del divino / Per il Santo, più che per chiunque altro / Io sono l’ombra materna che si china sulla culla… / la forma radiosa che prendono i sogni di gioventù… / l’aspirazione fondamentale che attraversa il cuore… / come potenza indiscussa e straniera / la traccia nell’essere individuale, / dell’asse della Vita».

L’autrice

Nata in Francia nel 1959, Catherine Aubin è domenicana della Congregazione romana di San Domenico. Laureatasi in psicologia e poi in teologia all’Institut Catholique di Parigi, Aubin ha conseguito il dottorato in teologia spirituale presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino a Roma, dove insegna teologia sacramentale e spirituale. È docente all’Istituto di teologia della Vita Consacrata. Collabora a Radio Vaticana e ha scritto libri sull’antropologia spirituale tradotti in varie lingue. 

Fonte: Osservatore Romano

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