I nostri vecchi, gli «stranieri» e noi

di Sandro Lagomarsini, 13 Novembre 2014

Avevamo creduto che le parole usate da Gesù per enunciare i criteri del giudizio finale fossero una filastrocca, come quelle che si trovano nelle favole, una bella e colorita poesia che i bambini del catechismo imparano facilmente e volentieri a memoria. Avevamo raggiunto, infatti, il diritto alle assicurazioni contro gli incidenti e l’assistenza malattie. Non conoscevamo più la fame, né la sete, né la nudità. E il carcere per debiti a cui si riferiva il Vangelo di Matteo era stato abolito da tempo. Le leggi ci permettevano di fare fallimento e di ricominciare. Di stranieri neanche l’ombra, se non un po’ di turisti curiosi e magari spendaccioni (il che non guasta). Tutto questo, all’incirca, cinquant’anni fa. Avevamo dimenticato che, un po’ di tempo prima, i nostri nonni si mettevano in viaggio per fare i muratori nei palazzi signorili di Roma, Napoli, Venezia o nella Fabbrica del duomo di Milano. Avevamo dimenticato che alcuni dei nostri antenati partivano per lavori stagionali o per poveri lavori ambulanti o per terre lontane, oltreoceano. E qualche donna era partita dai nostri monti per andare a fare la balia in California, lasciando a casa marito e figli, e qualche volta la nave aveva fatto naufragio. Avevamo dimenticato quanto lotta era costata la giornata di otto ore (e adesso è anche meno) e quanto a lungo i contadini avevano atteso una piccola pensione (mio nonno piangeva, quel giorno e aggiungeva: “È la prima volta che ci danno qualcosa invece di portarcela via”). Poi, all’improvviso, abbiamo dovuto risvegliarci.

Il rimescolamento del mondo ha fatto prendere ad altri le funzioni e i destini già conosciuti dai nostri nonni e bisnonni. Altri sono i merciai ambulanti, altri gli emigranti, altri – se possiamo dirlo – i senza patria. E così ci siamo accorti che la parola di Gesù non è una filastrocca superata, ma è la descrizione del nostro mondo e delle sue difficoltà. Ed è giusto cercare di governare gli spostamenti migratori, giusto che l’Italia non resti sola, giusto che si trovino le soluzioni politiche più adatte, giusto fare il possibile e anche di più perché non scoppino – come in queste ore nella periferia romana di Tor Sapienza – furibonde e tristissime “guerre tra poveri”. Ma, per quanto ci riguarda, cerchiamo anzitutto di risvegliare la memoria. E sarà un primo suffragio per i nostri nonni e bisnonni.

Nel popolo d’Israele non c’era pericolo di dimenticare. Nella preghiera del sabato, ogni buon ebreo sentiva ripetere: “Non maltrattate gli stranieri, perché anche i vostri padri sono stati stranieri in terra d’Egitto”. Non lo leggiamo ogni domenica, ma Gesù ha dato anche più forza alla stessa idea: «Ero straniero e mi avete ospitato». Ora gli stranieri li abbiamo in mezzo a noi, come non li abbiamo mai avuti. Alcuni ci servono. Quando attraverso la piazza di Varese Ligure (non ogni volta, ma spesso) una donna su tre è straniera. Sono le donne che assistono i nostri anziani infermi e spesso hanno lasciato nei loro paesi il marito e i figli. Altri, giovani stranieri, sono nostri ospiti in difficoltà. Ho iniziato a fare scuola di italiano a trenta giovani del Bangladesh, fuggiti dall’inferno della Libia dove erano andati a lavorare. Sono disciplinati e educati. Passeranno tra noi tutto l’inverno ed è giusto aiutarli a non sprecare questo tempo difficile della loro vita, sia per loro che per le loro famiglie lontane. Quanto potremo fare sarà anche un atto di riconoscenza verso l’eredità che i nostri padri ci hanno lasciato. Anche loro ci ricordano oggi le parole di Gesù: «Qualunque cosa avete fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avrete fatta a me».

mano

Fonte: Avvenire

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