Matrimoni gay, Scola bacchetta i sindaci. E sul Sinodo…

di Luigi Santambrogio, 14 Ottobre 2014

Non si è limitato scrivere in francese contro i matrimoni gay, gli uteri in affitto e le tecniche Frankenstein di manipolazione della vita. Il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, dopo aver firmato insieme al collega viennese, il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, un editoriale pro Manif pour tous sul quotidiano parigino Le Figaro (clicca qui), questa volta le ha cantate in chiaro e forte italiano anche al sindaco Giuliano Pisapia. Invitando, lui che è stato eletto sull’onda di una (già deusa) speranza di rinnovamento sociale, a fare qualcosa di realmente popolare e progressista a favore delle giovani coppie milanesi e a smetterla di usare a sproposito la parola “famiglia”. 

In una nota diffusa nei giorni scorsi, la Diocesi di Milano, attraverso il suo ufficio “Servizio per la famiglia”, condanna senza mezzi termini la sceneggiata sulla registrazione dei matrimoni omosessuali celebrati all’estero messa in piedi dal sindaco Pisapia, sull’esempio di altre città, tutte amministrate da giunta di sinistra. Intanto, Pisapia ha deciso «in contrasto con la normativa vigente in Italia, generando un conflitto istituzionale tra organismi con competenze diverse». Beh, quello che i sindaci del Pd e loro referenti arcobaleno continuano a ignorare è che nessuno può permettersi di inventarsi diritti e leggi che non esistono, a maggiore ragione quelli che sono stati eletti per far funzione le istituzioni e non metterle politicamente una contro l’altra. Più che ribelli, questi sono sindaci da Far West, ma loro sono dalla parte dei fuorilegge. È giunta a tal punto di sfacciataggine la violenza ideologica degli ultras in fascia tricolore del matrimonio gay, che si può mandare alla malora la democrazia senza che nessuno (da sinistra, off course, ma anche da destra) ne chieda l’impeachment. Dunque, dall’Arcivescovado, esce una limpida lezione di democrazie e diritto costituzionale al sindaco “disobbediente” e finto-tonto e un chiaro appoggio all’iniziativa del ministro Angelino Alfano. Beh, ne è passato di incenso sotto le navate del Duomo, da quando, cioè, l’ex arcivescovo Dionigi Tettamanzi applaudiva alla ventata di novità arrivata a su Milano con l’elezione del sindaco Pisapia e della sua giunta catto-arancione.

Punto secondo. La Curia milanese sottolinea quanto sia «auspicabile che si possa ottenere presto una legislazione adeguata in materia di famiglia che sappia tutelare i diritti di tutti e rispettare la natura delle cose». Quindi una normativa che dia «ai termini famiglia’ e ‘matrimonio la definizione della realtà dell’unione stabile di un uomo e una donna aperta alla vita» e che assegni «per altri tipi di unione altri nomi». Questo si chiama parlare chiaro. Famiglia con papà e mamma, maschio e femmina, non è la stessa cosa dell’uonione omosessuale. Non è soltanto una distinzione formale e nominalistica. Il cardinale Angelo Scola, nell’intervista di domenica a Repubblica, ribadisce la differenza: «Le parole indicano le cose. Non è giusto suscitare, direttamente o indirettamente, confusione su una cosa decisiva come la famiglia. Ritengo che la parola “famiglia”, insieme alla parola “matrimonio”», precisa il cardinale, «vada riservata all’unione stabile, aperta alla vita tra l’uomo e la donna. Per il duo o coppia omosessuale si dovrà trovare un altro vocabolo». Certo, bisognerà poi vedere quali diritti, funzioni e privilegi verranno attribuiti a queste coppie, ma questo è un passo ulteriore. Se verranno cambiati i termini (usando magari la formula delle “civil partnership”) solo per lasciare inalterata la sostanza, beh, l’inganno andrà smascherato e denunciato. Per il momento, caro Pisapia e sindaci che avete fatto dei registri la vostra Bastiglia, guardatevi dal nominare il nome della famiglia invano.

Terza bacchettata. Chiarito di cosa si sta parlando, la Diocesi ambrosiana, con garbo ma con decisione, invita la giunta milanese a chiedersi se davvero sta facendo tutto quello che può a favore di una più equa distribuzione delle risorse comunali a vantaggio dei soggetti più deboli e in difficoltà. Primi fra tutti, appunto le famiglie. Così come la Chiesa è impegnata a riflettere e ad «accompagnare i grandi processi di trasformazione della società e della famiglia», anche l’amministrazione comunale dovrebbe capire che «in questo tempo di crisi si aggrava sempre più la situazione economica delle famiglie, spesso in difficoltà nel far fronte anche ai beni essenziali». Dunque, «è quanto mai necessario fare in modo che non si ponga in secondo piano l’attenzione e l’impegno verso la tutela di tutti i diritti, affinché a genitori, figli e nonni non manchino la casa, il cibo, le cure, l’educazione. Impegno e tutela dovuti in modo particolare alle famiglie che generano figli e garantiscono il futuro alla nostra società».

Beh, Pisapia ha di che meditare se, come dice, fare di Milano la metropoli dei diritti: l’arcivescovo vuole una città family friendly, lui che vuole? Impegnare le risorse dell’amministrazione municipale e i proventi delle tasse pagati da tutti o cittadini per promuovere i bisogni di sette coppie gay (tanti sono quelle che si sono registrati)? Nell’intervista a Repubblica, il cardinale Scola altre cose che dovrebbero essere annotate soprattutto da chi in questi giorni fantastica di un Sinodo sull’orlo di santificare le unioni di fatto, benedire le nozze gay e pronto ad aprire le porte alla comunione dei divorziati. Facciamo un ripasso? Massì, facciamolo.

Comunione ai divorziati. Dice Scola: «Sono stato successore di Roncalli a Venezia e ho potuto vedere taluni suoi appunti che parlano di pastorale. Roncalli mette la pastorale in diretto riferimento alla storia e alla salvezza. È pastorale proporre Gesù come compimento e salvezza della persona concreta. Egli è via, verità e vita per ciascuno, in qualunque condizione si trovi. Personalmente avverto il bisogno che l’idea roncalliana sia assunta più pienamente, riconoscendo il nesso inscindibile tra dottrina, pastorale e disciplina. Solo da questa prospettiva unitaria potrà emergere un’adeguata azione ecclesiale per i divorziati risposati. È vero che l’eucaristia, a certe condizioni, ha una componente di perdono dei peccati, ma è anche vero che non è un “sacramento di guarigione” in senso proprio. Inoltre il rapporto tra Cristo sposo e la Chiesa sposa non è per gli sposi solo un modello. È ben di più: è il fondamento del loro matrimonio. Ritengo che il nesso tra eucaristia e matrimonio resti sostanziale. Pertanto coloro che hanno contratto un nuovo matrimonio si trovano in una condizione che oggettivamente non consente l’accesso alla comunione sacramentale. Lungi dall’essere una punizione, è l’invito a un cammino».

Chi sta vincendo al Sinodo?  Scola risponde così: «Nell’Assemblea sinodale è in atto uno straordinario ascolto reciproco. Non esiste nessun luogo al mondo in cui 250 persone provenienti da tutti i paesi lavorano così duramente. La cattolicità della Chiesa è palpabile ed è uno spettacolo. Inoltre, la prassi introdotta nel 2005 da Benedetto XVI di lasciare a fine giornata un’ora di confronto libero è andata maturando. Ognuno ha la possibilità di riprendere l’intervento di un altro, dicendo “Non ho capito questo, Io direi così, ecc”. È davvero una crescita nell’esercizio della collegialità».

Lo stile di Francesco e le sfide della Chiesa. Racconta Scola: «Il Papa con il suo stile particolare, che si mescola a noi arrivando anche mezz’ora prima, che va a cercare le persone al proprio posto, che viene a prendersi il caffè con noi, che saluta i camerieri, genera un clima nuovo. Certo, la Chiesa è davanti a una grande prova: il confronto con la rivoluzione sessuale è una sfida forse non inferiore a quella lanciata dalla rivoluzione marxista. Partendo dall’autoevidenza dell’eros – l’uomo capisce chi è in riferimento al suo essere situato nella differenza sessuale – dobbiamo paragonarci con visioni dell’uomo assai diverse. Non basta una risposta intellettuale. Occorre rigenerare dal basso il popolo di Dio, con una nuova educazione all’amore che incominci fin dall’adolescenza e nella consapevolezza che la famiglia è il soggetto della pastorale e non l’oggetto. Le nostre parrocchie, associazioni e movimenti devono essere più dimore che mostrano la bellezza e la bontà del Vangelo, entrano nel necessario dibattito di una società plurale, con franchezza, puntando al massimo riconoscimento possibile”.

Ecco, questo è il Sinodo reale e concreto in corso in Vaticano, di un altro pianeta, invece, quello farlocco e prêt-à-porter affidato alle caricature mediatiche di giornali e Tv. Si mettono insieme un paio di frasi, rigorosamente anonime, si riporta l’opinione di tre o quattro vescovi od osservatori esperti di come va il mondo delle porpore e degli zucchetti, che però non è indicativa del panorama degli interventi e poi si tirano le somme. Che sono tutte orientate a fare tornare i conti già stabiliti in partenza.  E allora ecco il Sinodo bello che impacchettato e pronto da servire in confezione regalo, a misura dei bisogni e dei gusti dei lettori. E secondo la regola aurea del giornalismo politico e scandalistico: inventate, inventate, qualcuno vi crederà.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

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