Il diritto inesistente

In un editoriale della rivista «Études» sull’eutanasia.

di Ferdinando Cancelli, 4 Novembre 2014

«Questa è la grande debolezza di molte società occidentali, il fatto che confondano ciò che è morale con ciò che è legale. In più ciò che non è più condannato dalla legge diventa velocemente oggetto di un diritto». La frase di Patrick Verspieren, gesuita e bioeticista, è tratta dall’editoriale dell’ultimo numero della rivista «Etudes» e si riferisce alla legalizzazione di eutanasia e suicidio assistito avvenuta in alcuni Paesi.

Verspieren, commentando la posizione della dottoressa Corinne Van Oost autrice di un libro uscito in Belgio a metà settembre con il provocatorio titolo Médecin et catholique je pratique l’euthanasie («Come medico e come cattolica io pratico l’eutanasia», denuncia un rischio di banalizzazione e quasi di abitudine nei confronti di atti moralmente inaccettabili quando questi ultimi vengono permessi dalla legge. Questo per il medico, in particolare per quello che lavora cercando di assicurare ai morenti la miglior condizione di vita possibile, rappresenta l’enorme rischio di «perdere il senso della trasgressione che ogni omicidio rappresenta», di abituarsi all’idea che si possa servire la vita attraverso il dare la morte. Le parole di Verspieren si possono leggere anche in modo più ampio rispetto alle fondamentali questioni di bioetica e di biodiritto che attraversano, spesso in modo così emozionale e poco meditato, le nostre società.

Tante volte è stato affermato che la legge tenderebbe a regolamentare alcune pratiche sommerse al fine di renderle più sicure. La base dalla quale si muoverebbe il legislatore sarebbe, in altre parole, un comportamento già presente nella società: le eutanasie nascoste, gli aborti clandestini, l’uso di sostanze stupefacenti per fare solo alcuni esempi. Il problema è che spesso dare “fattibilità legale” a tali comportamenti può finire — questo è ciò che ci dice con chiarezza Verspieren — per renderli anche “moralmente accettabili” demolendo agli occhi di molti, e per di più in nome della legge, gli ultimi ostacoli alla loro attuazione. È come se si instaurasse un circolo vizioso dalle conseguenze estreme: rapidamente diverrebbe “un diritto” ciò che fino a poco tempo prima era illegale. Altrettanto velocemente la legge perderebbe la propria positiva funzione educativa, recidendo ogni riferimento morale e la medicina stessa si troverebbe stravolta nei propri principi deontologici.

È chiaro, lo si evince dalle parole di Patrick Verspieren e da quelle della dottoressa Van Oost, che è apparentemente più facile assecondare i desideri, anche se oscuri, della società piuttosto che rifarsi a chiari principi morali che pure sono stati e dovrebbero continuare a essere i pilastri fondanti del diritto nei Paesi cosiddetti evoluti. È altrettanto chiaro però che assecondare tali desideri piegandosi a presunti diritti inesistenti può da un lato spingere la legge ad andare nella stessa direzione e dall’altro generare un senso di profonda sofferenza e inquietudine. «Praticare l’eutanasia — scrive la dottoressa Van Oost — significa rischiare di abituarsi. Con il passare degli anni lo faccio con sempre meno paura, ma ho comunque l’impressione di essere la prima perdente. Come medico e come cristiana».

Il medico e il legislatore hanno uguali responsabilità e sono insieme chiamati al coraggio, quello di andare nella giusta direzione, interrompendo quel circolo vizioso che tende semplicemente a legittimare e alla fine a incentivare ogni desiderio.

Fonte: Osservatore Romano

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