Accesso alla comunione e divorzio breve.

di Giorgia Petrini per La Nuova Bussola Quotidiana,
2 Novembre 2014

sacra_rota

Nel marasma del chiacchiericcio mediatico fatto a denti stretti sul Sinodo, si è finito per concentrare l’attenzione molto sulle attese e molto poco sulle conseguenze, anche civili e sociali, di alcune battaglie tra i cosiddetti conservatori e i loro dirimpettai progressisti. Tra tutte, hanno particolarmente attratto l’attenzione di tutti noi comuni mortali, al gossip sempre affezionati, le questioni legate all’accesso ai sacramenti (in particolare, alla comunione) per i divorziati risposati, allo sveltimento dei processi di nullità di matrimonio e alle unioni omosessuali. Sorvolando sulla terza questione, sgonfiata all’evidenza del fatto che la Chiesa – come sempre ha sostenuto – apre le porte e le braccia a tutti senza per questo condividerne a pieni sigilli le scelte private e personali, le altre due, per molti aspetti, pur essendo tra loro – solo apparentemente – diverse, in realtà camminano a braccetto.

In parole semplici, lo sguardo è stato ed è tutto rivolto a domandarsi se sia giusto o meno consentire ai divorziati risposati (civilmente) di accedere all’eucarestia (ridotta a sacramento della “reputazione personale agli occhi degli altri”, perché a differenza della confessione si vede molto di più) e se non sia opportuno “sbrigare” più velocemente molti passi nelle pratiche di nullità di un matrimonio che spesso arenano la vita delle persone, anche per anni, in attesa di un verdetto a volte addirittura chiaro da subito per quel che è: nullo.

Posso dire, per esperienza diretta, che chi introduce una richiesta per verificare la validità del proprio matrimonio alla Rota, prima di intraprendere questo cammino dal punto di vista tecnico, è già stato oggetto di una serie di verifiche che gli danno quanto meno motivo di credere che ci siano effettivamente dei cosiddetti “capi di nullità” per ritenere nullo il proprio matrimonio. Di rado, per non dire mai, accade che s’intraprenda un procedimento del genere per farsi confermare dalla Chiesa che il proprio matrimonio è valido. A cosa servirebbe?

Ora, perché accostare il problema dell’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati (civilmente) con la nullità di matrimonio? Di primo acchitto, sbagliando, verrebbe da dire che è un fatto di giustizia o di equità sociale, ma la questione è ben più intricata di come appare, con moltissime implicazioni che, come più volte in questo Sinodo si è sentito dire, andrebbero valutate singolarmente. Alla fine però, una domanda (semplice) sorge spontanea: ma quando passerà il ddl sul “divorzio breve” – ora in Senato – che forma assumeranno queste due “faccende”? Perché un conto è la fede, il sacramento o la devozione di un cristiano che decide di fare le cose in verità secondo coscienza e un altro conto è dire: «Dal momento che posso divorziare e risposarmi ogni sei mesi …».

Insomma, fatta la legge trovato l’inganno? Già solo per questo (motivo che ha poco dell’aulico e molto del pratico e del personale), a mio parere, è impossibile che la Chiesa “si pieghi” a concedere la comunione ai divorziati risposati. Se lo fa una volta, perché non anche la seconda o magari la terza? E su quali basi sarebbe allora in grado di riconoscere un «vero pentimento» da uno fasullo, di comodo, di forma o peggio ancora di reputazione? E se, invece, davvero, una persona si risposa 3-4 volte e ogni volta crede «in coscienza» di essersi sbagliato?

Un procedimento di nullità di matrimonio, ad oggi, può durare anche degli anni, sebbene ultimamente sembra che i tribunali ecclesiastici stiano andando più veloci (e – anche qui – sarà interessante capire come mai); un divorzio, tra poco, rischia di diventare una pratica di routine quanto un’operazione a sportello in banca o un prelievo del sangue. Come lo riconosceremo «un pentito» che chiede di poter accedere all’eucaristia (e magari non ha neanche verificato la possibilità di intraprendere un procedimento di nullità)? E se diremo di sì a uno, secondo una questione «di coscienza», perché non ad un altro? Su che basi? E chi lo decide?

comunioneNo. Io non ho mai creduto nella possibilità che la Chiesa riammetta all’eucaristia i divorziati risposati, salvo adeguarmi con fiducia e rispetto a qualunque cosa il Santo Padre sceglierà di fare. Purtroppo, ci finiranno in mezzo tante storie complicate, tanti martiri veri, molti magari anche reduci da inesatti esiti di procedimenti di nullità complessi che non sempre arrivano alla verità.

Ma il problema non è trovare “il rito giusto” o la corrente adatta da seguire con cui fare contenti tutti. Volendo essere anche un po’ materialisti, la Chiesa non se lo può permettere nemmeno dal punto di vista pratico, secondo me: dove li prendiamo i vescovi e i sacerdoti per fare tutto questo lavoro personale con ognuno, se quelli che ci sono (pochi) già non bastano a tenere aperte tutte le chiese di Roma?

La vera questione è evitare a priori che vengano contratti matrimoni nulli in partenza, ne celebriamo ancora troppi. Bisogna mettere alle strette i fidanzati, stressarli per il loro bene e prepararli meglio a perdersi l’uno per l’altra in un cammino verso l’eternità: il matrimonio cristiano è sempre un pellegrinaggio verso il Paradiso. Sposarsi in chiesa dev’essere difficile perché difficile e in salita è la via della santità: «Sforzatevi di passare per la porta stretta» recita il vangelo di Luca. E non mi pare che per fare questo, divorziare in un giorno sia un buon inizio; tanto meno lo è cercare il modo di fare tutti contenti con una scelta di buonismo orizzontale, che poco ha a che vedere con la misericordia vera, e che rischia di diventare un suicidio di massa collettivo nel quale essere tutti conniventi, dall’inizio alla fine.

Tanto, diciamocela tutta: fare la comunione non ci salverà da quello che abbiamo veramente nel cuore. Lo sappiamo noi, ma soprattutto lo sa il Signore.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

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