L’Europa vuole far fallire la Chiesa italiana.

di Massimo Introvigne, 6 Novembre 2014

La Corte di giustizia dell’Unione Europea – da non confondersi con la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, quella per intenderci del caso del crocefisso, che, a differenza della prima, non è un organo dell’Unione Europea – vuole mandare in bancarotta la Chiesa italiana. Non è un modo di dire. La Corte UE ha dichiarato ammissibile nel merito un ricorso contro la Commissione europea, la quale aveva rinunciato a chiedere all’Italia di recuperare dalla Chiesa Cattolica l’importo delle esenzioni ICI e IMU di cui ha beneficiato dal 2006 al 2011, oltre a deduzioni dalle tasse sul reddito. Il conto per la Chiesa sarebbe di circa quattro miliardi: un conto, appunto, da bancarotta.

Si tratta di un ovvio attacco alla libertà religiosa: quando si vuole mettere a tacere qualcuno, i burocrati europei – e quelli di varie nazioni – usano spesso lo strumento fiscale. Si può pensare ogni male dei Testimoni di Geova sul piano teologico, ma si deve essere grati ai loro avvocati perché nel 2011 hanno fatto condannare la Francia dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo perché – volendo colpire la loro organizzazione nell’ambito delle note campagne francesi contro le «sette» – ha cercato di usare in modo strumentale il fisco, di fatto violando la libertà religiosa.

Ma qual è il problema in Italia? È necessaria un po’ di storia. Sembrerà molto tecnica, ma alla fine emergerà come, perché e chi vuole mettere KO la Chiesa italiana usando il fisco, esattamente come la Francia voleva fare con i Testimoni di Geova. Mi limiterò in questa sede a trattare di tasse sugli immobili – ICI, poi IMU, poi TASI –, che sono la fetta più grande della torta.

L’ICI è stata introdotta nel 1992, esentando dal suo pagamento gli enti non commerciali. Fino al 2004 questa esenzione – di cui non beneficiava solo la Chiesa Cattolica, ma tutto il vasto mondo no profit, compreso quello di sinistra e radicale – aveva sollevato un contenzioso relativamente modesto. Infatti, che cosa sia un ente non commerciale è chiaro: è un ente che non distribuisce utili, dunque su cui nessuno «guadagna» e che in caso di scioglimento destina il suo eventuale attivo residuo a fini di pubblica utilità.

Nel 2004 una sentenza della Cassazione – relativa a un immobile di proprietà di un istituto religioso utilizzato come casa di cura e pensionato per studentesse – ha affermato che per beneficiare dell’esenzione sono necessari tre requisiti. Primo: l’immobile è utilizzato da un ente non commerciale. Secondo: l’immobile è totalmente destinato ad attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative o sportive. Terzo: queste attività non devono essere svolte «in forma di attività commerciale».

I primi due requisiti ripetevano semplicemente quanto affermava l’articolo 7 del decreto legislativo n. 504 del 1992. Il terzo rappresentava uno dei tanti esempi italiani di attivismo giudiziario e di fatto apriva un contenzioso infinito: come si fa a svolgere un’attività assistenziale, didattica o così via in forma non commerciale? Significa non far pagare gli utenti? O farli pagare un prezzo che copre i soli costi, o comunque inferiore a quello di mercato? Alcuni giudici cominciarono a sostenere che qualunque forma di richiesta di un corrispettivo per un corso scolastico, un soggiorno, un’assistenza sanitaria – anche se domandata da un ente senza fini di lucro – trasformava l’attività in una «svolta in forma commerciale» e faceva venire meno l’esenzione dall’ICI.

Era evidente che questa interpretazione sovvertiva l’intento del legislatore di esentare dall’ICI gli immobili utilizzati per attività non lucrative e al servizio del bene comune, da chiunque svolte e non solo dalla Chiesa. Pertanto nel 2005 l’articolo 7, comma 2-bis del D.L. 203/2005 tornava alla situazione anteriore alla sentenza della Cassazione e stabiliva che dei tre requisiti di quella sentenza solo i primi due rilevavano per l’esenzione dall’ICI. A quel punto, però, gli anticlericali avevano già messo nel mirino la Chiesa Cattolica, ritenuta la principale beneficiaria della norma, che fu impugnata di fronte alla Commissione Europea da esponenti del Partito Radicale, in quanto avrebbe determinato una distorsione della concorrenza a favore degli enti religiosi rispetto ad altri che offrissero analoghi servizi. La Commissione Europea archiviò per due volte le procedure contro l’Italia, chiedendo solo che fossero predisposti adeguati strumenti interpretativi.

Nel 2006, per rispondere ai rilievi europei, fu emanato il D.L. 223/2006, il quale precisò che l’esenzione ICI si applicava agli enti commerciali che svolgono una o più delle otto attività esenti secondo la legge del 1992 – assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative o sportive – «in modo non esclusivamente commerciale». Consapevole della difficoltà d’interpretare quest’ultima espressione il governo istituì presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze una commissione mista di rappresentanti del Ministero, dell’Associazione Nazionale dei Comuni d’Italia, della Conferenza Episcopale Italiana e dell’Agenzia per le Onlus incaricata di precisare i criteri in base ai quali un’attività poteva essere esercitata «in modo non esclusivamente commerciale».

La grande bugia, che gli anticlericali diffondevano era che la Chiesa non pagasse l’ICI sulle sue librerie, alberghi, ristoranti o alloggi dati in affitto a terzi per incassare il canone. Queste erano evidentemente attività esercitate in modo «esclusivamente commerciale», e i relativi immobili pagavano l’ICI. Il riferimento legislativo all’attività «ricetttiva» non si riferiva agli alberghi. Un ospedale, un convalescenziario, un rifugio per ragazze madri svolgono attività «ricettiva», nel senso che «ricevono» persone e le tengono a dormire per la notte, ma non sono alberghi. C’erano casi limite, zone grigie e anche abusi? Certamente, e a questo serviva la commissione mista e, dove necessario, servivano gli accertamenti dei comuni quando sospettavano che qualcuno «facesse il furbo».

Nel 2010 i radicali tornarono alla carica, rivolgendosi nuovamente alla Commissione Europea, e inducendo i vari governi italiani che si susseguirono a studiare interventi legislativi per trovare una soluzione di compromesso, che possibilmente disinnescasse la mina europea, com’è noto propensa a scoppiare in tempi e modi imprevedibili. Nel 2012, dopo diversi pareri del Consiglio di Stato, il governo Monti varò una nuova normativa parallela alla trasformazione dell’ICI in IMU, seguita da un regolamento, che per gli enti non lucrativi – non solo quelli cattolici – dettava norme riferite alle cliniche, alle scuole e alle strutture ricettive e ricreative. Il principio generale era quello di esaminare ciascun immobile, distinguendo fra aree destinate ad attività commerciali e non commerciali, e facendo pagare l’IMU solo sulle prime.

Per le cliniche, erano esenti dall’IMU quelle che operavano in totale regime di convenzione pubblica o quelle che praticassero ai privati prezzi inferiori al 50% delle normale tariffe di mercato. Per le scuole, oltre a una serie di altre condizioni, occorreva che accogliessero gli alunni a titolo gratuito, o facendo pagare rette che fossero inferiori ai costi effettivi sostenuti dalla scuola. Per le strutture ricettive, anche qui l’esenzione scattava se i prezzi praticati al pubblico erano inferiori al 50% dei normali prezzi di mercato. Da una parte questa normativa era di difficile applicazione – come calcolare le tariffe di mercato? –, dall’altra rischiava di mettere in ginocchio le scuole cattoliche, già in difficoltà per altre ragioni, condannandole prima a operare in perdita e poi a chiudere. Anche l’Osservatorio della libertà religiosa, promosso dal Ministero degli Esteri e da Roma Capitale e presieduto da chi scrive, intervenne con una nota denunciando la violazione della libertà di religione e d’insegnamento.

Furono così emanate diverse norme interpretative, ultimo un decreto del 26 giugno 2014 del Ministero dell’Economia, che detta norme ancora più rigide per le strutture ricettive – occorre che non siano aperte per tutto l’anno, e non offrano i loro servizi a tutti, ma solo a utenti particolari elencati in modo credibile come connessi all’istituzione – e per quanto riguarda le scuole fissa parametri precisi, cioè un massimo delle rette oltre il quale scatta l’applicazione delle tasse sugli immobili: scuola dell’infanzia 5.739 euro, scuola primaria 6.634 euro, istruzione secondaria di primo grado 6.836 euro, istruzione secondaria di secondo grado 6.914 euro.

Parallelamente, è andato avanti anche il contenzioso promosso dai radicali presso la Commissione Europea. Il 19 dicembre 2012 la Commissione ha deciso che, mentre era criticabile la normativa in vigore dal 2006 al 2011, quella del 2012 era sufficientemente precisa e non configurava aiuti di Stato agli enti no profit vietati dalla normativa UE. Rimaneva però un problema. Se la normativa precedente violava i parametri europei, l’Italia doveva recuperare dagli enti no profit – cioè principalmente dalla Chiesa Cattolica – quanto non versato a titolo di ICI negli anni 2006-2011? No, rispondeva la Commissione Europea: non, come scrive qualche giornale, approvando un presunto trattamento di favore che l’Italia voleva riservare alla Chiesa, ma perché la Commissione si dichiarava d’accordo sulla tesi italiana secondo cui applicare retroattivamente la normativa del 2012 è impossibile, non potendosi determinare in passato quali porzioni di un singolo immobile erano utilizzate per attività non commerciali e quali per attività commerciali, ben potendo il contribuente variare nel tempo le modalità di utilizzo dell’immobile.

Non soddisfatti, gli esponenti radicali si sono rivolti alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea del Lussemburgo, che ha ora dichiarato ricevibile il loro ricorso. I radicali non fanno mistero del loro scopo ultimo: ottenere una pronuncia della Corte che travolga anche la normativa del 2012, e pazienza se ci andrà di mezzo anche il vecchio no profit cooperativista che fa capo al Partito Democratico. Il disegno è quello di mettere in ginocchio la Chiesa Cattolica che, nonostante tutto, dà ancora fastidio. Qualcuno, infastidito dalle prese di posizione di questo o quel vescovo, potrebbe considerare la questione irrilevante o vederci una sorta di paradossale «giustizia poetica», come si dice in inglese. Attenzione, però: i radicali che hanno chiesto aiuto agli «amici» europei ce l’hanno con la Chiesa per le verità che proclama, non per quelle che qualche esponente della Chiesa talora tace, e sovvertire i principi della libertà religiosa va sempre e comunque a danno di tutti.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

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