Quanta fretta per disgregare la famiglia.

di Alfredo Mantovano, 7 Novembre 2014

C’è un tratto che accomuna i provvedimenti finora imposti dal governo Renzi sui temi eticamente sensibili: si tratti di stravolgere le norme sulle droga, aprendo a una sua legalizzazione di fatto (è accaduto fra marzo e maggio di quest’anno), o di accettare senza battere ciglio l’anarchia sulla fecondazione artificiale (agosto), o infine di privatizzare la gestione delle crisi familiari (oggi), il filo conduttore è, insieme con la gravità del merito, il tratto semplicistico col quale si affrontano questioni che esigerebbero mesi di discussione monotematica.

Si è demolita una legislazione sugli stupefacenti che forniva risultati positivi, senza approfondire i dati obiettivi che pure tecnici qualificati avevano posto all’attenzione dell’Esecutivo e del Parlamento. Si è permesso di tornare al fai-da-te riproduttivo, senza nemmeno tener conto dei paletti posti dalla Corte costituzionale, rinunciando addirittura a discuterne. Si è eliminato il profilo pubblicistico della separazione e del divorzio, senza un confronto sulla opportunità della scelta e sulle ricadute che avrà, anche solo quanto al proclamato snellimento della procedura.

Per chi governa e per chi fa le leggi è importante decidere, e in tempi non dilatati. A condizione che la decisione veloce non si traduca, come è stato per ciascuno dei fronti appena menzionati, nella banalizzazione dei problemi e nella noncuranza per gli effetti. Per restare al tema del giorno, cioè alla separazione e al divorzio gestiti o dagli avvocati o dall’impiegato comunale, perfino forze politiche non impegnate nella difesa della famiglia naturale, come Sel e M5S, hanno formulato riserve e critiche: sottolineando che la nuova disciplina accentuerà le difficoltà del coniuge più debole e non garantirà i figli minori. La scelta del governo, passata da due voti di fiducia, dalla blindatura alla Camera – gli emendamenti sono stati proposti nella certezza che non ne sarebbe stato apprezzato neanche uno – e da poche ore di confronto effettivo al Senato, non ha tenuto conto delle perplessità sollevate da addetti ai lavori di differente orientamento culturale: quelle che su questa testata abbiamo esposto fin dalle prime battute.

Se ci fosse stato tempo adeguato per la riflessione, dentro e fuori il Parlamento, le voci critiche sarebbero state più numerose e i temi da valutare più articolati e più ampi: si ha l’impressione che la preclusione a una serena ed equilibrata valutazione dei pro e dei contro di certe soluzioni normative sia voluta per impedire la maturazione e la forza degli argomenti contrari. E si ha l’impressione che tale preclusione abbia natura ideologica: si potrebbe comprendere – ma non giustificare – la privatizzazione di separazione e divorzio se i ruoli degli uffici giudiziari fossero ipergravati da procedimenti di questo tipo; poiché non è così, né il Governo ha fornito dati differenti da quelli che si ricavano dall’esperienza quotidiana, togliere di mezzo il giudice di fronte alla crisi del matrimonio, pur in presenza di figli minori, equivale a (cominciare a) togliere dal matrimonio il suo profilo pubblicistico. E non si vantino “mediazioni alte” consistite nella previsione dell’intervento virtuale del pubblico ministero, introdotto al Senato: nella gran parte dei casi il p.m. non avrà la minima intenzione/ragione di esercitare questo anomalo potere conferitogli.

Vigendo in tali materie la legge del piano inclinato, questa riforma di separazione e divorzio costituisce un passo significativo verso la costruzione del matrimonio come contratto di natura tendenzialmente privatistica: con l’accordo delle parti per risolverlo basta il visto degli avvocati o dell’impiegato comunale. Il passaggio successivo sarà – senza necessità di avvocati – l’autocertificazione congiunta dei coniugi che da una certa data il matrimonio ha cessato gli effetti; la costruzione su base privatistica del vincolo matrimoniale sarà completata dalla individuazione del genus “contratto di unione/coabitazione fra due persone”, dello stesso o di diverso sesso: all’interno di questo genus vi sarà la species del matrimonio fra persone di sesso diverso, a fianco delle varie species di unioni civili, e – perché no – anche della species del matrimonio fra persone dello stesso sesso. Esagerazioni? Si rilegga il d.d.l. Cirinnà sulle unioni civili in discussione al Senato, e scompariranno i dubbi.

Per finire. Ncd prepara il Family act del 15 novembre. Nel bilancio della sua esperienza di forza parlamentare determinante per il Governo Renzi ci sono, fra le altre, le tre voci prima menzionate, nei termini precisati: droga, eterologa, divorzio. Ncd ha concorso all’approvazione dei devastanti decreti-legge su droga e divorzio e alla non approvazione dell’unico decreto-legge di cui vi era reale necessità: quello sull’eterologa. Al suo interno, qualcuno ha parlato e ha agito contro la deriva banalizzante: il ministro Lorenzin sull’eterologa, l’on. Pagano sul divorzio (esprimendosi contro il provvedimento, nella votazione finale); ma – tolti loro – le dichiarazioni di voto, e quindi la posizione formale del partito, sono state di totale appiattimento. Sarà interessante capire se e in che termini il 15 il leader dell’Ncd farà un cenno a questo esaltante rendiconto; anche in vista degli appuntamenti futuri, unioni civili in testa.

L’intervento di Alessandro Pagano

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

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