Se una cosa funziona e ha successo è vecchia

di Giorgia Petrini, 25 Marzo 211

Conta 2.000 dipendenti e 13 filiali sparse per il mondo tra Europa, Stati Uniti, Asia, Medio Oriente, Australia e Sud America. Ha attrezzato 35.000 centri wellness e più di 20.000 abitazioni nel mondo e punta alla promozione di un corretto stile di vita come vision della propria esistenza: “Il wellness è uno state of mind prima di tutto: non è questione di muscoli o di palestra, ma di responsabilità sociale e salute personale”. E’ Nerio Alessandri, fondatore e Presidente di Technogym, a spiegarci come essere i migliori nel mondo puntando su innovazione, passione e precisione, ma anche etica e salute, alla guida di una azienda italiana che non teme concorrenti: “Technogym è l’unica ad essere globale, l’unica a creare ogni volta un’opera d’arte e l’unica a fare del wellness il proprio vero brand”. Così si racconta un nostrano capitano d’industria in testa a quel sopraffino Made in Italy che funziona e che produce e che ci rende famosi nel mondo, anche “senza dinastie”. Dopo quasi un’ora di fitto e appassionato racconto, e altrettanto tempo almeno trascorso in visita nei nuovi stabilimenti di produzione Technogym (di prossima apertura), penso che ricorderò questo 7 Marzo 2011 trascorso a Gambettola (con pericolosa traversata del valico innevato su gomme lisce) come fosse stato un Natale trascorso nella più eccitante New York che si riesca ad immaginare…

Nerio Alessandri, imprenditore romagnolo di prima generazione con una storia da garage boy, oggi sei un brillante cinquantenne alla guida di un’azienda che domina la scena internazionale. Cos’è per te un imprenditore?
A vent’anni costruivo piccoli attrezzi da palestra nel mio garage per gli amici. Ricordo che un giorno ad uno dei primi convegni a cui fui invitato da start up locale proprio qui a Cesena, dissi che imprenditori si può anche diventare, ma più che altro imprenditori si nasce. Io seguivo la mia vocazione, la missione che sentivo dentro e lo facevo a spese mie, rischiando in prima persona e senza mai perdere di vista i miei ideali. Oggi in Italia si tende spesso a pensare che per essere un imprenditore basti aprire una partita iva o fare azienda gestendo un po’ di soldi altrui (magari in un private equity). Non è così. Sporcarsi le mani e partire da zero con i tuoi soldi, il tuo sudore e la tua faccia è tutta un’altra storia. Un imprenditore vero è qualcuno che sa fare del nuovo il suo massimo ideale e del proprio il suo miglior segno nel mondo. Allo stesso modo per me un imprenditore è colui che si impegna in un progetto che sia socialmente utile, eticamente responsabile e sostenibile a tutti i livelli. Su questi ideali e principi si fonda, e tuttora poggia, la mia storia. Questi sono i motivi per cui, al di la del fatto di essere il Presidente di questa azienda che ho anche fondato, mi sento investito di una responsabilità sociale e civile che mi vede continuamente dedito a cercare di aiutare le persone a vivere meglio, a valorizzare continuamente il mio territorio e a fare in modo che questo atteggiamento e questa filosofia contribuiscano a creare valore e interesse, anche e soprattutto per gli azionisti. Io sogno che quest’azienda, della quale già oggi oltre me fanno parte altri azionisti, un giorno possa essere di tutti; che tutti coloro che contribuiscono alla crescita e allo sviluppo di Technogym possano essere parte integrante di un progetto sentito e condiviso che nella parola “Wellness” pensa ad un mondo migliore fatto di uno stile di vita sano ed equilibrato come nostro valore quotidiano e come bene comune dell’umanità. Ho sempre immaginato una governance, intesa come modello culturale, fatta di un contesto aziendale che potesse nel tempo riuscire a fare a meno di me: facile a dirsi, meno a farsi ovviamente.

E la tua molla imprenditoriale da dove arriva?
Dal connubio tra la passione per la meccanica e il design (Techno), che sono i miei principali asset professionali, e quella per lo sport, il tempo libero e la ginnastica (Gym) è nata Technogym. Da qui l’aspirazione più organizzata e sistematica di un progetto più lungimirante e la volontà di diventare imprenditore, non solo come aspirazione ma anche e soprattutto come risultati attesi. Per me, ogni nostro prodotto è un’opera d’arte, in tutti i sensi.

Nel tuo caso, non c’è alcuna tradizione imprenditoriale familiare diretta o indiretta. E’ un bene o un male secondo te?
E’ una fortuna! Quando ho scelto di perseguire questa strada, la mancanza di una tradizione imprenditoriale abbinata alla inevitabile mancanza di un’esperienza nel settore, mi hanno regalato l’incoscienza necessaria della quale un imprenditore che rischia in proprio ha bisogno. Se sei cosciente e hai una esperienza, hai anche diecimila motivi per non fare l’imprenditore; se ti circondi poi di consulenti fin troppo capaci (avvocati, commercialisti, ecc.), non c’è verso, è proprio la volta che rimani in un garage per tutta la vita! Con tutto quello che tutti ti dicono che “non si può fare” devi scegliere: o rischi e osi o ti fermi.

Il tuo attaccamento al territorio, in un periodo in cui tutti parlano di fare aziende in California, è un altro aspetto che mi incuriosisce e mi piace molto. Me ne parli?
Per noi il concetto di umanesimo è già di per sé una componente del nostro dna. La persona intesa in un più allargato concetto di Wellness (la sua salute, il suo benessere, la sua felicità) è al centro della nostra impresa. Qui ci si rompe tutti la schiena mirando al risultato atteso, ma abbiamo un sistema molto forte di coesione: io tengo molto alla festa di Natale, alla formazione delle persone, agli investimenti che continuamente facciamo per creare qui un ambiente nel quale le persone si sentano ben inserite e serene di crescere in un contesto che ne valorizza anche gli aspetti umani, sociali e civili. Altrettanto mi occupo come posso del mio territorio, dagli anziani agli ammalati. Facciamo tantissime iniziative di responsabilità sociale anche locali e cerchiamo di creare valore qui. Questa è la mia terra: l’ambizione che ho io è fare in modo che la terra della piadina romagnola possa uscire dallo storico emblema di “divertificio” a senso unico e possa diventare “la Wellness Valley”.

A giudicare dai piani per il futuro, si direbbe che non hai né motivi né intenzione di andartene dall’Italia dunque, come invece in questo periodo parrebbero sostenere parecchi manager e imprenditori nostrani?
Certo che no. Technogym ha le sue radici profonde qui. Noi valorizziamo il territorio e viceversa: pensare e creare qui, esportando in tutto il mondo, ma produrre anche localmente quando i nostri prodotti debbono rispondere alle aspettative e alle attese dei mercati locali. Ricordati che la produzione di Technogym vende nel mondo il 90% dei suoi prodotti e che il mercato italiano è il 10% delle nostre attività.

Fatto 100 questo 10, com’è ripartito per settori di commercio in quote di mercato?
L’85% circa è sempre nel mercato B2B. Oggi al consumer va il 15% circa, ma in effetti abbiamo l’obiettivo di portare questa bilancia ad un 60-40 per penetrare il mercato dei privati.

Col senno di poi, Technogym oggi è quello che ti saresti aspettato? Sei soddisfatto?
No. Io non sono mai soddisfatto. Sinceramente non so neanche dirti se oggi questo è ciò che mi aspettavo. Non mi faccio mai questo genere di domande e soprattutto guardo avanti.

E se ricominciassi oggi ripartiresti da qui?
Certo che si. Technogym non poteva nascere in un altro posto. La Romagna è la terra dell’edonismo, di Rimini, della Dolce Vita di Fellini, del body building sulle coste romagnole degli ottanta. La sensibilità e il senso che qui siamo da sempre in grado di attribuire al benessere e al wellness in termini di filosofia e di stile di vita hanno contribuito fortemente alla nascita di questa azienda in un contesto assolutamente ricettivo a questi temi. Noi continuiamo ad investire qui perché ci crediamo. A Siattle anni fa abbiamo aperto un dipartimento di sviluppo per le piattaforme applicative che è arrivato a contare più di 100 persone, ma come abbiamo potuto farlo qui lo abbiamo fatto qui e oggi anche il software dei nostri attrezzi lo producono a Cesena i migliori studenti delle nostre università. L’azienda è qui e qui deve restare.

Anche in Italia si può fare quindi? Lo diresti in risposta al mito californiano del momento?
Si può fare e come. Certo è che quello che altrove si fa più velocemente qui accade su un ordine di grandezza temporale esponenzialmente più lungo e con rapporti che vanno dai giorni altrove agli anni qui da noi. Il sistema Paese Italia è lento. Questo è il problema. Per fare il Technogym Village noi abbiamo impiegato 9 anni solo per avere i permessi. Negli altri Paesi le cose si fanno spesso in misura di giorni, qui da noi si fanno in anni.

Quanto la visione di Technogym oggi è ancora legata alle tue “personali” aspirazioni, invenzioni, intuizioni o guide lines?
Poco. Questa è un’azienda con un management in grado di auto generare sistemi, processi, decisioni e autonomie. L’imprenditore ha una visione d’insieme, ma se non ha un’azienda alle spalle, mmmm … serve a poco.

I migliori pregi evolutivi di Technogym?
L’innovazione a 360 gradi è sempre stato il nostro motore principale. Ho sempre fatto del mio motto principale l’asserzione secondo cui “Se una cosa funziona e ha successo è vecchia”. La vera innovazione si nasconde sempre dietro ad un’ottima valorizzazione delle risorse umane: fare questo significa per me coinvolgere le persone, condividere visione e intuizioni con loro e recepire dal mondo circostante qualunque input che possa tendere al nuovo e al futuro. L’età media di questa azienda è di 31 anni e il livello di cultura media generale delle nostre persone in tutti i settori è decisamente superiore alla norma. Anche di donne, come hai visto, ne abbiamo non meno del 50% in azienda e sono per noi da sempre una grande risorsa. Technogym è una azienda che lavora per processi perché ci crede e perché questo approccio anglosassone ci permette di monitorare le nostre performance, rispettare i tempi, centrare gli obiettivi, istituire percorsi di miglioramento mirati e individuare sempre con grande precisione pregi e difetti nei nostri standard e nei nostri percorsi evolutivi. Qui si lavora sul rigore, sulla disciplina, sulla fatica, sulla precisione, questo è il nostro modo di fare azienda.

Che tipo di risorse umane lavorano qui?
Più del 50% delle nostre persone nel mondo sono straniere.

E che differenze noti professionalmente nelle attitudini, nelle capacità o nei pregi di un italiano rispetto ad una persona di un altro Paese?
Il discorso è semplice: disciplina e rigore. Noi italiani lavoriamo tanto, ci mettiamo passione, improvvisiamo, abbiamo iniziativa e arriviamo all’ultimo minuto con una qualche soluzione pronta (cose che ad un americano o ad un tedesco non riuscirebbero mai), ma molto spesso lasciamo pezzi per strada o facciamo le cose a metà. Abbiamo un approccio che è sempre molto artigianale o provinciale e parlo di sistema Paese, non di singole persone. Questo modo di fare ci regala spesso discreti risultati nel breve termine, ma manca di una visione d’insieme più competitiva sul lungo periodo, dove invece gli altri Paesi sono indubbiamente più forti di noi. Senza metodo e senza mettere a sistema le cose, non si va molto lontani. Nel resto del mondo esistono rigore e disciplina innanzitutto, ma esistono anche meritocrazia, senso civico e senso di responsabilità che noi troppo spesso non abbiamo.

In Italia non siamo molto affini alle logiche di processo, sono poche le aziende che lavorano in questo modo. Da noi qualunque certificazione molto spesso è quasi sempre “una marchetta” più che un elemento distintivo o una garanzia di qualità. Secondo te perché?
Perché non ci siamo abituati. Non è nella nostra cultura. Siamo più bravi, o meglio crediamo di esserlo, ad “arrangiarci” e a navigare a vista …

Qual è il motto di Nerio Alessandri, quello che hai cercato di diffondere anche altrove? Dimmi qualcosa che secondo te andrebbe detto ai nostri giovani per tentare di motivarli, di farli reagire ad un momento difficile nel quale se davvero vogliono qualcosa la possono ottenere …
Il mio lavoro è il mio hobby e lavorare divertendosi è essenziale. Passione ed entusiasmo non devono mancare mai nelle proprie scelte e se mancano c’è qualcosa che non va. Per tendere all’eccellenza (che dovrebbe essere rappresentata dall’aspirazione massima di tutti noi), il segreto è non accontentarsi mai: essere umili, rimettersi continuamente in discussione, avere fame di curiosità, non demordere mai, essere determinati e avere spirito di sacrificio. Il succo è che nella vita bisogna spendersi, darsi da fare e avere un gran bel coraggio. C’è da dire che se sei così la vita poi ti regala anche delle gioie impagabili; a fare meno e a limitarsi spesso si diventa dei frustrati, ci si ammala di depressione … Il lavoro nobilita le persone. Il lavoro migliore per te nobilita anche il tuo spirito.

In questo senso secondo te, in Italia, non c’è anche un problema di modelli di riferimento?
Assolutamente si. Quelli che vediamo qui sono tutti modelli tesi alla relazione. Chi predica bene spesso è ammalato di invidia per qualcun altro, è un profanatore dei successi altrui o comunque punta al diniego e alla negazione degli altri piuttosto che alla costruzione del proprio stile di vita o al perseguimento delle proprie aspirazioni. Siamo in un momento in cui dovremmo chiudere col passato e spingere in avanti cercando di non perdere tempo e invece stiamo facendo l’esatto contrario. E’ un approccio che non aiuta nessuno, i giovani per primi. I nostri ragazzi hanno delle grandi opportunità, anche in questo Paese che loro per primi denigrano tanto, ma è nostra responsabilità creare un clima di fiducia nel quale il confronto tra di noi rappresenti per loro uno stimolo e un motivo di esperienza. Questo è il punto di partenza.

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