Giulia vuole sapere se esista l’amore vero. Invece la scuola sa solo proporle corsi di sessualità

di Giovanni Fighera, 24 Febbraio 2014

La storia di una ragazza come tante altre

Giulia è convinta che l’amore vero non esista. In realtà, il suo cuore le dice il contrario. Sono anni che cerca un rapporto stabile con un ragazzo, una relazione seria, non come quelle legate solo alla carnalità e alla soddisfazione dei sensi che durano lo spazio di poche settimane, al più qualche mese. I suoi genitori sono separati da quando era bambina, tanto che non si ricorda più la famiglia felice riunita tutta insieme. Gli ultimi ricordi sono legati alle litigate tra i suoi. Ora la mamma si è rifatta una famiglia, ha un compagno che vive in casa loro. Quanto durerà quest’altra storia, si chiede Giulia che non riesce a pensare che, dopo la conclusione del matrimonio, la mamma possa conservare nel tempo un’altra relazione.

La storia di Giulia è quella di tanti ragazzi dei nostri tempi, figli di un’epoca incerta, in cui le relazioni stabili sono ormai in minoranza rispetto a quelle provvisorie. I genitori che si separano, spesso, mi dicono ai colloqui che per i figli è stata meglio così. Quando parlo con i ragazzi, mi rendo conto che nella maggior parte dei casi non è vero. I genitori si vogliono, però, illudere di avere tenuto conto dei figli nelle loro scelte. Nelle domande che molti miei studenti pongono sull’amore emergono tutta l’incertezza e lo scetticismo in cui crescono.

dante-jpeg-crop_displayEducazione all’affettività e all’amore?

Qualsiasi educazione all’affettività presuppone evidentemente una particolare visione dell’uomo. Spesso i fautori e i promotori di questa educazione nelle scuole si presentano come innocui portavoci  di un insegnamento asettico, mentre sono troppo spesso messaggeri di una cultura cinica, scettica, materialista, in cui anche l’amore è ridotto all’unica sfera fisiologica. Nelle scuole primarie o secondarie di primo grado l’educazione all’affettività è spesso ridotta ad un’educazione alla sessualità in cui le figure degli educatori si sostituiscono spesso alle figure genitoriali nell’affrontare temi troppo precocemente quando sarebbe senz’altro meglio che venissero affrontati in famiglia nei tempi opportuni e adeguati alla crescita psico-fisica di ciascun ragazzo. Come possiamo pensare che i tempi di crescita delle persone siano gli stessi e che si possano affrontare questioni così delicate con un destinatario così fragile e magari non ancora pronto senza provocare in loro traumi? I danni che taluni subiscono sono facilmente intuibili e mi sono state confermati da genitori i cui figli hanno subito questa educazione violenta e lesiva.

Prima di chiedersi che cosa sia l’affettività è indispensabile chiedersi davvero chi sia l’uomo. La cultura odierna tende a presentare la sessualità come uno dei piaceri da soddisfare, equiparabile agli altri piaceri o ad altri aspetti ludici dell’esistenza o ai bisogni primari dell’uomo. Questa considerazione affonda le sue radici in una visione dell’uomo esclusivamente materialista per cui noi siamo considerati alla stregua degli animali. Tutta la cultura di ascendenza positivista, scientista e darwiniana opera ormai da un secolo e mezzo, soprattutto nelle scuole, per trasmettere il messaggio che tra noi e le scimmie non esiste in realtà alcuna differenza se non per il fatto che noi siamo semplicemente più avanti nella linea evolutiva. Sarebbe lungo ripercorrere le tappe del graduale e subdolo affermarsi di un presupposto che annienta qualsiasi affermazione che l’uomo sia in realtà qualcosa di più che un grumo di cellule. Se l’uomo è un aggregato di cellule, un insieme di nervi, di impulsi, di bisogni e nulla di più, è necessario, oltre che giusto, soddisfare qualsiasi necessità che insorga. L’amore appare solo come un’idealizzazione di queste reazioni ormonali e chimiche e di pulsioni fisiche. Sentiamo come É. Zola, gran teorico del Positivismo, si esprime al proposito: «L’uomo metafisico è morto ed il nostro terreno si trasforma interamente con l’uomo fisiologico. Indubbiamente l’ira di Achille, l’amore di Didone sono rappresentazioni eternamente belle, ma ora dobbiamo analizzare l’ira e l’amore e vedere propriamente come funzionano queste passioni nell’uomo». L’uomo nella sua complessità è, così, ridotto esclusivamente ad una componente fisica.

karol-wojtyla-uomo-santo-jpg-crop_displayPer addentrarci meglio nel sentimento che unisce un uomo e una donna dobbiamo cercare di capire meglio il mistero dell’essere umano, una complessità così grande da non poter essere circoscritta alla sfera fisica. L’uomo è spirito e corpo, componenti non separate, ma unite in una reciproca relazione. Non si può, perciò, parlare completamente di sessualità e di affettività delimitando l’ambito alla sfera fisica ed escludendo così l’ambito delle aspettative, dei desideri, delle domande, della realizzazione e del compimento della persona, ovvero dello spirito. In poche parole anche nell’ambito dell’affettività, come del resto in tutte le sfere dell’umana natura, non emerge solo la componente dell’istintività e dell’impulso. Un rapporto affettivo può essere vissuto solo in tutte le componenti in quest’apertura che salvaguarda e rispetta tutti gli aspetti dell’uomo. Questa apertura a tutti i fattori della realtà viene chiamata ragione. Dante definisce lussuriosi nel canto V dell’Inferno proprio coloro che la «ragione sottomettono al talento». Sentimento e attrazione («talento») per l’altro sono importanti, ma non possono sopraffare la ragione. Voler bene all’altro significherà voler il bene dell’altro, la sua realizzazione e il suo compimento. Come può essere considerato un amore vero un rapporto che non realizza e non compie, che non guarda al destino e alla strada dell’altro? Quante volte si sente dire che due persone si amano anche se poi non si aiutano a volersi davvero bene, ma soddisfano semplicemente un narcisistico compiacimento sensuale! Come è, invece, importante imparare a guardare l’altro con il distacco che permette di vederlo per quello che è, diverso da noi, dalle nostre pretese e soprattutto con una strada, un destino! La mano che strappa il fiore per possederlo lo costringe al rapido inaridimento. Colui che fa un passo indietro può osservare il fiore e sorprendersi stupito per la sua bellezza. Chi capirà meglio il fiore: chi l’ha reciso o chi l’ha ammirato? Chi amerà meglio la propria ragazza? Chi saprà aspettare e si meraviglierà per un amore che cresce e sa manifestarsi in diverse forme di affettività o chi pretenderà di possedere l’altro prima ancora di essersi promesso, di aver fatto sacrifici per lui? Sarà amore l’egoistica e narcisistica soddisfazione del proprio desiderio sessuale o lo strappo che non soddisfa subito il desiderio, ma solo per salvaguardare sé e l’amato? Quanta educazione risiede in questo sguardo puro sulla realtà che permette di guardare le cose per quello che sono, non per il nostro desiderio di possesso!

Tanto per partire leggiamoci un libro

Un testo che ci può introdurre all’educazione all’affettività è la Bottega dell’orefice, magnifica opera teatrale di Papa Giovanni Paolo II, scritta nel 1960, quando Carol Wojtyla era ancora Vescovo di Cracovia. Tre dialoghi tra altrettante coppie si succedono secondo il ritmo paziente della coscienza che riflette sul passato e sulle scelte decisive per l’esistenza. Un personaggio accomuna le tre storie, quell’orefice che non prende mai direttamente la parola. La verità delle sue parole è rievocata nei dialoghi delle coppie.

L’amore coniugale sa unire ciò che è diviso, riempie di una presenza il desiderio umano e la domanda di compiutezza. «L’amore può essere anche uno scontro nel quale due esseri umani prendono coscienza che dovrebbero appartenersi, malgrado la mancanza di stati d’animo, e di sensazioni comuni. Ecco uno di quei processi che saldano l’universo, uniscono le cose divise, arricchiscono quelle grette e dilatano quelle anguste». L’unico amore che sa unire quanto è diviso, che sa raccogliere in un solo volume ciò che naturalmente è disperso è l’amore di Dio. Quando Karol Wojtyla descrive il rapporto coniugale come unità sta alludendo al mistero sacramentale del matrimonio. Il matrimonio è sacramento, perché lì, nel matrimonio, il segno coincide con il Mistero, nell’unità degli sposi è presente Colui che rende possibile questa unità. Ciò che non è possibile agli uomini in Dio è possibile. Ora c’è un’analogia tra quell’amore umano così fragile che lega un uomo e una donna nel matrimonio fino all’accoglienza dei figli all’amore del Dio cristiano trinitario. Le fedi portate al dito «saranno loro a segnare il nostro destino. Ci faranno sempre rievocare il passato come fosse una lezione da ricordare. Ci spalancheranno ogni giorno di nuovo il futuro allacciandolo con il passato. E insieme, in ogni momento, serviranno a unirci invisibilmente come gli anelli estremi di una catena».

L’amore è la forza di attrazione, il legante più forte che esista. Le fedi da sole non hanno peso, non hanno valore, ricevono significato dalla comunione dei due sposi. Il peso delle fedi d’oro «è il peso specifico dell’essere umano». La fede è il segno di un amore che ha la portata di tutto il nostro destino. L’amore «non può durare un solo momento. L’eternità dell’uomo passa attraverso l’amore. Ecco perché si ritrova nella dimensione di Dio – solo Lui è Eternità». L’esperienza umana dell’amore è quanto più ci avvicina alla condizione divina, nell’esperienza dell’amore l’uomo prende parte della natura divina. Non c’è parola che possa essere pronunciata in nome dell’amore che possa avere una ristrettezza temporale o un limite spaziale. Nessuno potrebbe dire con verità parole d’amore alla propria donna se non con il desiderio che esse abbiano valore per l’eternità. Ciò che è per poco tempo è fasullo, non dura, non è vero. Eppure tanta cultura contemporanea sprona a vivere solo l’istante seguendo un becero e superficiale carpe diem (cogli l’attimo). «Esistere solo un attimo, solo adesso – e recidersi dall’eternità. Prendere tutto in un momento e tutto subito perdere. Ah, maledizione dell’attimo che arriva dopo e di tutti gli attimi che lo seguono».

L’uomo cerca spesso gli amori dimenticandosi dell’Amore, di quell’Amore di cui sentiamo la nostalgia e che ci manca. Così, nel secondo atto dell’opera, che vede protagonista una coppia in crisi (Stefano e Anna), l’amico Adamo sprona la donna a non fermarsi all’apparenza, bensì a guardare il desiderio profondo che alberga nel cuore dell’uomo. Al fondo di ogni amore c’è la nostalgia dello Sposo.

La figura di Adamo incarna l’uomo che è pienamente tale. Sarà lui a richiamare in un lungo monologo conclusivo il significato più profondo dell’amore: «Certe volte la vita umana sembra essere troppo corta per l’amore. Certe volte invece no – l’amore umano sembra essere troppo corto per una lunga vita. O forse troppo superficiale. In ogni modo l’uomo ha a disposizione una esistenza e un amore – come farne un insieme che abbia senso? E poi questo insieme non può essere mai chiuso in se stesso. Deve essere aperto perché da un lato deve influire sugli altri esseri, dall’altro sempre riflettere l’Essere e l’Amore assoluto. Deve rifletterli almeno in qualche modo».

Quanti amori, quanti rapporti, quanti matrimoni finiscono perché nei due sposi non si è approfondita la consapevolezza che il nostro desiderio di felicità non può essere colmato dalla persona che amiamo, ma non per questo lei vale di meno! In quante coppie l’entusiasmo iniziale si illude che il compagno o la compagna sia la risposta all’umana sete di felicità. «L’amore è una sfida continua», ogni istante si gioca la nostra scelta di amare, di riaffermare la strada intrapresa un giorno verso il nostro destino. «Se il destino non spezzerà l’amore, sarà una vittoria dell’uomo». L’amore risana le ferite, ricompone i traumi, riempie le assenze e le mancanze.

Fonte: Tempi

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